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10 Set2018

Our House

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover our houseMark Korven
Our House (Id., 2018)
Lakeshore Records
26 brani – Durata: 49'47”

Il canadese Mark Korven è noto soprattutto per due partiture, tra le molte scritte per cinema e TV: il cult Cube (1997) di Vincenzo Natali, quintessenza di fantahorror claustrofobico, e l'affascinante The Witch (2015) di Robert Eggers, altro horror ma stavolta in costume e basato su raffinate atmosfere da fiaba nera.
 Assodato dunque che è questo il genere prediletto dal compositore (che in questo senso si trova in abbondante compagnia) bisognerà anche osservare che, al suo interno, si tratta di produzioni spesso indipendenti, quasi mai hollywoodiane, e tese a innovare in diverse direzioni un contenitore narrativo il cui rischio di usura è ormai elevatissimo. Non è un caso che entrambi i film citati siano canadesi, così come canadese è ora questo Our House di Anthony Scott Burns, ulteriore (abbiamo perso il conto sin dai tempi di Amityville...) variazione sul tema della casa infestata da entità maligne.

 Korven è un compositore dalla vocazione squisitamente sperimentale, specializzato nell'utilizzo di materiale etnico e nell’impiego creativo di strumenti inconsueti, tipo il "waterphone", strumento a percussione costituito da una specie di scodella con quantità variabile di acqua e una serie di barre di ottone. Ne consegue che per il musicista la ricerca delle atmosfere, degli effetti, delle sensazioni più adatte passa per un meticoloso lavoro su questi materiali, svolto sacrificando senza esitazioni qualsiasi concessione a convenzioni melodiche non meno che a generici sottofondi del terrore.
 Il risultato è una score molto interessante anche se di ascolto autonomo parecchio ostico. "Headling the lab", ad esempio, si muove in una nebbia densa e agitata di suoni profondi, a contrasto con la tambureggiante "Flee the lab", in un ricercato contrasto di sensazioni; ad accrescere il quale arriva "Aftermath", in cui Korven percorre un sentiero espressivo sognante, quasi liturgico o magico. Su quest'ultimo fronte il compositore chiama in causa anche sonorità più apparentemente tradizionali piegate a brevi linee tematiche, simili a nenie funebri, come il pianoforte e l'organo di "The box" o "The haunting" (anche se lo smisurato laboratorio elettronico di cui dispone resta la scelta più forte), ma non esita a rifarsi ai criteri dell'avanguardia più spinta, con picchi di "musique concrète", tra staccati sfarfallanti e rintocchi cupi, come in "The staircase", o nel brevissimo sospiro di "Shoes".  Naturalmente Korven paga il dazio dovuto a qualche stereotipo, in particolare negli immancabili "stinger" ("Becca tub", "Becca trapped") inseriti a freddo all'interno di pagine per il resto quasi silenziose; "Matt and Ethan" suona nuovamente ieratico, severo, fra sonorità organistiche e celestiali, laddove il gelido, minaccioso "Mr. Gifford" trasmette una impassibile, ostile incomunicabilità.  Con "Watch me while I sleep" si torna alle nebbie impenetrabili dell'inizio, mentre "Now do you believe me?" è pura elettricità sonora di pulsazioni fonde su archi laceranti, accumulati in un crescendo terrificante. Le emulsioni sonore di "Lightbulbs" precedono i riverberi delle tastiere di "Strong signal", ma è finalmente in "Alice" che emerge nel pianoforte l'unico leit-motif della partitura, un'idea bipartita di quattro note, la cui seconda parte svolge funzione di disturbo tonale rispetto alla prima, e che riudremo anche in "Candle and Alice".
 Se "Creepy neighbor" è sospesa alle soglie del silenzio, genuina scary music senza tanti complimenti sono "Peak button", "What ya see", invasa da formicolii degli archi e note alte dei legni, e "Bathroom shadow", arroventata di un sound decisamente alieno; echi lamentosi e sinistri sonagli risuonano in "Never left in me" mentre "Becca in van" fa riascoltare il tema di Alce ma in una forma più desolata e malevola. L'andamento cantilenante, ossessivo torna in "Shadow science" precedendo gli oltre otto minuti apicali di "Becca trapped": qui l'intreccio tra acuminate dissonanze, diluvio esplosivo di "stinger", caos rumoristico e bizzarri effetti percussivi testimoniano la voluta disarticolazione, non solo tonale ma financo acustica, del lavoro di Korven, approdando quasi ad un "suono di natura" chiuso in una coda di agghiacciante potenza. Sino alla riconciliazione di "Release", pagina liquidamente distesa, lirica, con armonie "ambient" di effetto rilassante,
 Musica del disagio, dunque, più che del semplice terrore; che non ambisce mai ad una fruizione gradevole ma lavora in profondità, si addentra negli angoli buî, e lascia alla fine stremati per la sua radicale intransigenza.

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Daniela Bocconi

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