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09 Mar2014

Jacques Demy/Michel Legrand - L’intégrale & Anthology

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

Michel Legrand
Jacques Demy/Michel Legrand - L’intégrale (2013)
Universal Music France 534 215 9
11 cd – Booklet a colori di 59 pagg. con testo e intervista al compositore di Stéphane Lerouge
Cd 1, Les Parapluies de Cherbourg, 21 brani – Durata: 63’
Cd 2, Les Parapluies de Cherbourg (part 2), Lola, La Baie des anges, Les Sept péchés capitaux, 32 brani – Durata: 72’
Cd 3, Les Demoiselles de Rochefort, 15 brani – Durata: 50’
Cd 4, Les Demoiselles de Rochefort (part 2), L’Evénement le plus important depuis que l’homme a marché sur la lune, 19 brani – Durata: 57’
Cd 5, The Young Girls of Rochefort (vers. inglese), 17 brani – Durata: 60’
Cd 6, Peau d’âne, 33 brani – Durata: 72’
Cd 7, Lady Oscar, 19 brani – Durata: 56’
Cd 8, Parking, Trois places pour le vingt-six, 32 brani – Durata: 77’
Cd 9, Suites symphoniques et versions instrumentales, 14 brani – Durata: 69’
Cd 10, Séances de travail, maquettes et play-backs, 21 brani – Durata: 60’
Cd 11, Demy et Legrand interprétés par…, 18 brani – Durata: 73’



Michel Legrand
Anthology (2013)
Universal Music France 534 556 9
15 cd – Booklet a colori di 70 pagg. con testo-intervista al compositore di Stéphane Lerouge
Cd 1, I love Paris, Legrand in Rio,  27 brani – Durata: 75’
Cd 2, Legrand Jazz/Michel Legrand Big Band plays Richard Rodgers, 22 brani – Durata: 75’
Cd 3, Hommage à George Gershwin, 6 brani – Durata: 65’
Cd 4, Stan Getz, Communications ’72, Bud Shank plays Michel Legrand,  20 brani – Durata: 79’
Cd 5, Arrangements et chansons originales, 22 brani – Durata: 60’
Cd 6, Michel Legrand chante et s’accompagne, Serenades du XXème siècle, 27 brani – Durata: 72’
Cd 7, Jacques Demy et Michel Legrand, 24 brani – Durata: 75’
Cd 8, Jazzic in classic (album inédit), 11 brani – Durata: 67’
Cd 9, Ouvrages symphoniques,  8 brani – Durata: 73’
Cd 10, Interprètes internationaux,  19 brani – Durata: 65’
Cd 11, Spectacles musicaux, 28 brani – Durata: 75’
Cd 12, Dessins animés, 32 brani – Durata: 75’
Cd 13, Hommage à Alain Delon, 24 brani – Durata: 77’
Cd 14, Joseph Losey et Michel Legrand, 19 brani – Durata: 64’
Cd 15, Films américains, 23 brani – Durata: 70’



Ventisei cd, per quasi trenta ore di musica. Non è l’opera omnia di Michel Legrand, manca buona parte della produzione americana, manca il periodo nouvellevaguista: ma sicuramente vi si avvicina molto, specie ove si consideri che – ad esempio – le due lacune succitate sono colmate dalla medesima etichetta con altri due album separati ed un cofanetto supplementare di 4 cd. Comunque i due monumentali box della Universal Music France ci invitano a scalare la montagna di musica creata da questo compositore leggendario e insieme lieve, profondo e scorrevole ad un tempo: uno dei pochi, veri poeti del suono viventi. Una summa creativa sterminata, inarginabile, quella di Legrand, che continua a lasciare sbalorditi nel tempo per varietà, eterogeneità, trasversalità di stili e modi, quantità di contributi artistici, ma contemporaneamente anche e soprattutto per la coerenza intima di uno stile sfaccettato e multiforme, quasi camaleontico. Legrand chansonnier, Legrand sinfonista, Legrand pianista e jazzista, Legrand cantante, Legrand direttore…

