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20 Gen2013

Gli equilibristi

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_gli_equilibristi.jpgFrancesco Cerasi
Gli equilibristi (2012)
Warner Music Chappell Italia
16 brani – Durata: 31’08”

Solo in un paese che “non è per giovani” può impunemente passare il concetto che un compositore classe 1980, attivo già da quasi dieci anni, venga considerato un “giovane emergente”, e come tale iscritto d’ufficio alla folta schiera dei “nuovi Morricone” nella quale, ormai, sarà il caso di prendere il bigliettino e mettersi diligentemente in coda…
 L’idea diviene già più accettabile se attraverso di essa si vuole indicare un felice ricambio generazionale di metodi e di stili rispetto non solo alla scuola morriconiana ma anche all’ondata successiva (Piovani, Piersanti): un passaggio di consegne che vede senz’altro oggi in prima linea figure come Cerasi, Pasquale Catalano, Teho Teardo o (in misura più defilata e discontinua, e comunque parliamo già di 40-50enni…) Andrea Guerra, Giovanni Venosta e Paolo Buonvino.
 Il musicista pugliese (saluto doverosamente un compaesano…) possiede però rispetto a molti suoi colleghi una dote particolarmente significativa e rara: che potremmo riassumere in una specie di delicata intensità, una capacità cioè di toccare corde profonde dell’ascolto con un’estrema economia di mezzi strumentali (spesso pura musica da camera), il che non significa affatto “minimalismo” (termine ormai logorissimo) o strategia del “massimo risultato col minimo sforzo” bensì, più intelligentemente e utilmente, la valorizzazione delle risorse espressive attraverso procedimenti di “sottrazione” sonora che esaltino – proprio con la riduzione delle impalcature esteriori – l’essenza intima del decorso musicale, le sue allusioni, la forza di penetrazione delle idee melodiche e tematiche, il “colore” (elemento centrale nella musica di Cerasi) del suono stesso e quindi delle atmosfere da esso suscitate.  Presente nell’anno da poco trascorso anche con la toccante, più sentimentale partitura per Cosimo e Nicole di Francesco Amato, Cerasi si è tuttavia imposto nel 2012 nuovamente grazie al suo regista di elezione (insieme ad Eugenio Cappuccio), ossia Ivano De Matteo, e a questa storia di dolore e di povertà striscianti, non urlate, sottotraccia e per questo ancora più strazianti, ritagliate con sobrietà e asciuttezza su personaggi e situazioni frutto dell’aspro presente italiano: e questo va precisato anche al netto delle banalità e talvolta delle volgarità con cui qualcuno pensa di poter dileggiare quella che è una delle caratteristiche portanti della nostra produzione migliore, ossia raccontare pudicamente e poeticamente storie “reali” in termini “credibili”, quindi – va da sé – depurate dal risibile didascalismo declamatorio e ammiccante al quale purtroppo soggiace ancora tanta parte del nostro cinema cosiddetto “medio”.
 Esaurita la non futile premessa, va annotato non senza compiacimento che la tanto vituperata tecnica leitmotivica, oggi ripudiata da molti compositori a diverse latitudini quasi si trattasse di una malattia repellente di vergognosa origine parahollywoodiana (in realtà sono pochissimi quelli che sanno maneggiarla senza rendersi monotoni o ridicoli), viene da Cerasi sussunta con una disarmante naturalezza ed efficacia, in connessione diretta e drammaturgicamente penetrante con il mondo sempre più chiuso e dalle certezze scricchiolanti in cui vive il protagonista Giulio (Valerio Mastandrea) in un  “equilibrio”, appunto, la cui fragilità è perfettamente espressa dall’alternarsi continuo dei due temi principali, tesi e lineari, liquidi nel timbro quanto sospesi in una interrogativa malinconia.
 Pianoforte, archi solisti, chitarre indie e una isolata voce femminile nell’epilogo costituiscono gli ingredienti strumentali della partitura, con lievi varianti e arricchimenti (o prosciugamenti) che agiscono in profondità , nel “respiro” e nel fraseggio delle scelte musicali di Cerasi: che guardano, con tutta evidenza, al pianismo liederistico tra Otto e Novecento e ad un camerismo strumentale che pare coniugare le limpide mestizie di Schubert alle rigorose, catafratte architetture di certi adagi quartettistici shostakovichiani.
