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10 Gen2013

The Hobbit - An Unexpected Journey

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_lo_hobbit.jpgHoward Shore
Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (The Hobbit - An unexpected journey, 2012)
Special edition – Decca/Universal/WaterTower Music 00602537237258 
Cd 1, 15 brani – Durata: 58’05”
Cd 2, 13 brani + 4 bonus tracks – Durata: 60’01”

 

Il ciclo cinematografico tratto dall’opera di Tolkien va assumendo decisamente, sia sul piano narrativo e tematico che ancor più su quello musicale, le connotazioni “wagneriane” che si erano già riscontrate – anche se con modalità, cronologie diverse nonché tutt’altri e ben più impressionanti esiti – nella saga di Star Wars e nell’immensa fatica williamsiana ad essa collegata.
 Quando sarà infatti visibile nella sua integralità, l’esalogia formata dal trittico di prequel Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, Lo Hobbit - La desolazione di Smaug e Lo Hobbit - Andata e ritorno (gli ultimi due già terminati e in uscita rispettivamente a fine 2013 e 2014) e dalla trilogia già nella storia Il Signore degli Anelli - La compagnia dell’Anello, Il Signore degli anelli - Le due torri e Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re, consegnerà alla storia del cinema anche la figura di Peter Jackson – dopo quella di George Lucas – come l’autore dell’operazione mitopoieticamente e strutturalmente più prossima alla concezione e al metodo che portarono due secoli fa Wagner alla creazione dell’”Anello del Nibelungo”. E non diversamente da quanto occorso a John Williams – sia pur nell’arco di un quarto di secolo – anche Howard Shore si collocherà nella storia della musica cinematografica come il firmatario nel corso di tredici anni di un’architettura leitmotivica smisurata e di una mole immensa di materiali sonori del tutto comparabile – nell’ideazione e financo nei retroterra simbolici e mitologici – alle tecniche e alle procedure del leitmotiv wagneriano.  A voler fare anche solo un piccolo esempio che disvela tutta la complessità e la profondità di questa impostazione, basterebbe il trattamento in questa colossale partitura proprio del Tema dell’Anello, che viene fatto emergere ovviamente solo durante il primo incontro tra il giovane Bilbo e il Gollum, e che poi viene manipolato, frammentato, accennato, inquietamente evocato ogni volta che di esso o ad esso ci si riferisce: compresa una sua timida e subito interrotta enunciazione allorché Gandalf, sospettando qualcosa, sbircia Bilbo che si fruga in una tasca dove giace l’oggetto concupito…
 Una goccia, ma significante, nel mare di uno score dallo spessore non facile da affrontare (pur nella sua sostanziale, travolgente capacità di comunicazione, molto lontana da altri lati ben più oscuri della poetica shoreiana) e dalla complessità di scrittura mostruosa. Si fa carico di descrivercela al meglio e nei minimi dettagli anche tecnici lo studioso e musicologo Doug Adams, accurato esegeta del lavoro di Shore per la saga tolkieniana,  nelle sue ricche note alla partitura contenute nel magnifico booklet di 36 pagine, fitto anche di illustrazioni e foto dalle sessioni di registrazione del compositore sul podio della strepitosa London Philharmonic con i London Voices e il Tiffin Boys’ Choir, e che accompagna la raffinata special edition in due cd del soundtrack licenziata da Decca-Universal-WaterTower: edizione che si affianca a quella “ordinaria”, sempre in due cd ma con diversa confezione e sei brani in meno.
La ricapitolazione e rielaborazione dei materiali pregressi, con l’aggiunta di nuovi, si distende in una trattazione di ampiezza concettuale e poetica inusitate per qualsiasi soundtrack, imponendo una ricollocazione psicologica e contestuale ma anche, appunto,  una nuova valorizzazione e “significazione” dei leitmotiv principali componenti lo score: il tema dello Shire, quello dell’Anello, di Gandalf, del Gollum… Tutti riconoscibili ovviamente, ma tutti riposizionati tenendo conto dell’anticipazione degli eventi che sostanzia l’intera operazione “Hobbit”. In questo risiede forse la principale differenza con l’analogo, immane lavoro di Williams per Star Wars: mentre il maestro newyorkese ha elaborato, per il trittico di prequel, un nuovo intero parco-temi riservandosi di ristrutturare e ricollocare – con struggenti strategie psicologie ed emozionali – i motivi preesistenti in funzione anticipatrice, il collega canadese “rilegge” il materiale già creato più che forgiarne di nuovo, illuminandolo da angolazioni ogni volta diverse, e secondo prospettive (armoniche, ritmiche, timbriche) che attestano il clima propiziatorio agli eventi successivi.
