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05 Set2018

Tuareg – Il guerriero del deserto

Scritto da Randolph Carter. Pubblicato in Cinema

cover tuareg newRiz Ortolani
Tuareg – Il guerriero del deserto (1984)
GDM Music 4336
20 brani – Durata: 37'55”

Nella bella scola dei musicisti cinematografici italiani dell’epoca aurea Riz Ortolani rientra a pieno titolo: conosciuto e richiesto a livello internazionale, consacrato da sodalizi prestigiosi (Damiani, Avati; dal 2003 ha scritto unicamente per quest’ultimo e le note nostalgiche della miniserie TV Un matrimonio, estremo suo lavoro prima della morte avvenuta nel 2014, assumono un valore di dolente epicedio), voluto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi per i loro bizzarri e crudeli mondo movies (“More”, scritto per Mondo cane, è tutt’oggi nel repertorio delle orchestre di tutto il mondo), spesso chiamato da Antonio Margheriti, Lucio Fulci, Pasquale Festa Campanile e Tinto Brass, presente in alcuni storici sceneggiati Rai – teleromanzi li chiamavano allora - quali La freccia nera, La cittadella, David Copperfield, Cristoforo Colombo, attivo parimenti nel cinema di genere e in quello autoriale.

Una vena magniloquente, quasi hollywoodiana si alterna a pagine raccolte e meditative; né mancano un’effettistica assai personale ed efficace, il gusto del pastiche, i ritmi leggeri e briosi venati di jazz: insomma, un musicista completo e preparato come ancora ne vorremmo, capace di coniugare piacevolezza ed autorialità. Della sua estesa filmografia molto ancora è inedito (ricordiamo per sineddoche un titolo solo, la splendida score per Sette orchidee macchiate di rosso di Umberto Lenzi); e tuttavia inattesa e sperata qualche preziosa pepita sfugge da ben custoditi archivi, autentica primavera dissepolta. E’ il caso del presente Tuareg – Il guerriero del deserto, musica scritta nel 1984 per il film omonimo di Enzo G. Castellari, qui alle prese con l’avventura esotica dopo tanti western e poliziotteschi. Non risultano altre collaborazioni tra i due (nella filmografia del regista ritornano piuttosto i nomi di Francesco De Masi e Guido & Maurizio De Angelis) e v’è da dolersene dinanzi a questa score di elevata qualità musicale, riesumata dalla GDM nel 2014 (pare dagli archivi della famiglia del compositore) ed offerta in edizione tiratissima a 300 copie. Per una vicenda che intreccia avventura, guerra e vendetta, di sapore quasi salgariano (tuttavia massacri ed efferatezze varie rimandano ad un gusto della crudeltà e dell’eccesso tipico di molto cinema italiano di genere di quegli anni ed impensabile oggi – predominano ora gli intimismi stucchevoli alla Muccino, le sgradevolezze alla Garrone, la pseudoautorialità alla Sorrentino), Ortolani crea una partitura sontuosa e rarefatta insieme, contrassegnata da una leggera coloritura esotica (bonghi, flauti ed oboe orientaleggianti) limitata all’indispensabile per connotare una vicenda che si svolge, dopotutto, nell’Africa sahariana.
      Le venti tracce presenti nel CD, indicate con sigle alfanumeriche, sono sovente di breve durata; parecchie superano di poco il minuto e ciò rischia di produrre un effetto di “mancata soddisfazione”: i singoli brani terminano troppo presto, proprio quando l’orecchio gradirebbe variazioni e sviluppi ulteriori. Meglio, in casi del genere, l’ascolto continuato dell’intero CD, che sopperisce in parte all’impressione di frammentarietà e consente, tramite ideali raccordi, la percezione unitaria, di opera compiuta e dinamica, che diversamente viene a mancare. E allora l’esito è davvero grandioso, tutto si armonizza e trova senso in un continuum di melodie e ritmi e passaggi che si compongono in bella sinfonia. La musica procede in due direzioni, una melodico-avventurosa ed una tensiva. Poco presente invece, e solo attraverso brevissimi incipit l’action music, che pure in una storia del genere ci si attenderebbe abbondante; il che conferisce alla partitura una fisionomia prevalentemente statica, o meglio attendista, il senso d’un evento musicale che non si produce e che pure sta lì, implicito e sotteso vitalismo ritmico agognato e catartico, sempre rinviato.
      Il registro lirico è sviluppato in forma chiusa in “Seq: 1” e “Seq. 20” –ovvero, idealmente, Opening e End Credits -, le quali forniscono la chiave che intona l’intera score e ne imbozzola i vari passaggi e movimenti – e infatti quel materiale tematico, melodico e timbrico riappare, variato e “spurio”, in vari punti del percorso musicale. Bonghi in semisordina e cadenzati cui si unisce l’orchestra remota e in lenta crescita (stilema morriconiano per eccellenza tra l’altro e, vien da dire, di un’intera scuola compositiva) ornata delle fioriture icastiche dell’oboe aprono la “Favola del deserto”, mistica attesa del Meraviglioso: è l’Oriente come da sempre lo hanno sognato gli Europei, quello di Marco Polo, delle Mille e una notte, di tante pagine di Buzzati. Poi il canto profondo del corno, sviluppato e variato a piena orchestra, solennizzato dal controcanto dei fiati (tube probabilmente), che via via si spegne nel ritornante fraseggio dell’oboe. Una composizione per orchestra, legni e fiati che bene regge il confronto con altre più celebri “musiche del deserto”, da Jarre a Morricone a Sakamoto (per tacere di tanti altri) e che infiniti spazi, sovrumani silenzi lascia intravedere al di là delle note. In molti dei brani tensivi il main theme riecheggia come citazione, recupero e frammento, unità primigenia frantumata e galleggiante, scorie di un sogno che s’infrange contro suoni di lama, scoppi improvvisi e laceranti, lacerti sonori di greve staticità.  