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11 Set2018

Samoa, regina della giungla

Scritto da Federico Biella. Pubblicato in Cinema

cover samoa regina della giunglaAngelo F. Lavagnino
Samoa, regina della giungla (1968)
Digitmovies/Digitsoundtracks CDDM 277
19 brani – durata: 44’ 36’’



Diretto da Guido Malatesta, Samoa, regina della giungla è un avventuroso esotico e filocolonialista allungato con intermezzi documentaristici di repertorio ed innocui sottintesi erotici garantiti dalla protagonista, l’incantevole Edwige Fenech, e da altre bellezze muliebri comprimarie. La storia vede un’eterogenea comitiva di occidentali organizzare, guidati dall’indigena Samoa, una spedizione in Malesia alla ricerca di un giacimento di diamanti: lieto fine scontato, pur tra mille difficoltà, ed immancabile fuga d’amore della ragazza insieme al capo del gruppo.

Per imbastire il commento musicale, Angelo F. Lavagnino adotta un profilo descrittivo e privo di ansie da protagonismo, attingendo all’esperienza da lui accumulata nei documentari di viaggio ed esplorazione affermatisi in Italia a partire dagli anni Cinquanta. Partiture come Continente perduto (1955), perlopiù basate sulla raccolta nei luoghi stessi delle riprese di materiale folkloristico originale e sulla sua successiva rielaborazione in chiave sinfonica, di solito attenta a non ricorrere agli strumenti appartenenti alle culture locali, costituiscono per il compositore un modello di riferimento anche per film d’ambientazione esotica come il presente o come Gungala, la vergine della giungla (1967). Tra l’altro si noti che il motivo principale di quest’ultima trova isolatamente spazio nei titoli di testa del film di Malatesta (non è stato però incluso nella scaletta del CD curato da Digitmovies).
Il tema portante “Seq. 1”, abbondantemente reiterato anche solo per frammenti e spesso dalla consistenza diafana, esordisce con semplici accenni di sapore orientale per poi svilupparsi in una pagina sognante per voci femminili (il coro fa capo a Nora Orlandi), arpa e orchestra d’archi. Tra fiabeschi passaggi d’arpa ed ampie aperture sinfoniche (soprattutto le variazioni del Leitmotiv), ritmiche primitive (“Seq. 2”, “Seq. 7”, “Seq. 8”, “Seq. 14”, “Seq. 17” e “Seq. 18”), armonie asiatiche (“Seq. 9”, “Seq. 13” e “Seq. 16”), qualche tocco d’elettronica (“Seq. 5”), Lavagnino cerca di conciliare la dimensione avventurosa ed etnica con l’intenzione di imitare i suoni della natura, senza ovviamente trascurare il capitolo dedicato al sentimento.
Ne esce un lavoro molto defilato che tradisce in più punti la genesi documentaristica di cui si è detto.

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Daniela Bocconi

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