Kikujirô no natsu
Joe Hisaishi
L'estate di Kikujiro (Kikujirô no natsu, 1999)
Milan Records 399 853-2
12 brani – Durata: 40'10”

Mamoru Fujisawa, universalmente noto col nome d'arte di Joe – o Jô - Hisaishi (un omaggio al jazzista Quincy Jones grazie a un complicato gioco di trasliitterazioni), deve la propria fama a due registi giapponesi che più distanti non potrebbero essere: Hayao Miyazaki e Takeshi Kitano. Il primo è il “dominus” del leggendario Studio Ghibli da cui sono usciti capolavori del cinema d'animazione nipponico come Il castello errante di Howl e La città incantata, il secondo è uno degli autori più amati anche a Occidente, maschera tetragona e beffarda da ex-comico e alfiere di un mondo spietato e amaro, popolato di yakuza, sicari e sbirri anche peggiori di loro.
Essere riuscito a porsi come musicista di riferimento per entrambi, divaricando nettamente il proprio stile, la dice lunga sulla personalità multiforme di questo compositore, alla cui formazione hanno concorso in pari misura influenze pop, elementi della musica popolare giapponese, New Age ed elettronica, jazz e sinfonismo europeo, facendone una figura decisamente eterodossa nel panorama musicale del suo paese, distante sia dalle pulsioni sperimentali alternate ad effluvii romantici di Sakamoto così come dal rigore strutturale e dalla radicale sobrietà di Umebayashi. Hisaishi è tra l'altro anche un direttore d'orchestra che sembra aver assorbito da illustri esempi quali il compatriota Seiji Ozawa l'amore per il repertorio, come attesta una sua mirabile interpretazione della Settima Sinfonia di Beethoven.
Il sodalizio con Kitano, iniziato nel 1991 con Il silenzio sul mare e proseguito per altri sei titoli (percorribile nel bell'album Milan del 2001 “Joe Hisaishi meets Kitano films”) ha rivelato piena sintonia tra l'universo crepuscolare e tragico, ma anche pervaso di humour nero, del regista e la vena malinconicamente sorridente e smitizzante del musicista, la cui dote principale è senz'altro l'immediatezza comunicativa. Ma se nei “noir” come Sonatine o Brother Hisaishi utilizza uno stile secco, ritmi asciutti e scontrosi, e frequenti ricorsi ad una disturbante elettronica, per il lato più leggero del mondo secondo Kitano il suo stile si addolcisce e si colora di tonalità fanciullesche, innocenti, parzialmente collegandosi proprio all'eloquio scorrevole e melodico delle score per i cartoon di Miyazaki, ma senza quel sostrato epico e fantasy.
L'estate di Kikujiro ne è un perfetto esempio, essendo anche il titolo forse più anomalo della filmografia kitaniana: sorta di road movie, svolto prevalentemente a piedi o in bicicletta, compiuto da un bambino alla ricerca della mamma in compagnia di un bizzarro amico di famiglia che svolge il ruolo, neanche tanto nascosto, di suo angelo custode. Un viaggio ad altezza infantile, dunque, cui Hisaishi cuce addosso uno scanzonato leit-motif onnipresente, “Summer”, declinato ora per pianoforte su accompagnamento semplice e toccante degli archi, ora spostandolo al pizzicato di questi ultimi, magari giocherellando nel frattempo con percussioni locali (“Mad summer”) e facendo quasi il verso ad alcuni vezzi minimalistici occidentali. Al di là della contagiosa orecchiabilità del tema principale si resta soggiogati dalla freschezza ma anche dalla sotterranea astuzia di una partitura che sembra imitare le oasi più “easy listening” di alcuni modelli statunitensi (da Horner a Tommy Newman), lasciandosi trasportare da una commovente brezza sentimentale come in “Madness” o indugiando in brani di incantato concertismo come il secondo tema di “The rain” per violino e pianoforte, forse la pagina più “occidentale” della score, corredata persino di qualche eco morriconiana. Ma accanto a questa facilità e scorrevolezza espositiva si nota anche la finezza della strumentazione di Hisaishi (nel brano appena citato, ad esempio, la riesposizione per violoncello), l'avveduta mescolanza con timbri e strumenti caratteristici del proprio paese (“Night Mare” è l'unica, veloce e pungente concessione elettronica), il periodico affacciarsi di squarci favolistici e meravigliati, proprio come può esserlo lo sguardo di un bambino sul mondo, restituiti dal limpido e intenso fraseggio degli archi (“Real eyes”), il tutto pur sempre accompagnato da una venatura insopprimibile e penetrante di tristezza esistenziale. Se ne fa particolarmente carico il pianoforte, nel dialogo stretto e accorato con gli archi, in “Angel bell”, ampia divagazione sul tema di “The rain” che prosegue con “Two hearts” sempre in forma concertante; sono pagine quasi naïves nella loro agrodolce espressività, così come l'assolo del pastoso violoncello di Yumiko Morooka in “Mother”, accompagnato da tintinnare di arpe e variazioni del pianoforte.
Il canone dei celli che aveva aperto “Summer” si riaffaccia all'inizio del lungo “River side”, lasciando il tema principale dapprima ai violini divisi, in un raffinato esercizio di rimpalli tra strumenti della medesima famiglia, poi restituendolo al pianoforte e infine al virtuosismo dei pizzicati affiancati dalle percussioni. Hisaishi non si preoccupa di cambiare panorama ad ogni passaggio ma assapora il calore affettivo e il sentimento di benevolenza della propria musica contemplando ripetutamente le proprie idee di base sino a ricapitolarle in “Summer road”, chiamando ancora in causa il violino (solista Rieko Suzuki) e il piano a concludere serenamente così come avevano cominciato, con un sorriso. E una lacrima.
