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01 Dic2015

Robocop & Conan the Barbarian

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

Basil Poledouris
Robocop (Id., 1987)
Milan 399 715-2
23 brani – Durata: 56’32”



Basil Poledouris
Conan il barbaro (Conan the Barbarian, 1982)
Transcribed for organ by Philipp Pelster
Naxos 8.373444
16 brani – Durata: 64’24”



Settant’anni fa nasceva Basil Poledouris (Kansas City, 21 agosto 1945 – Los Angeles, 8 novembre 2006), all’anagrafe Basilis Konstantine date le sue origini greche che ne influenzeranno non poco la formazione culturale, soprattutto dal punto di vista della religione ortodossa. Poledouris è stato un compositore che ha fortemente ed entusiasticamente influenzato un genere, l’action movie, e che soprattutto negli anni ’80 è stato in prima linea al fianco di registi muscolari, aggressivi e spavaldamente reazionari, fieramente dediti allo scontro fisico e alle prove di forza bruta.

Vuoi per la sua prematura scomparsa a causa di una grave malattia, vuoi forse per questa vena “politicamente scorretta”, vuoi infine per la rigogliosa, rutilante e a volte un po’ superficialmente ridondante coloritura sonora delle sue partiture, Poledouris non ha goduto della stima e del credito riservati a molti suoi colleghi, guadagnandosi tuttavia l’entusiasmo di una ristretta cerchia di fan che nelle sue pirotecniche partiture non cercano – né potrebbero rinvenire – finezze leitmotiviche o arabeschi strumentali bensì emozioni forti, temi marzialmente squadrati e accenti sgargianti.
Ora due uscite discografiche ci aiutano a ricordare e ricollocare correttamente questo artista riproponendoci due score celeberrime, forse le più famose di Poledouris, legate al cinema di altrettanti autori ottimamente rappresentativi di quel filone action-tradizionalista cui accennavamo sopra, e cioè Paul Verhoeven e John Milius. Si tratta di score che godono già di un’ampia discografia, eppure queste ultime uscite – al di là dell’occasione fornita dall’anniversario – presentano entrambe, soprattutto la seconda, validi motivi di interesse. Robocop è la seconda delle tre collaborazioni di Poledouris con Paul Verhoeven, dopo il ribollente e lussuoso affresco fantasy-medioevale di L’amore e il sangue (1985) e prima di Starship Troopers – Fanteria dello spazio (1997), forse la summa della poetica nazi-adrenalinica del regista olandese; ma delle tre è forse la partitura più nota, anche perché intimamente connessa alla fortuna del film, un fanta-poliziesco durissimo, iperviolento e “sporcato”, ambientato in una ipotetica società distopica dove non si sa se son peggio le ciniche e affaristiche multinazionali della sicurezza o una criminalità di allucinante ferocia. A quasi trent’anni dalla prima uscita in vinile e ad undici dall’edizione ampliata Varèse, la francese Milan riprende ora la ristampa Intrada del 2010, che aggiungeva quattro tracce alle precedenti edizioni, e ci rioffre, nella smagliante esecuzione della London Sinfonia sotto la direzione brillantissima di Howard Blake e Tony Britton, una “definitive edition” di grande impatto. Il primo dato che emerge è l’astuta, ben dosata commistione che Poledouris operò fra elementi elettronici, futuristici, e trattamento orchestrale: un cocktail riconoscibile sin dal frammento dei “Main title”, ma poi anche in “Have a heart”, “Robo lives” (basata su un disegno ostinatamente ripetuto dal synt)  e nell’energica, rocciosa “Van chase”. Poledouris va subito al sodo, i temi – elementari – si snodano per scale intere, le armonie sono brutali, quasi rozze, le dissonanze sparpagliate ovunque. Nell’organico orchestrale dominano percussioni e ottoni incalzanti, e persino in “Murphy dies” l’aspetto luttuoso è sovraccaricato di una pesante, metallica aggressività sonora. Ma bisognerà attendere la metà di “Drive montage”  e poi “Helpless woman” per ascoltare il celeberrimo “Robocop theme”, baldanzoso e martellante, che resterà associato al protagonista anche nel sequel del ’90 (che ebbe però musiche di Leonard Rosenman) e nel terzo capitolo del ’93, che impegnò nuovamente Poledouris.