Un labirinto entusiasta ed entusiasmante, un laboratorio continuo di creatività dai percorsi spesso intrecciati e sovrapposti, che testimonia il dato più forte della poetica legrandiana, ossia la multiformità, il polistilismo, il cavalcare in leggerezza e appassionatamente ogni genere musicale, declinando scopertamente i propri amori (il jazz classico americano, lo swing, la canzone d’autore francese, il sinfonismo tardo romantico) e mescolandoli in un linguaggio inconfondibile eppure sempre aperto, cosmopolita, “laico”.
Ed è seguendo questo linguaggio ed il suo costante evolversi, svilupparsi, moltiplicarsi, che converrà accostarsi ai due sontuosi oggetti discografici qui presenti, smarrendosi gioiosamente fra le narrazioni musicali dell’82enne maestro francese, e tuttavia tenendo diritto il timone, il punto di osservazione privilegiato della sua vocazione, costantemente guidata da strutture portanti, legami privilegiati, precise costanti stilistiche e linguistiche. Un “musicista al plurale” insomma, come non a caso s’intitola un suo ulteriore album della collana Universal.
Il cofanetto-Demy rappresenta un’operazione monografica tanto preziosa quanto commovente. Il rapporto fra il regista e il musicista di Les Parapluies de Cherbourg è stato un sodalizio di elezione, un legame umano ed artistico durato quasi un trentennio dipanato lungo nove film oltre a molti progetti e abbozzi, da Donna di vita (1961) a Trois places pour le 26 (1988) passando per l’incompiuto Anouchka; ed è stato un rapporto fondato su un atteggiamento speculare nei confronti dei rispettivi campi creativi. Demy infatti pensava musicalmente il cinema esattamente quanto Legrand pensa cinematograficamente la musica. Un metodo, un atteggiamento spirituale prima che tecnico o artistico, che Legrand spiega diffusamente nella splendida intervista – non priva anche di toccanti risvolti privati e personali - rilasciata nel booklet a Stéphane Lerouge, cui si deve anche la recente stesura dell’autobiografia del compositore, “Rien n’est grave dans les aigus” (2013, ed. Le cherche-midi, Parigi); un atteggiamento che ha portato la coppia a trovare una sintonia quasi simbiotica in operazioni difficilissime, temerarie, come i due film-opera interamente cantati secondo uno schema di recitativi, arie, canzoni, intermezzi sinfonici, che sono Les Parapluies de Cherbourg e il meno fortunato Les Demoiselles de Rochefort, qui presenti non solo nelle due versioni integrali originali, ma nelle due travolgenti suites sinfoniche ricavate (complice l’arpa emozionante e oceanica di Catherine Michel, consorte del maestro), e il secondo anche nella versione anglofona, oltre che in numerosi estratti canori e strumentali. Ma qui si va anche alla scoperta di partiture meno note del sodalizio, come Donna di vita, La grande peccatrice, Parking… Forzieri di canzoni e soluzioni strumentali deliziose, soavi e/o amare, tutte rigorosamente in versione originale, e che consentono quindi di recuperare tutto il valore del cinema musicale di Demy, il cui mondo poetico oscillava tra un disincanto molto francese e una “sensiblerie”, un umorismo malinconico di marca esistenziale. Si rincorrono voci leggendarie, come in Trois places pour le 26 quella di Yves Montand, o quella, lieve e vibratile, dello stesso Legrand, che si esponeva come cantante quasi mosso da necessità etica, e si produceva in virtuosismi e acrobazie spericolate, non prive di un atteggiamento quasi clownesco. Per non parlare degli ospiti illustri che hanno cantato o eseguito nel tempo i temi di Legrand per Demy; in questo senso il CD n. 11 è illuminante, offrendo versioni degli hit principali dal violino di Stéphane Grappelli al sax di Bud Shank, dalle voci di Astrud Gilberto e Josè Bartel a Sergio Mendes e i suoi leggendari Brazil ’66, dal crooner Tony Bennett al Trio Trotter. La musica del compositore per questo regista sembra così trasformarsi d’incanto in un enorme contenitore di materiali diversamente fungibili, assaporabili sia attraverso i testi sia nelle versioni e letture strumentali; in questo senso le suites