09 Nov2012
Skyfall
Thomas Newman
007 Skyfall (Skyfall, 2012)
Sony Classics 88765410402
30 brani – Durata: 77’00”
Il passaggio di consegne da Arnold a Thomas Newman, il più talentuoso e poliedrico della dynasty avviata dai gloriosi Alfred, Lionel ed Emil, si motiva innanzitutto con il rapporto di stretta fidelizzazione esistente fra questo compositore e il regista Sam Mendes, cui Skyfall è stato consegnato: ma a questa ragione si aggiunge anche l’evidente desiderio dei produttori di adeguare l’assetto musicale della nuova avventura ad un sound moderno, “mainstream”, aggressivo e polivalente, ovviamente mixato fra orchestra a tutta forza e risorse elettroniche, delegando però il compito non ad uno dei soliti postzimmeriani plastificati capaci solo di rimbombi continuati e aggravati, ma ad un musicista formato e sapiente, duttile e polisemico, in grado di individuare e far risaltare sfumature, contrasti, chiaroscuri.
Compito che Newman ha affrontato prima di tutto tenendosi ben saldo al James Bond Theme, più volte citato per frammenti – soprattutto nel celebre incipit cromatico a saliscendi, invenzione tutta barryana – come nell’iniziale, orientaleggiante “Grand Bazaar, Istanbul” o in “Day wasted” e “The bloody shot”, ma anche esposto per esteso e con una scelta di timbri molto prossima all’originale (a cominciare dalla chitarra) in “Breadcrumbs”, e urlato con disperata grandiosità in “She’s mine”. Accanto a questa garanzia diciamo così filologica Newman ha posto uno score sfavillante, dai ritmi compulsivi e spesso travolgenti, ma dagli orizzonti sonori in continuo transito, inquieti, instabili. Se percussioni (“Silhouette”) ed effetti vagamenti “zimmerofili” sembrano prevalere qua e là (“Jellyfish”), sofisticherie e bizzarrie techno (“Shanghai drive”) si alternano a picchi sinfonici violenti intarsiati di sospensioni allarmanti, sovente ottenute con tecniche orchestrali di pura tradizione (il buon vecchio tremolo dei violini sull’armonico…). Proprio a testimoniare questo ulteriore connubio musicale tra vecchio e nuovo, tra il tipico 007-sound anni ’60/‘70 e la film music della contemporaneità, Newman adotta uno stile multiforme e fortemente sbalzato, ben lontano da alcune stucchevolezze e mielosità sentimentali di cui si è reso autore in passato, proprio e soprattutto nella filmografia di Mendes.
In questo panorama gli effetti più vistosi sortiscono dall’accostamento, magari nello stesso track, di frenetiche accelerazioni ritmiche riverberate con solenni e sorprendenti tube wagneriane (“Voluntary retirement” e lo splendido “Mother”, dove si staglia lapidario e imperiale il tema di M, o “Enquiry” e “Quartermaster”), laddove non va sottovalutata nemmeno l’incursione di ambiguità armoniche non banali e disturbanti, come in “Someone usually dies”. Costante e vincente risulta anche l’alternanza di metodi strumentali tradizionali (i pizzicati di “Close shave”) con spregiudicate soluzioni hi-tech, proprio perché il musicista avrebbe potuto tranquillamente ricorrere in via esclusiva a queste ultime, ma ha invece preferito mantenere costante anche la presenza dell’orchestra (soprattutto nel continuo, fantasmatico apparire del James Bond Theme) quale garante di quello 007-sound ormai introiettato come punto di riferimento.
Del resto la partitura riserva anche – soprattutto nel già citato utilizzo possente, bruckneriano degli ottoni – omaggi espliciti alla grandezza di John Barry (“Komodo Dragon” e sul côté romantico, “Severine”), nonché efficaci ricorsi a limpide metodologie orchestrali classiche (i pizzicati in “Close shave”, il pedale di archi che sostiene l’etereo, spettrale “Skyfall”), a ulteriore riprova della padronanza che Newman esibisce verso i materiali adottati. Va da sé (ed è già stato rimarcato da molti critici) che lo score newmaniano non sembra di quelli destinati a folgorare l’impressione ad un primo ascolto, ma si configura piuttosto come un catalogo di situazioni in ordine sparso ad alcune delle quali occorrerà prestare particolare attenzione, e più audizioni, per coglierne l’originalità e l’efficacia mescolate e confuse altrove con il placido e disinvolto utilizzo di stereotipi sia dal punto di vista ritmico che di strumentazione (“Kill them first” sembra una brutta copia dello Zimmer di Inception). Quanto dire insomma che vale per Newman l’obiezione a suo tempo già avanzata per il Serra di Goldeneye: non sembra, di primo acchito, una “Bond music”.
Tuttavia osservavamo già in fase di introduzione che il concetto di “Bond music”, in cinquant’anni, è parecchio mutato (se evolvendosi o involvendosi lo dirà il tempo), persino dal punto di vista discografico: se è vero, come è vero, che ad esempio per la seconda volta viene qui espunta dall’album e trasferita in un singolo la title song del film, “Skyfall” della cantautrice british Adele, proprio come era accaduto con “You know my name” di Chirs Cornell in 007 Casino Royale. Un dettaglio non secondario nel quadro della metamorfosi che i soundtrack bondiani, il loro target e la loro fruizione, hanno affrontato nei decenni. Ovvio che sarebbe utopistico, oltre che inutile, inseguire oggi la genialità descrittiva e l’inesauribile felicità dei percorsi musicali che John Barry regalò per undici volte alla saga: e del resto lo stesso maestro inglese, nei lavori più recenti della serie, aveva palesato qualche difficoltà ad adeguarsi ai nuovi dettami produttivi e al mutato clima spettacolare e iconografico dei film.
David Arnold aveva da parte sua ricercato una propria strada, molto “classica” e imperiosa, nell’universo musicale di 007: Thomas Newman sembra dimostrarsi più “laico”, svincolato da nostalgie pregresse e nondimeno capace come pochi di resuscitare il Bond theme quale preciso elemento referenziale all’interno di una partitura per il resto completamente, orgogliosamente differenziata. Non resta che augurarsi che scelte future si muovano ancora sulla linea di questa discontinuità nella tradizione, con effetto quanto mai stimolanti sia al puro ascolto che all’analisi comparata di un mondo e un’avventura musicali affascinanti come pochi altri nella storia del cinema.