 Centrale rimane nell’orchestrazione sontuosa – anzi, forse viene ulteriormente accentuato – il ruolo degli strumenti tipicamente folk, così come il sapore spiccatamente “irlandese” ad essi spesso associato: la concertina, il bodhran (sorta di tamburo incorniciato), la musette, il mandolino, cornamuse, il dulcimer (strumento a corde pizzicate o percosse, più di rado suonate ad archetto), tamburi africani e giapponesi, gong tibetano... Nulla di più estraneo tuttavia a Shore di un semplice sfoggio di esibizionismo etnomusicale. Il ruolo di queste partecipazioni sonore è evocativo e funzionale alla moltitudine di “presenze”, di specie, di creature e apparizioni che popolano la saga tolkienian-jacksoniana: e a tale proposito non può essere sottaciuta la funzione epico-evocativa, davvero da brividi, del coro sia misto che di voci bianche (a partire da “My dear Frodo” ma ricorrente ovunque, soprattutto nei momenti più “dark”): pur sfiorando le trappole di un gigantismo sonoro che non appartiene al DNA shoreiano, la scrittura luciferina degli incisi tematici, il rombo infernale delle percussioni, i contrasti dinamici sublimi tra pianissimi sussurranti e fortissimi apocalittici (davvero scatenati gli ottoni della compagine londinese), concorrono ad erigere un’architettura sonora smisurata, possente, arcaica e intrisa (sovente grazie ai ricorrenti, estesissimi arpeggi degli archi) di un pathos devastante.
 Ma la partitura di questo primo capitolo de Lo Hobbit non si caratterizza per i toni forti: pur provvista di pagine di “battle music” vertiginose  (su tutte “A thunder battle” nel cd 2, un saggio di orchestrazione-kolossal senza precedenti nell’opus di Shore),  di momenti epici di una notturna, incombente e apocalittica maestosità (“The world is ahead”), e di spericolate soluzioni esplosive (l’uso terrificante delle voci bianche in “Radagast the Brown extended version”, pagina di impressionante, wagneriana potenza di fuoco sonora), essa si avvale di tonalità prevalentemente liriche, distese, pacificate, non scevre da momenti di alleggerimento “comico” (ad iniziare da “Old friends” per finire nel cinguettante “A very respectable Hobbit” per archi e ottavino),  prettamente collegate all’atmosfera bucolica e idilliaca del verdeggiante Shire da cui prendono le mosse le avventure di Bilbo Baggins. E così proprio il tema dello Shire, adagiato nel suo rasserenante re maggiore, sembra voler dominare almeno la prima parte (e il primo cd) dello score, nel cantabile degli archi e nelle continue variazioni dei legni. Si tratta di un motivo che sta a questa seconda parte della immensa avventura filmica come il tema dell’Anello stava alla prima parte: e la controprova, nell’accorta strategia di distribuzione dei materiali leitmotivici, risiede nella fugace apparizione riservata qui a quest’ultimo, un’incerta, iniziale ma intensa comparsa nei violini in “Riddles in the dark” appena e ambiguamente anticipata in precedenza dalle prime due note del tema: quasi un sommesso segnale premonitore di ciò che sta per accadere.
 In una partitura scandita per blocchi enormi, lunghissimi, e che non s’interrompe praticamente mai (anche questa special edition è ben lontana dall’integralità, per ascoltare la quale occorrerà attendere le “complete recordings”), va da sé che Shore si trova anche costretto a movimentare e manipolare continuamente i propri materiali: spesso brevi incisi identificativi diventano il collante e il motore per pagine di sensazionale atmosfera descrittiva (“The hill of sorcery”, pagina demoniaca e percussiva frustata da dissonanze atroci e violentissimi disegni a scendere degli ottoni), mentre le continue mutazioni di prospettiva e di attesa dell’azione trovano riscontro in un incessante gioco di modulazioni armoniche, da maggiore a minore, che