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27 Ago2018

Adrift

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover adriftVolker Bertelmann (Hauschka)
Resta con me (Adrift, 2018)
Sony Classical 19075865002
18 brani + 1 canzone – Durata: 49'23”

Conosciuto con lo pseudonimo di Hauschka, il tedesco Volker Bertelmann ha firmato nell'ultimo decennio una serie di partiture filmiche, dapprima in patria poi all'estero (la più nota è Lion – La strada verso casa, scritta insieme all'americano Dustin O'Halloran), il cui notevole interesse risiede principalmente nel profilo e nel curriculum di questo artista.

 Pianista precocissimo, Bertelmann è stato attratto fin dall'adolescenza dal quell'universo pop-rock sperimentale che nel suo paese ha sempre dato frutti eccellenti. Tuttavia non si è mai dimostrato interessato alle esperienze più avanzate e visionarie del krautrock tipiche, per fare alcuni esempi attinenti al cinema, di gruppi come i Tangerine Dream o i Popol Vuh. Piuttosto ha ben presto integrato la propria formazione con interessi in altri campi, studiando medicina ed economia, per rivolgersi infine esclusivamente alla musica dove è divenuto uno dei massimi esperti ed esecutori di pianoforte preparato (“The prepared piano” è il titolo di un suo album del 2005), che Bertelmann sottopone ad ogni sorta di manipolazione e commistione di materiali introdotti fra le corde e i martelletti dello strumento (lembi di pelle, fogli di alluminio, pezzi di gomma, nastro adesivo ecc.). A tale audacia e spregiudicatezza tecniche non corrisponde però un linguaggio aggressivamente postmoderno o d'avanguardia, bensì un impeto postromantico, una sensibilità spesso elegiaca e comunque squisitamente umanistica, sempre sorretto da un'ansiosa ricerca melodica, che spiega probabilmente la riuscita dei suoi contributi in vicende dai toccanti risvolti personali e psicologici, ma anche in storie di riscatto individuale e/o collettivo dai forti contrasti drammatici.
 Adrift (letteralmente “alla deriva”: chissà a chi è venuto in mente il solito stolto titolo italiano) di Baltasar Kormákur, con cui il regista islandese torna dopo il mediocre Everest sul tema eterno della lotta tra uomo e ambiente, appartiene senz'altro a questa categoria raccontando – da una vicenda reale degli anni '80 - la strenua battaglia per la sopravvivenza di una coppia, in particolare di una donna, dispersa in mare a bordo di un'imbarcazione semidistrutta da un uragano che ha lasciato anche l'uomo gravemente ferito.
 Rivolgendosi ad un felice amalgama tra orchestra d'archi e tastiere elettroniche utilizzate prevalentemente nel registro medio-acuto (ossia senza scossoni percussivi), Bertelmann approccia la storia dal suo versante più intimista e malinconico, quasi rassegnato, senza impennate né titanismi fuori luogo, restituendo efficacemente l'affascinante ma minacciosa, indifferente ostilità di una natura (in questo caso il mare) che prendiamo troppo spesso sottogamba. Così l'inquietante “Opening” si distende in un paesaggio di brividi sonori sottotraccia, in un'atmosfera vagamente new age ma composta e raccolta, mentre già “Destination unknown” chiama in causa il piano e gli archi in una pagina modulata fra tonalità minori accorate e piangenti (quantunque mai lacrimevoli: c'è una differenza...) ottenuti con gli ampi fraseggi dei violoncelli e gli appassionati arpeggi del pianoforte. Già da qui, e più ancora in “Tami meets Richard”, appare chiara una significativa divisione di ruoli fra archi e piano: ai primi, con movenze nervose e irrequiete o dissonanze ispide, compete un'allarmante funzione di tensione e suspense fatti salvi alcuni episodi nettamente isolati dove prevale un cantabile disteso e supplicante; al secondo vanno ascritte vere e proprie fasi concertanti che lo trasfigurano in una specie di voce umana disperatamente decisa a sopravvivere.
 Intendiamoci: il tutto non è completamente esente da un certo rischio di monotonia, soprattutto sul fronte delle armonie spesso iterate e avvitate su se stesse (”Eerie knock”), ma la raffinatezza di scrittura e strumentazione di Bertelmann vi prevale anche grazie a quella felice ispirazione melodica e neo (o post) romantica cui accennavamo sopra, evidente nelle solari oasi liriche di “Dinner sunburnt” o “So far North”, quest'ultima adagiata su un soffice tappeto di archi che sostiene le brevi, titubanti e meste frasi del piano.
 Degna quasi dei grandi momenti quartettistici del Novecento è “Hang left sail to Hawaii”, dove riaffiora la formazione severamente classica del compositore, mentre “10 days adrift” recupera i foschi pensieri musicali di “Opening” trascolorandoli però in nuovi, scarni e penetranti assoli degli archi; man mano che procede infatti la partitura è sottoposta ad un processo di progressiva, estatica rarefazione timbrica (“Will you marry me”), incupendosi saltuariamente in perturbanti grovigli di suono movimentati da sotterranee pulsazioni percussive (“Cross the horizon”), culminanti nel lungo, bellissimo, sospiroso adagio per archi e piano di “Salvation”.
 (A proposito, cari compositori e care case discografiche, potreste gentilmente istituire una moratoria sui titoli di tracce che fanno spudoratamante spoileraggio, tipo “Death of” Tizio, o “Rescue of” Caio?... Non è detto che tutti coloro che ascoltano una OST abbiano già visto il film... Grazie, molto gentili).
 Dopo la chiosa misteriosa e impressionistica di “The storm”, le cui vibrazioni e i cui fruscii sembrano scaturire direttamente dalle onde e dalle profondità degli abissi, c'è anche il tempo per la tenera ballata per voce e chitarra “I hope that I don't fall in love with you” offerta dalla freschissima voce della pur ultraquarantenne cantante islandese Emiliana Torrini Davíðsdóttir, origini napoletane come attesta il suo primo cognome.
 Si tratta della ciliegina sulla torta di una score toccante e coinvolgente, che autorizza ad attendere con grande curiosità le prossime prove cinematografiche di questo eclettico ma rigoroso e sensibile compositore, come Hotel Mumbai, dedicata ai devastanti attentati firmati nel 2008 dal terrorismo islamico in India, o Ashes in the Snow, dramma familiare vissuto dalla prospettiva di un adolescente nella Siberia funestata dalle truci deportazioni staliniste.

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Daniela Bocconi

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