sinfoniche sono rivelatrici, perché dischiudono l’orizzonte complesso e imperiosamente neoclassico del musicista. Si ascolti l’impatto bachiano, geometrico, della suite da Pelle d’asino, che inizia con un formidabile fugato barocco: non si dimentichi che Bach è sicuramente fra i numi tutelari di Legrand, e che più in generale l’attenzione, la tensione verso la “forma”, verso la struttura interiore e intima delle partiture è uno dei riferimenti costanti del compositore. E per approfondire e capire meglio il suo metodo di lavoro, la genesi della sua opera, ecco allora che nel CD n. 10 una serie di registrazioni di prove, play-back e sedute di lavoro ci svela il lato più segreto del maestro, il suo incessante lavorìo sui materiali, la sua elaborazione delle idee e dei temi, quell’insieme in altre parole che costituisce dietro le quinte il reticolato delicato e unico del suo comporre. In sintesi, se è vero che Les Parapluies de Cherbourg, con il suo ininterrotto flusso melodico, la sua alternanza di momenti sereni, trepidanti con improvvise ombre e sublimi malinconie, e soprattutto con il suo straziante, irresistibile motivo conduttore, è il capitolo più noto di questo sodalizio, non è men vero che l’intero opus Demy-Legrand svela gioielli inestimabili di qualità musicale e di eclettismo stilistico. A testimonianza di un connubio che era davvero intimo, psicologico, culturale e “sentimentale” prima ancora che artistico (non va dimenticato che Legrand, musicista della Nouvelle Vague, aveva musicato anche Cléo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda, moglie di Demy), e le cui ragioni risiedono come si è detto in un comune sentire il cinema come parte di un più vasto disegno, in una complicità profonda nell’atto della creazione cinematografica intesa quale tappa di un processo che coinvolgeva la musica come elemento fondante, costitutivo.
Allargando il campo di osservazione ecco il secondo, impressionante box Universal, i cui capitoli scandiscono monograficamente sia tappe creative, sia apporti e contributi, del e verso il compositore. Confesso che l’ascolto corre al CD  n.3, che ci rivela Legrand direttore d’orchestra e pianista praticamente classico, impegnato nella Rapsodia in blue e nell’”Americano a Parigi”, oltre che nei tre Preludi per piano, di George Gershwin. Stupisce lo stacco lentissimo, meditato dei tempi (il glissando iniziale del clarinetto nella Rapsodia sembra non finire mai), la sfavillante, briosa tessitura strumentale, la trasformazione in senso neoclassico dei passaggi più jazzistici e, per converso, la resa più jazzistica di alcuni passaggi sinfonici. Qui davvero Gershwin è visto da un lato attraverso Ravel e Debussy, dall’altro come precursore di molte sonorità pop moderne. Ma poi i percorsi, qui, davvero si diramano e si moltiplicano pressoché infinitamente. Ritroviamo, nel CD n. 7, ancorché compulsato, il sodalizio con Demy ma, ad esempio, nel CD n. 14 quello con il regista americano trapiantato in Inghilterra Joseph Losey; cui Legrand regalò quella incredibile, magistrale partitura di variazioni per piano e orchestra che è Messaggero d’amore, oltre a Eva e Le strade del Sud. E sempre procedendo per dediche, l’omaggio a Alain Delon, che oltre a prodursi in una propria versione di “Les moulins de mon coeur”, l’ipnotizzante, carezzevole cantilena da Il caso Thomas Crown, fu il protagonista di La piscina di Deray, morboso thriller su un triangolo perverso con musica insinuante, sensualissima, e di I senza nome di Melville, la cui partitura venne respinta e sostituita da quella di Éric Demarsan ed in questa occasione preziosamente recuperata. Tuttavia larga parte degli album contenuti spaziano sull’”altro” Legrand, il jazzista di “I love Paris”, il big band leader che riesegue con una verve pirotecnica alcuni tra i principali successi da musical del duo Rodgers-Hammerstein, lo chansonnier che si esibisce in serenate, in canzoni d’impianto quasi liederistico, stornelli, melodie di ogni ordine e grado. E poi c’è il jazzista puro che aggredisce nel CD n. 8 (inedito, nel senso di esente da brani