Sul traino di un tema così semplicemente efficace e memorizzabile che Poledouris può poi concedersi momenti di autentico divertissement, motivati anche dai diversi piani narrativi del film (che contiene finti telegiornali, finte inserzioni pubblicitarie, e così via); ecco allora “Nukem”, guizzante di autoironia, o l’etereo “Murphy’s dream”, che collega esplicitamente il sound elettronico ai ricordi che affiorano nella mente dell’agente cibernetico, ma nel quale l’esposizione del tema principale, rallentata in archi e ottoni, acquista particolare spessore drammatico. In realtà, malgrado il taglio decisamente tragico e la visione apocalittica che Verhoeven ha della società (e si parlava di trent’anni fa!), nella partitura di Poledouris sembra prevalere una sinistra, accecante luminosità: qualcosa come i bagliori del metallo che le armi riflettono, ben resi ad esempio negli incandescenti impasti sonori di “Directive 4” e soprattutto nel quasi ricapitolatorio “Looking for me”, gonfio di ottoni, trilli perforanti dei legni, esplosioni percussive. Ancora una volta, non si percepisce un ordine nel caos programmato del musicista, ma piuttosto un furioso horror vacui nel quale le sue fiammeggianti e travolgenti visioni trovano la propria giusta collocazione.
Ma forse da un punto di vista squisitamente editoriale, l’uscita della Naxos riveste un interesse ancora maggiore. Ci troviamo infatti in presenza di un’operazione assolutamente inedita, ossia della trascrizione di una partitura orchestrale (nella fattispecie, quella che Poledouris scrisse per il film di John Milius che nell’82 lanciò la stella di Arnold Schwarzenegger) per organo a canne. Philipp Pelster, il giovane organista e docente tedesco che ha curato la versione, spiega bene nelle sue note il perché di questa eccezionalità. All’organo a canne, infatti, strumento per eccellenza del barocco, sembrano precluse alcune caratteristiche dell’orchestra, come il ruolo delle percussioni o la resa dei glissando; ma proprio qui consiste la sfida di Pelster, che si è prefisso di integrare queste parti soprattutto lavorando sui pedali e agendo sullo spettro dinamico. In ciò lo strumentista è agevolato dalle straordinarie potenzialità e caratteristiche dello strumento a disposizione, l’organo Glatter-Götz-Rosales della United Church of Christ a Claremont, in California, un macchinario dalla voce potente e morbida insieme, che sembra prestarsi con particolare favore a questo tipo di operazioni. Resta il fatto che la partitura di Poledouris, improntata ad un fantasismo lussureggiante e primitivista, acquista nella versione di Pelster tonalità del tutto particolari: le sonorità dell’organo infatti le conferiscono un’aura ieratica, solenne, rituale, trasformando i timbri dark dell’originale in un’incombente cattedrale di armonie e rovesciandone il paganesimo fumettistico in una chiesastica compostezza.
Da “Theology/Civilization” a “Anvil of Crom” i temi di Poledouris, espropriati dell’effettismo rumoreggiante dell’orchestra, vengono scarnificati e ridotti alla propria essenza appunto barocca, in alcuni casi addirittura bachiana, mentre con il sapiente gioco di pedali Pelster riesce anche a supplire al timbro originario delle percussioni, come in “Pits of fight”. Alcune pagine, quali la lunga “Conan leaves Valeria/The search” e soprattutto “Funeral pyre”, attingono ad una imprevedibile dimensione sacrale, tale da suggerire l’ipotesi che Poledouris pensasse già a questa possibilità in sede compositiva: un po’ quel che avviene con le sinfonie di Bruckner, in alcuni passaggi delle quali si avverte con chiarezza la formazione organistica dell’autore.
Qualche problema insorge con le pagine d’azione, come “ Battle of the mounds” poiché non siamo in presenza di uno strumento particolarmente dotato di agilità o predisposto a bruschi cambi di passo ritmici. Ma Pelster è incredibilmente abile nel plasmare le dinamiche e nella selezione dei registri, cosicché anche queste lacune vengono ampiamente compensate, traducendosi oltretutto in una straordinaria impressione di coerenza e unità espressiva, che attenua o cancella del tutto i limiti di scrittura (soprattutto in materia di contrappunto) dell’originale per orchestra.
Un’operazione che non crediamo sarebbe spiaciuta a Poledouris, il quale avrebbe probabilmente intuito nell’organo a canne l’adeguata cassa di risonanza per quella grandiosità arcaica e in qualche modo liturgica (“Orphans of the doom” si apre con una citazione del Dies Irae) cui la sua musica costantemente aspirava.

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Daniela Bocconi

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