12 Nov2012
Brave
Patrick Doyle
Ribelle – The Brave (Brave, 2012)
Emi/Walt Disney Records D001405202
15 brani + 5 canzoni originali + 3 canzoni italiane – Durata: 72’29”
Ora l’incontro fra il compositore e il mondo-Pixar, mondo generalmente piuttosto chiuso e legato ad un ristretto team di musicisti di fiducia, avviene senza dubbio anche all’insegna di quella “scozzesità” che, sin dalla trama e dalle vicissitudini della rossochiomata protagonista Merida, permea tutto il cartoon. A farne fede anche due ariose canzoni del film, scritte in puro stile folklorico da Alex Mandel (musicista radiotelevisivo in forza agli studios di Emeryville) per la cantante scozzese Julie Fowlis, “Touch the sky” su testo della stessa Fowlis e “Into the open air”, su parole di uno dei due co-registi (insieme a Brenda Chapman) del film, Mark Andrews, e nella versione italiana dell’album proposte anche nelle loro immancabili cover nostrane, con i titoli di “Il cielo toccherò” e “Tra vento e aria”, dalla nostra brava e vigorosa Noemi; a queste va aggiunta anche “Learn me right”, proposta dalla giovanissima (16 anni) voce dell’inglese Birdy insieme al gruppo indie-folk londinese dei Mumford & Sons. E, se non bastasse, aggiungiamo la presenza, come voce di Re Fergus, del cantante-attore scozzese Billy Connolly (lo sentiamo nella spavaldissima “Song of Mor’du”, presentata anche in versione italiana dal doppiatore Ugo Maria Morosi) nonché di un paio di brani in lingua celtica tra i quali la ninna-nanna “Noble Maiden Fair (A Mhaighdean Bhan Uasal)”, qui offerta da Emma Thompson e Peigi Barker, voci originali rispettivamente della regina Elinor e di Merida da ragazzina.
Insomma, un soundtrack complessivamente molto “nazionalista” e filologicamente ineccepibile.
Tutto ciò doverosamente premesso, vale solo la pena di ricordare che Doyle non è sicuramente il tipo di musicista da adagiarsi su repertori etnici di qualsivoglia latitudine, né da utilizzare materiali o strumenti autoctoni per il puro gusto di un soundtrack da cartolina. Quanto dire che anche i più sinceri, spontanei e scorrevoli spunti di musica “locale” vengono sempre da lui rielaborati, ripensati e intimamente rivissuti in una concezione moderna e in un linguaggio contemporaneo, per quanto entrambi fortemente ancorati ad una “classicità” sinfonica d’altri tempi e ad un cromatismo orchestrale che risente della lezione impressionistica e tardoromantica di compositori come Vaughan-Williams, Elgar e il giovane Britten. A ribadirlo sarebbero sufficienti “Fate and destiny” e soprattutto “The Games”, travolgente “highland dance” in cui il dispiego massiccio e ricorrente di tamburi e cornamuse riveste una funzione di rinforzo evocativo nel contesto di una strumentazione rigogliosa che ha per protagonisti indiscussi archi e percussioni, e dove comunque l’elemento melodico e leitmotivico emerge in un tema, insistente e gioioso, che riascolteremo spesso, anche rallentato e liricheggiante, virato in “family theme” e poi cosparso in tutta la partitura, come in “Remember to smile”, la cui conclusione è peraltro nuovamente un trionfo di “popular music”.