Si ascolti a mo’ di esempio “Seq. 15” ove ad una inquietante vibrazione elettronica seguono note martellate al pianoforte su sfondo di fiati, poi solo fiati onirici e sospesi, subentra indi la cellula iniziale del main theme affidato al solo oboe, lo segue l’orchestra in tono severo/meditativo, si interrompe per lasciare spazio nuovamente al sinistro vibrare udito in apertura accompagnato da strumentini di dubbia identificazione, ennesima ripresa del tema con orchestra ed oboe in controcanto, chiusa con archi tesi e sospesi. Oppure “Seq. 5” che alterna il leitmotiv eseguito dal corno solo ad attacchi tensivi degli archi. O ancora “Seq. 4” con quegli archi affilati che sfociano e si distendono nella conclusiva ripresa melodica. Ecco, questa “sinfonia del deserto” è concepita come dialettica di opposti, contrastante compresenza di suoni e timbri caldi e schegge d’aspra cupezza. Il tema del deserto è ripreso in “Seq. 3” (oboe e orchestra), “Seq. 8” (chiude con un’impennata drammatica ed inattesa che frantuma l’atmosfera sognante), “Seq. 10” (affidato al corno e brevissimo), “Seq. 13” (ripresa maestosa, molto “classico” e avvolgente, quasi apollineo – ma vi è sotteso il pathos dell’estasi -, evolve poi in forma di love theme nostalgico), “Seq. 17” (ancora oboe, corno, archi pastosi in sfondo ed ancora una chiusa brusca e nervosa dell’orchestra in allarme), e conclude circolarmente la score in “Seq. 20” con l’organico al gran completo e meravigliosa coda di flauto ed archi in dissolvenza.
      Sul versante opposto (e complementare) i brani atmosferici legati a contesti di paura e minaccia; la musica incidental come la chiamano in Spagna, la più indigesta per l’ascoltatore non avvezzo, la più bistrattata dai compositori “colti” e dai critici accademici: i primi le rimproverano l’assenza melodica e non sanno apprezzarla al di fuori della situazione specifica; i secondi vi scorgono la forma più servile di “musica applicata” e, accecati dal pregiudizio, nemmeno si sforzano di distinguere tra l’onesto artigiano e il compositore con tutti i crismi e accomunano nella condanna Bernard Herrmann e i Goblin, tutti egualmente colpevoli. Con Ortolani non si corrono rischi e la musica pensata per lo schermo rimane musica a prescindere dalla destinazione (o nonostante): piena di dignità e pienamente fruibile. E dunque ecco alla portata delle nostre orecchie un grappolo di bei pezzi tensivi elaborati con estrema cura e “riscattati” dalla destinazione d’origine: vi odi il professionista, non il dilettante; il musicista di razza e non il più o meno abile assemblatore di stereotipi. Come detto, si tratta di interventi per lo più statici intesi a creare l’aspettazione di eventi oscuramente minacciosi, insidie nascoste dietro le dune o qualche anfratto di roccia, pericoli incombenti e senza identità. Si avrà modo di saggiare la perizia del compositore in “Seq. 19”: tube, percussioni, corni che estenuano accenni pseudomelodici, fiati onirici a tratti orecchianti il main theme sliricato generano attese tormentose su sfondi remoti. Splendido ed emozionante. “Seq. 18” propone archi in sovracuto e tesissimi che si protraggono sino a sfociare in un botto percussivo; il tutto produce un effetto “fatamorgana” di dissolvenza entro spazi enormi ed ermi. In “Seq. 12” i fiati suscitano quasi un’atmosfera peplum. Interessante e curioso “Seq. 6” che apre con moto di percussioni esotiche seguite da strumentini ed archi in crescendo; cessano poi le percussioni e chiude con i soli archi sospesi. E’ il brano più etnico, e in solido equilibrio fra dinamismo e staticità. Pregevole “Seq. 9” con un bell’effetto “apertura” degli archi e ostinato e contrabbassi torvi.
      E’ in conclusione, questo Tuareg – il guerriero del deserto, un lavoro d’alto artigianato, d’una bellezza melodica, d’un potere evocativo, d’una sapienza orchestrale rari oggidì: è in quella musica lontana tre decenni abbondanti – e paiono assai di più - un’emozione archeologica, il brivido del passato che si fa presente, il transfert nell’aura atemporale del mito.

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Daniela Bocconi

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