18 Apr2011
Yesterday was a Lie
Kristopher Carter
Yesterday was a Lie (Inedito, 2008)
La-La Land Records LLLCD 1163
16 brani di commento + 3 canzoni + 1 brano classico
Durata: 65’22”
Il doppio binario di genere (noir anni ’40 e fantascienza con retroterra storico) offre a Carter l’occasione per cimentarsi in una partitura bifronte, che da un lato evoca atmosfere sinuose, chandleriane, hard-boiled, musicalmente assimilabili al David Shire di Marlowe, il poliziotto privato o ad alcune pagine di jazz notturno di John Barry (si ascoltino “Nice set” o il cut dal titolo cripto numerico “6.626 x 10ˉ³4”): ed in questa parte si situano anche i tre brani seducenti, d’atmosfera, proposti da Chase Masterson (attrice, cantante e show girl molto popolare negli Usa, e che qui interpreta anche il ruolo della cantante amica di Hoyle), la cui voce roca (si ascolti la canzone che dà il titolo al film) ricorda alla lontana quella di Billie Holiday ma con un surplus di tasso erotico ad alta temperatura. Sull’altro lato emerge un compositore orchestrale molto severo e concentrato (“Dream Time”), che lavora sul fraseggio degli archi in modo rigorosamente “dark” (ivi compresa una citazione dall’onnipresente Dies Irae) e sa creare un clima strumentalmente sospeso nel quale affiora subito un breve, misterioso e interrogativo leitmotiv di sette note affidato all’arpa e al vibrafono. Queste due direzioni, la jazzistica e la sinfonica (cui si aggiungono, ma con grande parsimonia e in modo estremamente mirato, anche effetti elettronici: “Half-deserted streets”, “Cat State”), dominano lo score in tutto il suo sviluppo, raggiungendo per vie diverse lo scopo di una mescolanza di stili che rende bene le situazioni evocate nel film. “Trauma creates Ripples” ad esempio, completamente elettronico, immobilizzato nelle sue fasce sonore luminescenti, è brano quasi ligetiano, così come “Achromatopsia”. Ma se l’Aria sulla quarta corda dalla Suite n.3 di Bach è un’oasi classica che spicca, diegeticamente, nel contesto generale, l’infittirsi delle trame sonore con il riapparire del perturbante inciso dell’arpa sul pedale di attesa degli archi e l’evocazione lontana di un canto arabeggiante (“Synchronicity”) o la complessa pagina per archi “Aker”, densa di contrappuntismo neoclassico e con largo spazio ai solisti cello e viola, soprattutto il primo, ci dice che nel giovane maestro di San Angelo alberga un animo decisamente coltivato a musica europea, soprattutto del primo Novecento: nonché a grande musica per film del passato, considerata l’abilità, ad esempio, nel miscelare il motivo conduttore con l’assolo accorato in minore del cello e accordi dissonanti e minacciosi degli ottoni, secondo procedure di drammaturgia sonora che, da Waxman a Herrmann a Goldsmith a Williams, conosciamo bene. La carta della modernità, di un sound asetticamente alieno, quasi atemporale (a seguire anche le coordinate narrative del film) torna in “Distillation”, che contiene anche interessanti residui di un minimalismo “espressivo” nell’inciso iterato che accompagna gli accordi degli archi, mentre in “Getting a message through” il climax sonoro si agita in rapide movenze sempre degli archi su cui si alza il canto mesto del cello pedinato alla lontana da percussioni e sonorità di altri mondi. Significativa, prima dei due bonus tracks finali (“Can you help me?”, frammento strumentale da “Aker” non compreso nel film, e “City talks”, interpretata dal cantautore australiano Simon Shapiro), è “Anima in a Elevator”, che sembra ricapitolare, liquidandolo, l’esoterico e sospensivo tema principale esponendolo in una versione contratta e sorvegliata dal vibrare dei suoni elettronici e da una linea di violini in flautando.
Vecchio e nuovo, dunque, classico e moderno, si fondono nella partitura di Kristopher Carter senza alcuna verve esibizionista ma con un sapiente dosaggio dei materiali e una creatività dal punto di vista delle idee (sia sul fronte del sound puro che delle escogitazioni melodiche) non frequente tra i compositori delle ultime generazioni.