ristampati) pezzi impervi come “Blue rondo à la turk” di Brubeck o “‘Round midnight” di Monk o la sua stessa “Watch what happens” da Les Parapluies, e che con il supporto della moglie arpista, si affida a talenti del sassofono come Stan Getz, Phil Woods e Bud Shank per versioni scattanti, roventi e fantasiosamente ritmate. Stupefacente il “Legrand in Rio” del CD n. 1, dove la trappola dell’esotismo viene evitata in direzione di un virtuosismo sbalorditivo, e straordinario il CD n. 10 in cui una crestomazia di interpreti sfila e fa a gara nel proporre i pezzi legrandiani, da Sarah Vaughan a Tony Bennett, da Barbra Streisand a Michael Jackson, da Jessye Norman a Louis Armstrong; in ciò accostabile al CD n. 3, in cui cantanti come Jacques Brel, Maurice Chevalier, Claude Nougaro, Charles Trenet, Yves Montand, Juliette Grèco o Mouloudji si accostano alla chanson legrandiana accarezzandola con affetto e devozione, sortendo risultati poetici a volte di inesprimibile emozione.
E poi c’è il poco noto Legrand dei musical, che invece costituiscono un capitolo cospicuo del suo opus, con titoli come Montecristo o Le bistrot, che palesano senza ombra di dubbio le radici e gli amori operistici del musicista; ancor più curioso, anche perché assai ricco, il Legrand compositore per film di animazione come Oum le dauphin blanc o Il flauto a sei Puffi, partiture dove l’aspetto più leggero e si direbbe infantile del musicista viene a contatto con un’ispirazione giocosa, liberissima fin quasi all’anarchia. C’è ancora, il Legrand compositore per se stesso come regista, attraverso un paio di rarities, e quello del cinema americano, rappresentato qui dall’indimenticabile, struggente tema per Quell’estate del ’42 ma anche da ampie suites per Se non faccio quello non mi diverto, titolo italiano di rara idiozia per “Portnoy’s lament”, dal celebre romanzo di Philip Roth, e per il bellico Ardenne ’44: un inferno di Pollack; rapporto complicato quello di Legrand con Hollywood, ma nello sviluppo del quale il compositore non ha mai abdicato ai propri valori e punti di riferimento stilistici, alla propria scrittura trasparente e intensa, al proprio stratificato linguaggio espressivo. Citiamo per ultimo il Legrand sinfonista (CD n. 9), che rappresenta forse uno dei lati più entusiasmanti e ricchi del maestro: egli vi fa infatti confluire tutta la propria cultura classica, mescolata, “contaminata” con influssi jazzistici, aspirazioni operistiche, slarghi cantautoriali, stupefacenti aperture liriche e riverberi barocchi. La suite sinfonica da quel capolavoro assoluto che è Yentl, di Barbra Streisand, si carica di un pathos quasi insostenibile nell’esposizione e rielaborazione leitmotivica, ma ancora più interessanti sono i “Sauts d’octave” per tromba e orchestra, le “Pastorales de Noël” per flauto e il “Mouvement” per flauto e orchestra, con solisti del calibro di Maurice André, Jean-Pierre Rampal e Alain Marion: pagine che illustrano la dimestichezza, la consuetudine di Legrand con forme neoclassiche orientate verso il barocco ma anche (nel caso dei “Sauts d’octave”) verso un virtuosismo trascendentale.
Guidati dall’imprescindibile testimonianza diaristica del protagonista raccolta da Lerouge, che è ad un tempo confessione individuale e declinazione di un metodo di lavoro, si esce da questa full immersion quasi storditi, smarriti dal rutilare ribollente e incessante, irrefrenabile di un ingegno in perenne ebollizione, al quale nessuna conquista, nessun linguaggio sembrano essere stati negati, e che in ciascuno di questi pare aver trovato la propria strada, il proprio sbocco verso il successo. Nel lungo viaggio fra modi, epoche, stili, collaborazioni e interpretazioni legrandiane si prende così poco a poco piena consapevolezza del profilo unico, della grandezza e dell’inafferrabile energia di un compositore che ha sempre continuato ad attingere alla propria ispirazione come ad una sorgente cangiante e continuamente rinnovata.

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Daniela Bocconi

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