L’evoluzione drammaturgica del film, l’assertivo eroismo di questa Braveheart “al femminile” e la struttura complessiva di bildungsroman, o romanzo di formazione, consentono poi a Doyle di incrociare strettamente gli elementi folklorici con soluzioni assolutamente moderne di commento (molto più “etnicamente” filologici si erano dimostrati Horner in Braveheart e Burwell in Rob Roy, per citare due altri celebri film live patriottico-scozzesi), come accade in “Merida rides away”, il cui inizio galoppante e dinamico devia verso un lato oscuro e in un clima quasi horror, con acute dissonanze degli archi, sforzandi degli ottoni e misteri sonori di vitrea insondabilità: vale anche per il cristallino, stupendo “The Witch’s cottage”, dall’inizio arabescato per legni e archi in tremolo, poi sviluppato in una spiritosa marcetta staccata di pizzicati e legni ma sospesa in un climax comunque ambiguo, e al cui centro spicca una progressione ritmica in soffocante crescendo degli archi sino a un lunghissimo, poderoso glissando, prima della coda nuovamente eterea e baluginante.
Consapevole che siamo comunque in una favola, dai risvolti talora decisamente comici, Doyle si riserva anche un registro “buffo”, o meglio grottesco, palesato ad esempio nelle movenze prokofieviane di “Through the castle”, quasi un saltellante passo di danza delegato alle evoluzioni di flauti, clarinetto basso e fagotto con archi (pizzicati o fortemente ritmati) e cornamuse a fare da sottofondo; mentre il lato più romantico emerge nel meraviglioso assolo di violoncello che apre “Legends are lessons”, prima di un intermezzo ancora lieve e staccato, e di una ripresa trasognata del leit-motiv dalla cornamusa, poi raddoppiata accoratamente dagli archi e sigillata dal violino solo. Ciò però sorprende sempre in questo maestro è la straordinaria capacità di variare, all’interno di poche battute e nell’arco di pochissimi secondi, la temperatura emotiva di un brano adottando strategie orchestrali non semplicemente effettistiche ma sempre pertinenti e dai riferimenti alti: così le nebbie misteriose che avvolgono la prima parte di “Show us the way” si diradano in una furibonda esplosione ritmica, fra trilli abbaglianti dei legni e galoppi sfrenati degli archi, mentre “Mum goes wild” è una suspence music di valenza universale e il toccante “In her heart” riutilizza materiali e strumenti della tradizione in direzione prettamente coloristica e psicologica. Va detto che probabilmente proprio lo sforzo, costante, che Doyle compie per contestualizzare gli influssi della musica popolare scozzese con la propria debordante vena sinfonica e tardoromantica ha anche l’effetto positivo di allontanarlo da soluzioni banalmente caleidoscopiche o fracassone, come avveniva invece in Eragon e – parzialmente – anche in Thor, ma soprattutto nel suo Harry Potter, dove il raffronto (per lui come per chiunque altro) col luminoso e stratosferico modello williamsiano si rivelava impietoso.
Qui invece il tessuto connettivo dello score si traduce in referente culturale “alto” ma anche in stimolo per una rilettura spregiudicata e moderna di schemi musicali perfettamente padroneggiati. Questo, unito al trattamento assolutamente “adulto” dei materiali sonori in un film d’animazione (come altri prima di lui han già fatto sin dai tempi dell’Elmer Bernstein di Taron e la pentola magica, 1985), è sicuramente il segreto di una partitura vincente sul piano della comunicazione interculturale ma anche severa e rigorosa quanto ad affettuoso rispetto delle fonti: se ne hanno riprove nei brani finali (prima delle tre “cover” italiane) come i corruschi “Not now” e “Get the key”, di struttura polimorfa e di andatura aggressiva, irti di vertigini armoniche e tonali, e come “We’ve both changed” e “Merida’s home”, dove udiamo rielaborazioni molto fantasiose del “family theme” di Merida, già perorante e tesissimo in “Get the key”, poi sciolto e liberatorio nella sua lucentezza melodica nell’ultimo brano.
Uno score insomma che è anche l’occasione per Patrick Doyle di un ritorno alle proprie radici, rivissute e restituite però senza rigorismi bibliotecari né cadute commerciali, ma con la passione e la perizia di un grande compositore europeo fruttuosamente immerso in un passato continuamente rinnovato.
