21 Apr2015
21 Jump Street & 22 Jump Street


Mark Mothersbaugh
22 Jump Street (Id., 2014)
21 Jump Street (Id., 2012)
La-La Land Records LLLCD 1321 - Edizione limitata 2000 copie
Cd 1, 22 brani – Durata: 50’01”
Cd 2, 18 brani – Durata: 38’05”
La serialità televisiva produce una tipologia di soundtrack piuttosto ben definita e riconoscibile, che spesso si trasferisce anche sul grande schermo nel caso di versioni cinematografiche, un po’ com’è accaduto con Mission: impossibile. Soprattutto le serie “action”, infatti, vibrano di partiture scattanti, essenziali, ritmatissime, molto frammentate (ricordano appunto i lavori di Lalo Schifrin), dai temi facilmente memorizzabili e dal sound appetibile per un pubblico giovanile.
Scritte per un vasto organico orchestrale rinforzato dalle tastiere e poste sotto la direzione millimetrica di James T. Sale, le due partiture hanno in comune un tema conduttore tipicamente anni ’80, sincopato e immediatamente orecchiabile la cui caratteristica è quella di poter passare da versioni scatenate in puro stile technodance (“Preivously on Jump Street”, “Spring break”) a spavalde esposizioni per corni e percussioni (“Golf Cart chase”) a imprevedibili, quiete riletture per celli e arpa o piano e archi (“End of a relationship”, “Separation”) o ancora essere offerto in forma di autentico, metidabondo adagio (“Reunited”); l’uso del leit-motiv è insomma prettamente televisivo, ossia un elemento multifungibile e riconoscibile che si presti docilmente ad accelerazioni, rallentamenti e variazioni d’ogni sorta. In un’altalena stilistica continua, Mothersbaugh pesca a piene mani sia in uno stile forsennato e a raffica (“Lambo chase”), dove le tastiere sono utilizzate soprattutto per imprimere al ritmo una velocità supersonica, sia in una tavolozza più composita e polimorfa, dove mentre gli ottoni seghettano brutali il tema principale gli effetti metallici della percussione creano un’atmosfera meccanica e tipicamente da discoteca (“Girl fight/Beach Fight”). Questa tendenza postmoderna, molto sbilanciata sul versante della più smaccata musica di consumo, sembra prevalente in 21 Jump Street; se nel secondo capitolo infatti, il linguaggio appare più convenzionalmente sinfonico e descrittivamente mirato, a cominciare dal trattamento del leit-motiv, nel primo appaiono accentuati sia il divertissement tecnologico che le palpitazioni ritmiche, gli echi, i riverberi, i tintinni e le sonorità ricercatamente artificiose. Pure, non mancano i momenti squisitamente orchestrali: in “Back together” ad esempio proprio il tema principale si divide tra un’apertura trionfale , quasi pomposa e una chiosa lirica e sommessa, e “Korean Jesus” porge tra archi, pianoforte e celesta una specie di visione di misticheggiante trasparenza. Affiorano anche pulsioni prettamente rockettare, memori delle origini di Mothersbaugh, come in “Back meet” o “Party prep and fight”, o campionature di sound alternate a venature western (“Running out of time”); il tema principale è onnipresente ma incessantemente manipolato e variato, e perlopiù in chiave romantico-meditativa (“Fired”) o dichiaratamente epico-eroica (il finale di “Shoot out”). Le pagine d’azione comunque soccombono senza opporre resistenza alla verve scoppiettante ed anche musicalmente acrobatica, tipo Squadra speciale Cobra 11 per intenderci, ma l’alternanza con momenti più pensosi e meno genericamente movimentati (“The kiss”) è continua, e produce una dialettica che giova al risultato complessivo. Si tratta ad ogni buon conto di due score sicuramente divertenti, che non stanno mai ferme un attimo, seguendo con tutta evidenza le logiche e le esigenze di un racconto scalmanato e picaresco. Il tutto ricapitolato in un “21 Jump Street end credits” che farebbe faville in qualsiasi pedana da discoteca, comprensivo di sirene della polizia, pompato a tutto volume tra luci psichedeliche e ragazzini bisognosi di sfogare la propria motricità.
