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21 Set2018

My Life Directed by Nicolas Winding Refn

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover my lifeCliff Martinez
My Life Directed by Nicolas Winding Refn (2014)
Milan Music CD 399 584-2
11 brani – Durata: 28'18”

Il 47enne regista danese autore di film già “cult” come Valhalla Rising, Drive e Solo Dio perdona è il legittimo titolare di un marchio e di uno stile abbastanza unici nel cinema contemporaneo. Vi si ritrovano abbinate un sentimento di astrazione, di rarefazione quasi metafisica con un gusto gelido per esplosioni di violenza estrema, un'ispirazione poetica e iperromantica con un umorismo nerissimo e sgradevole: è una commistione molto “nordica” ma con ampie suggestioni del cinema di genere, un po' come se Carl Theodor Dreyer incontrasse Dario Argento. E proprio assistendo, due anni fa alla Mostra veneziana, alla presentazione congiunta che Refn e Argento fecero del restauro di Dawn of the Dead di Romero, riflettevamo su come il cineasta danese sarebbe stato forse l'unico davvero adatto a mettere mano – posto che ve ne fosse proprio la necessità – al remake di Suspiria...

 Resta il fatto che Refn è oggi una figura carismatica di riferimento per i cinèfili ma anche una personalità dal forte, ancorché discusso e discutibile, profilo autoriale. Tale dunque da meritarsi persino un documentario, genere solitamente riservato a registi già di lungo corso o addirittura del passato. Va detto però che a firmare My Life Directed by Nicolas Winding Refn, sorta di reportage dal set di Solo Dio perdona, è colei che da undici anni è la consorte del regista, l'attrice e documentarista Liv Corfixen, il che dà all'operazione un sapore un po' da affare di famiglia. Sottolineato anche dalla scelta abbastanza prevedibile del compositore prediletto da Refn, ossia Cliff Martinez.
 Non siamo però dinanzi ad una mera parafrasi della “electro-score” (la tipologia stilistica preferita del compositore) scritta da Martinez per Solo Dio perdona, bensì ad una specie di accompagnamento, elegantemente elaborato e levigato, per la descrizione del mondo del regista, del metodo da lui utilizzato, delle figure che gli sono vicine, in una parola dell'universo simbolico e fantastico in cui abita il suo cinema. “Pan to me” e “Shouldn't be too worried” volteggiano ad esempio con grazia sulle ali di un suono “ambient” disimpegnato e saltellante, con qualcosa di innocentemente infantile; viene meno dunque quella componente frenetica, con risvolti allucinatori, presente in molte delle score di Martinez per Refn e ci si sposta invece apparentemente più sul registro, disincantato e quasi giocoso, di quelle che il compositore ha scritto per l'altro suo cineasta di riferimento, Steven Soderbergh. “Bring the cows” e “Breaking the waves”, ad esempio, anche grazie ad una sofisticata elaborazione spaziale del suono, avvolgono l'ascoltatore in un clima ovattato e impalpabile, dove gli accordi della chitarra acustica intervengono suggestivamente ad evocare atmosfere quasi country.
 Più fantascientifici e misteriosi risuonano “Hands” col suo basso minaccioso e “You can't spend two hours”, che ricorda alcuni momenti di Drive e The Neon Demon, quest'ultimo forse il capitolo più radicale del tandem Refn-Martinez, anche se la presenza della chitarra permane, con i suoi riverberi, come ostinato richiamo a una dimensione più intima e “privata”: il che vale anche per “Not an easy man”, con le sue fasce limpide di suoni alti amplificati, sostenute da un tambureggiare sommesso e regolare, mentre la breve ma bella “Shadows” ci riporta ai momenti estatici e sentimentali di alcune pagine di Vangelis.
 Anche “Destroy something”, a dispetto del titolo, denota l'impianto essenzialmente lirico e contemplativo della partitura, con gli accordi del pianoforte sospesi su un orizzonte elettronico ipnotizzante e praticamente immobile, e i suoni che galleggiano vitrei come bolle di sapone dalla durata effimera. E dopo “Fireworks went off”, che ha l'andamento di una ballata più tradizionale, con la chitarra nuovamente in primo piano, si chiude con “Disconnected”, scritta e interpretata da Julian Ostergreen Winding, figlio del compositore Kasper Winding (solo omonimo...) e di Brigitte Nielsen, che poi sarà (brevemente) anche la moglie di Sylvester Stallone: canzone disinvoltamente “disco-dance” tipica di una certa area pop-rock nordeuropea, che pone il sigillo su un lavoro certo non di smodate ambizioni e privo di qualunque aggressività, ma ben esemplificativo del mondo a parte di un regista in fondo inafferrabile, per il quale tenerezza e crudeltà sono due facce della stessa (ir)realtà.

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Daniela Bocconi

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