riguarda tutti i leitmotiv principali. Tocchi sublimi di fascinazione estatica si assaporano in momenti come “The hidden valley”, dal coro celestiale, sidereo che si eleva sul canto spiegato dei celli, o in “Moon runes”, stupefatta contemplazione impressionistica per archi e corni. Il “dark side”, il lato oscuro della poetica shoreiana, rivelatosi decisivo nel sodalizio con Cronenberg ed essenziale anche a distinguere il contributo del compositore nella saga di Twilight, sembra qui raggrumarsi in feroci accelerazioni ostinate e ritmiche (“Brass buttons”) o contemperarsi con un lirismo pacatamente funereo, di aspirazione trascendentale: i “naturlaut”, o suoni “di natura”, variamente suscitati ed evocati, rivelano un atteggiamento filosofico nei confronti della materia musicale, che assoggetta in tal modo ad un dettato superiore le normali regole di una partitura cinematografica. La lentezza del fraseggio, la dilatazione dei tempi, il già ricordato ricorrere della figura dell’arpeggio degli archi, ampio e avviluppante (l’estesissimo “The White Council extended version”, una vera e propria suite di quasi dieci minuti), imprimono alla musica un andamento ondulatorio, ipnotico che – coniugato all’instabilità armonica e a ricorrenti derive politonali – sembra condurre verso orizzonti sconosciuti. A ciò si aggiunga la cura stupefacente del suono, cui ha posto mano un esercito di tecnici specializzati e che la registrazione negli ormai multifunzionali Abbey Road Studios ha enfatizzato, consentendo di estrapolare ed esaltare il ruolo – centrale – dei solisti (clarinetto e corno inglese in “Over hill”, per dire), nonché con esso il potenziale emotivo dei contrasti dinamici di cui come si diceva la partitura è ricchissima. Perché è nei colori e nei timbri, e nei loro conflitti, che Shore raccoglie e concentra il massimo significato del proprio lavoro, utilizzando in tal senso magistralmente le smisurate risorse tecniche e strumentali di cui dispone.
 Impreziosito da quattro bonus tracks, l’ultimo dei quali, “The edge of the wild” sigilla cronologicamente il tutto arrestandosi sul minaccioso accordo sospeso sincronizzato sull’aprirsi dell’enorme occhio del Drago, il lavoro di Howard Shore serba, proprio sul fronte dell’utilizzo degli organici, un ruolo illuminante alle pagine corali e vocali. Se ne è già parlato ma va ribadito come il coro rivesta qui un ruolo quasi di “character”, di personaggio in più, sia che si tratti di coro muto o verbalizzante: i testi affidatigli, nei momenti più sinistri e cupi della vicenda, sono esposti in una sillabazione martellata e rielaborati da Philippa Boyens su testi di Tolkien medesimo. Allo scrittore inglese appartengono anche le parole di altri due brani diciamo così “diegetici”, affidati ai componenti del cast: “Blunt the knives” e il suggestivo “Misty Mountains”, il primo squisitamente folklorico composto dal neozelandese Stephen T. Gallagher, il secondo a più mani. Mentre la splendida “Song of a lonely mountain” reca la firma, il testo e l’esecuzione di Neil Finn, altra acclamata star della musica pop neozelandese. Superfluo rimarcare che si tratta di tutto fuorché momenti “ornamentali”, ma al contrario di referenti culturali precisi nel contesto generale del film (e ai quali purtroppo la versione italiana nuoce in modo pressoché letale…).
 Invitando chiunque voglia accingervisi ad un ascolto e riascolto molto paziente di questa partitura,  guidato dalle imprescindibili annotazioni di Adams, non resta che disporsi all’attesa nell’arco di un biennio dei prossimi due score, che formeranno come annotavamo in apertura un’esalogia musicale di proporzioni gigantesche, storicamente comparabile solo a quella williamsiana per Star Wars. Lecito attendersi forse anche una “Hobbit Symphony” che si affianchi alla “Lord of the Rings Symphony” già compulsata da Shore: a suggello di un ciclo creativo che consegna perentoriamente e definitivamente il profilo di questo artista alla più nobile e consolidata tradizione sinfonica della musica per film, tanto più pregevole e carismatica quanto più anacronistica e (solo in apparenza) nostalgica.

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Daniela Bocconi

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