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28 Ago2018

Revenge

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover revenge robRobin Coudert (Rob)
Revenge (Id., 2017)
Music Box Records MBR-134
20 brani – Durata: 51'08”

Vendetta, tremenda vendetta. E se l'onta da vendicare è quella del più odioso tra i crimini, lo stupro, si può ben comprenderne il furore sanguinario e la violenza sfrenata. Che poi sia una donna, la francese Coralie Fargeat, a dirigere un film dalle risonanze così francamente e spavaldamente horror, dove un'attraente ragazza si trasforma in uno spietato strumento di morte per i suoi incauti violentatori, ci dice fors'anche quanto (legittimamente) incazzata sia l'altra metà del cielo nei confronti di troppi maschi alfa che, pettorali in mostra e spesso armi in pugno, nonché incapaci di tenerselo nei pantaloni, sono persuasi che le donne siano “cose” di loro proprietà e di rapido e indolore consumo.

 Dunque horror e vendetta, strettamente connessi. Ed a celebrare degnamente in musica l'unione interviene il francese Robin Coudert, in arte Rob, spregiudicato e agguerrito rockettaro transalpino, di classicissima formazione (studi pianistici nientemeno che all'École nationale supérieure des Beaux-Arts parigina) ma dalla vocazione irresistibilmente “electro-pop” e con un curriculum già ultradecennale nel mondo delle colonne sonore, trasversalmente ai generi, dalla commedia di Tutti pazzi per Rose al fantastico di Planetarium e, soprattutto, horror da ultima spiaggia come Amityville: il risveglio e il remake di Maniac.
 Tutta la truculenta vicenda di Revenge è inscritta da Coudert in una cornice bellicosamente techno, inchiodata su ritmi ossessivi, ipnotizzanti e da industrial music, come dimostrano indubitabilmente brani quali “Revenge” e “Revenge pad” (il secondo è la traccia più lunga, con oltre otto minuti che non finiscono mai), che sembrano ispirati alle angosciose, funebri litanie synth di John Carpenter e Alan Howarth, ma aggiornate alle atmosfere psicologicamente instabili evocate da Cliff Martinez. L'andatura scelta dal musicista è prevalentemente quella di una marcia continua, implacabile, scandita dai bassi e sovrastata da scariche, distorsioni, riverberi o sinistri lampi di melodia; mentre i tre capitoli in cui si suddivide “Rape” paiono scaturire da abissali recessi sonori, dove si annidano minacciose pulsazioni primordiali (“Part 1”), o si alzano sibili torturanti (“Part 2”), o ancora si dipartono inni pagani dall'incedere brutale (“Part 3”).
 Lungi però dall'enfatizzare il crudo realismo delle violenze rappresentate, l'affresco elettronico di Coudert sembra a tratti volerlo esorcizzare in una direzione surreale, quasi onirica, da cui non sono escluse sfumature autoironiche, caricaturali e grottesche, come in “Eagle hero” o “Duel”: in questi casi le risorse dell'elettronica sono utilizzate da Coudert per ottenere una ritmica vivacizzata e spigliata, mentre “Venom” ricorda qualcosa dei nostri Goblin nel brulicare veloce delle tastiere, e nel tenue disegnino discendente ripetuto all'infinito in “Naked man”; così come nell'interminabile, semplicissima cantilena di “Eagle soul”, sembra che il musicista ricerchi, a modo suo, un qualche spiraglio di quiete. Ma è un'illusione di breve durata.
 Sorgendo, come spesso accade in questa score, dalle profondità di un silenzio ostile, “Casbah part 1 e 2” evocano una nuova coltre di suoni metallici e non umani, alterati nel ritmo e sghembi nell'andatura, accentuando quella deriva rumoristica che scorre sottotraccia in tutta la partitura.
 La lunga chiosa di “Revenge slowpads” non ambisce certo a ricapitolare temi che non esistono o a unificare materiali e spunti che hanno invece nella dispersione, nella polverizzazione il proprio punto di forza; piuttosto si tratta di un ultimo momento processionale, quasi ieratico, attraversato da accordi lunghissimi e armonicamente instabili – o palesemente storpiati – sino a una conclusione che non ha nulla di liberatorio o consolatorio, ma anzi lascia intatto il sentimento di rabbiosa claustrofobia e disperazione che avvolge la feroce protagonista: trasmettendo una volta in più una sensazione di disagio fisico e ambivalenza psicologica (per quanti torti orribili abbia subìto, come si può stare dalla parte di una così?) raramente espressa con tanta efficacia dal linguaggio dei suoni.

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Daniela Bocconi

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