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20 Gen2013

Django Unchained

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Cinema

cover_django_unchained.jpgAA.VV.
Django Unchained (Id. – 2012)
Republic 602537270286
24 brani (7 dialoghi + 10 canzoni + 7 di commento) – durata: 54’30”

Ogni azione è la conseguenza di un’altra che a sua volta ne porta un’altra ancora e così via, fino alle conseguenze finali piacevoli o sgradevoli a seconda dei casi, che forse (quasi sicuramente!) ne scateneranno altre sino all’infinito! Questa casualità di azioni (il più delle volte non poi così tanto casuali, a dire il vero!) sono l’humus della scrittura e regia del Cinema di Quentin Tarantino, fin dal suo straordinario esordio nel 1992 con Le iene (Reservoir Dogs). Le sue pellicole sono la conseguenza di una vita spesa al e per il cinema, che gli è entrato profondamente nel DNA, facendo sì che lo assorbisse a tal punto da creare una serie di capolavori (checche se ne dica!), per la precisione, ad oggi, nove film (su tutti Pulp Fiction, Kill Bill Vol. 1 & 2, Bastardi senza gloria), che rappresentano la summa di tutta la sua passione e arte cinefila, con colonne sonore strepitose. Anch’esse frutto di una conoscenza, direi archeologica e profondamente colta, di un’infinità di musiche per film e generi musicali dei più svariati che hanno plasmato ancor di più le sue immagini ultraviolente, citazioniste, cariche di humor nero, cinephile al 100%, ancorate ad una scrittura attenta, sporca, passionale e precisa, come preciso è colui che infila il filo nella cruna dell’ago al primo colpo! Le colonne sonore dei suoi film sono, dopo, come già accennato, una scrittura favolosa, le fondamenta che reggono i fotogrammi colmi di attori bravissimi, scene mirabolanti, dialoghi al fulmicotone e atmosfere che trasudano tanto di quel Cinema di genere da far impallidire qualsiasi cinefilo incallito. Come archeologico è carpire ogni singolo frammento cinematografico che Tarantino ha estrapolato, omaggiato, citato camuffandolo bellamente, sconvolto rendendolo perfino migliore dell’originale, “rubato” da un film precedente che lui ha amato e visto migliaia di volte, per crearne uno totalmente nuovo, a tratti sublime, dal titolo volontariamente intriso in ogni singola lettera di Settima Arte, altrettanto archeologico è scoprire, riesumare, scavare nella memoria cine-musicale e non solo, sua e di noi tutti, quali brani, da dove e perché, nelle sue soundtracks sono stati utilizzati, prelevati, creati appositamente. Ogni suo film, sia nel caso in cui le canzoni la fanno da padrone che nel caso in cui musiche scritte per l’occasione o preesistenti prendano il sopravvento, è una miniera di gioielli cine-musicali di ieri e di oggi e di canzoni note o misconosciute che attraverso i suoi fotogrammi acquisiscono ancora più valore e balzano (cosa che la maggior parte delle volte non era accaduta al tempo della loro uscita discografica o comparsa mondiale in un film o nel panorama musicale!) agli onori della gloria, divenendo una hit a tutti gli effetti. Grazie al genio di Quentin molti dei pezzi strumentali o delle songs nei suoi film sono ancora oggi cantati, fischiettati, usati come suonerie dei cellulari, citati in eventi o seminari ad hoc e assurti nel pantheon della musica internazionale: questa è la vera potenza mediatica e sonora di una pellicola tarantiniana!
Tutto quello che ho passionalmente espresso sopra vale per questa ennesima pellicola di Tarantino, Django Unchained, frutto di una passione smodata per gli spaghetti western italici, soprattutto per i film di Sergio Corbucci e Sergio Leone (imprescindibile, of course!), sin dal titolo. Anche se nei suoi film Quentin trasmuta tutto (da qui l’originalità delle sue pellicole!), difatti qui si mescolano il capostipite degli spaghetti western italiani ultraviolenti, per l’appunto Django di Corbucci del 1966 con protagonista Franco Nero (che in questo film fa un cammeo divertente, un vero passaggio di consegna cinefilo!), con un altro amore di Tarantino, la blaxploitation (cinema di genere afroamericano degli anni ’70) e il kraut western (lo spaghetti western tedesco duro e crudo della Germania Occidentale degli anni ‘60), shakerato con la sua solita maestria di scrittura e regia (si sprecano in Django Unchained gli zoom a schiaffo tipici dei nostri western alla matriciana, riveduti e corretti per gli anni ’00!), che gli ha già fatto aggiudicare due recenti Golden Globe (Miglior sceneggiatura originale e Miglior attore non protagonista, il meravigliosamente immenso Christoph Waltz) e cinque nomination all’Oscar. Questo nuovo Django liberato, sciolto dalle catene, interpretato da un Jamie Foxx scultoreo nella sua sofferenza e corporatura da negro assetato di vendetta, di una vendetta grandguignolesca, nei confronti di un viscido ma elegante possidente negriero Leonardo DiCaprio (tanto in parte da far paura nella sua raffinata cattiveria) ed aiutato(salvato) da un dottore tedesco, cacciatore di taglie, il già citato Waltz, per liberare la sua amata moglie schiava, Broomhilda (Kerry Washington) ha una bella e azzeccatissima colonna sonora. Lo stesso Tarantino nel libretto del Cd confessa e afferma che ha voluto usare sia nel film che nel soundtrack album tutti i pezzi personalmente scelti e prelevati dalla sua collezione di vinili di spaghetti western, con i tipici graffi e rigature degli Lp degli anni ’60 e ’70 senza pulirli o rimasterizzarli digitalmente, per far sì