 Adagiato su un molle, iterativo si bemolle minore, il “Tema degli equilibristi”, che si apre su terzine del piano non immemori del “Chiaro di luna” beethoveniano è il primo e più forte protagonista tematico dello score: una nenia progressiva a salire, sperduta in una ricerca armonica che finisce col ricondurla inesorabilmente alla tonalità di origine, e che nella prima versione, solo per piano, ha le caratteristiche crepuscolari ed elegiache di una ballata chopiniana. Diversamente la seconda versione, che introduce una struggente lettura del tema da parte degli archi (celli in particolare), agita il lato sentimentale della pagina, grazie anche allo straordinario fraseggio strumentale dei solisti e alla particolare cura che Cerasi pone nell’equilibrio fra le rispettive zone timbriche.
 Molto più “sospeso” e intimamente inquietante “Il mondo di Giulio”, rispecchiato in “Giulio e il mondo”, la cui enunciazione incerta per coppie di note a scendere, tra piano e vibrafono, con timidi interventi di sostegno degli archi, restituisce intero lo spaesamento del protagonista configurandosi nel medesimo tempo come una “musica dell’ansia” di sottile, pudica emotività: anche qui la versione per piano solo (il primo “Es 1”) ne esalta la struttura scarnificata, accentuandone quasi alcune movenze di valzer in un sapiente gioco di “rubati” e di pause, laddove la seconda proposta (il secondo “Es 1”) valorizza il ruolo degli archi nell’addensarsi pensoso delle tinteggiature drammatiche. Intorno a questi due nuclei tematici Cerasi tesse una serie di variazioni che si affidano prevalentemente all’interscambio di ruoli fra i gruppi strumentali, ma anche a riflessioni solistiche che vedono come indiscusso protagonista il pianoforte (il primo “Es 2”), soprattutto nelle fasi di maggiore, più inesorabile solitudine. La dolcezza dell’eloquio melodico unita alla coerente, stringente struttura interiore dei pezzi si salda superbamente in brani come il secondo “Es 2”, null’altro se non una variazione del primo con l’intervento di accordi armonicamente instabili degli archi dominati dall’ostinato ma precario cantabile del cello. Se come si diceva piano ed archi sembrano dialogare su questi pochi ma densi elementi, quasi incapaci di rassegnazione così come di un autentico scioglimento della palpabile tensione che esprimono, echi di chitarre indie riverberate (“I mercati”, Fuga dalla pensione”), rievocanti un universo sonoro tra Ry Cooder e Badalamenti, si collocano come oasi di spiazzamento psicologico sottolineando più da vicino un clima di inquietudine minacciosa che grava senza scampo sul dolore sordo e irrisolto del protagonista. La ricerca di una impossibile distensione prosegue nell’esplorazione del tema degli Equilibristi in “Bagno pubblico”, con strazianti – quanto discreti - Cerasi non alza mai la voce – interventi degli archi e si mostra appieno nel cantabile dispiegato di “Tu ci tieni ed io ci penso”, mentre in “Non pensavo sarebbe successo anche a noi” le intersezioni si fanno più drammatiche e in “Via di casa” il cello solo prima e l’intervento lunare della voce femminile poi sono sufficienti a denotare un cambio di atmosfera decisivo e probabilmente fatale.
 Nel “Finale” tutte queste componenti sembrano tentare un difficile momento di riconciliazione su lunghi accordi dei violini al registro acuto e dei celli, sostenuti dal piano, dilatati da una tensione interiore a stento trattenuta, in quella che ancora una volta appare la cifra centrale del comporre di Cerasi: l’amalgama timbrico differenziato psicologicamente, per aggregazioni e associazioni/dissociazioni, rese più fruibili ed emozionanti dalla luminosa fluidità melodica delle idee.
 Il regista è poi dedicatario di un “Tema per Ivano”, ancora pianistico, che ribadisce la vocazione del compositore barese per questo strumento, nonché la sua vocazione ad un mondo musicale discreto quanto interiormente intenso, estraneo ai “minimalismi” di riporto ma autenticamente provvisto di una sensibilità capillare e sorvegliata, colta e problematica: doti preziose e rare, nella musica per film italiana d’oggi. E non solo in questa…

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Daniela Bocconi

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