che l’ascoltatore e il pubblico in sala li ascolti per la prima volta come lo ha fatto lui per anni, insomma la sua medesima esperienza auditiva. La colonna sonora di Django Unchained si apre, dopo un brevissimo estratto di dialogo del film (elemento sempre presente nelle soundtracks tarantiniane, come a sottolineare che la colonna sonora, il reale significato, è non solo la musica ma il parlato principalmente!), con la canzone scritta da Luis Bacalov, dalla performance passionale e calda di Rocky Roberts, che prende il titolo del film di Corbucci, “Django”, a mio avviso una delle più belle canzoni per uno spaghetti western nostrano mai composta, se non addirittura per il cinema western mondiale. Per proseguire con la sezione “songs”, l’album ci fa ascoltare una delle rare performance, non soltanto semplici o articolati vocalizzi, della mitica Edda Dell’Orso in “Lo chiamavano King (His Name is King)”, una cavalcata beat-folk scritta da Luis Bacalov per il film omonimo del 1971 di Giancarlo Romitelli, l’altrettanto mitica “Trinity (Titoli)” composta da Franco Micalizzi e cantata dalla possente voce di Annibale e i Cantori Moderni per Lo chiamavano Trinità… del 1971 di Enzo Barboni (più noto come E.B. Clucher), l’avvolgente ballata all black “Freedom” (quale miglior titolo per la trama di questo ennesimo masterpiece!) scritta per la pellicola e cantata dai crooner Elayna Boynton e Anthony Hamilton, una delle canzoni prodotte appositamente per il film per la prima volta da Tarantino stesso, insieme alla funkeggiante e rap “Unchained (The Payback/Untouchable), pezzo remix di una canzone di James Brown del 1973 (“The Payback”) con nuovi versi aggressivi di 2PAC ed estratti di dialogo del film, “Who Did That to You?” eseguita dall’accattivante voce di John Legend e scritta, tra gli altri, da Paul Epworth, autore premiato con il recente Golden Globe per la migliore canzone da film “Skyfall” di Adele ed infine “100 Black Coffins” scritta da Jamie Foxx con Rick Ross che la interpreta, un rap cattivo e ruvido. Altre songs presenti nel film sono “I Got a Name” una ballata folk di Jim Croce dal film Il diavolo nel volante (Hard Driver, Lamont Johnson, 1973) composta da Charles Fox e Norman Gimble, “Too Old to Die Young” di Brother Dege (Aka Dege Legg), un country-rock alla Jon Bon Jovi del 2010. Una menzione a parte deve essere fatta per la canzone “Ancora qui” scritta dal grande Ennio Morricone e la superba Elisa, che la interpreta sul fil di lana, drammaturgicamente come solo lei sa fare, una sorta di “Love Theme” del film opportunamente composta per Django Unchained e l’unica song in italiano sia nella pellicola che nel CD: 5’08” per l’incredibile vocalità di Elisa Toffoli, assolo di chitarra acustica e organo in puro stile sonoro anni ’60, un pezzo che dopo diversi ascolti mostra fortemente la sua fascinosa suggestione old western morriconiana tanto cara a Leone, che, sempre secondo il mio modesto parere, nel film invece appare stonata nel contesto in cui è stata inserita (e non perché interpretata in italiano, ma una canzone desiderata tantissimo da Tarantino e appiccicata senza un motivazione chiara al filmico!). Sulla questione “versione italiana o inglese” Elisa stessa dichiara che lei l’ha eseguita in entrambe le lingue, ma Quentin l’ha voluta assolutamente in italiano. Inoltre la cantante è rimasta entusiasta della sua illustre collaborazione con Morricone, il quale le ha consigliato di scrivere il testo sulla base delle sue emozioni private, e difatti Elisa nello scriverlo si è ispirata alla scomparsa di un suo caro amico. Ne sono venuti fuori i seguenti passaggi: “ancora qui/ancora tu/e spero mi perdonerai/tu con gli stessi occhi/sembri ritornare/a chiedermi di me/di come si sta/e qui dall’altra parte/come va” – davvero intensi.
La grandezza di Tarantino non sta soltanto nel sapere scegliere brani preesistenti e farne scrivere di nuovi, ma come abbinarli alle immagini, soprattutto. Infatti uno dei brani più suggestivi dello score del compianto Jerry Goldsmith per il film Sotto tiro (Under Fire, Roger Spottiswoode, 1983), dal titolo “Nicaragua” con la chitarra solista del celebre Pat Metheny, si mostra in tutta la sua epica grandiosità sinfo-etnica nella scena dell’arrivo di Foxx e Waltz alla villa coloniale di DiCaprio (un sussulto filmico-auditivo da saltare in piedi sulla poltrona del cinema!), e ancor di più l’espressione massima di come un pezzo composto per un film di denuncia sulla rivoluzione sandinista possa diventare un brano western a tutti gli effetti nelle mani di quel geniaccio di Quentin. Le restanti tracce strumentali sono tre pezzi di Morricone, “The Braying Mule”, “Sister Sara’s Theme” tratti da Gli avvoltoi hanno fame (Two Mules for Sister Sara, Don Siegel, 1970) e “Un monumento” da I crudeli (Sergio Corbucci, 1967), Luis Bacalov “La corsa (2nd version)” sempre dal Django originale e Riziero Ortolani (in arte Riz) con “I giorni dell’ira” dal film omonimo di Tonino Valerii del 1967. Tutte tracce altamente rappresentative del genere western italico.
A differenza della precedente colonna sonora di Tarantino per Bastardi senza gloria, seppur affascinante ma sconnessa da un punto di vista discograficamente compilatorio, questo album è di facile fruizione e di grande presa emotiva soprattutto dopo aver visto con attenzione il film per cui è nato!

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Daniela Bocconi

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