Iddu – L’ultimo Padrino
Colapesce (Lorenzo Urciullo)
Iddu – L’ultimo Padrino (2024)
Sony Music 19802856461
Lato A: 11 brani
Lato B: 8 brani
Durata totale: 42’06”

Colapesce, pseudonimo di Lorenzo Urciullo (Solarino, 6 settembre 1983), per questa sua seconda colonna sonora, dopo quella in coppia con Dimartino (Antonio Di Martino) per La Primavera della mia vita (leggi recensione), si è aggiudicato il Soundtrack Stars Award - XII edizione all’81° Festival del Cinema di Venezia. Ci aveva colpito positivamente lo score variopinto, molto sulla falsariga di quelli di Angelo Branduardi per il grande schermo o della Exploitation, del succitato film on the road del 2023, sempre ambientato in Sicilia, scritto dai due cantautori che lo hanno pure interpretato e co-sceneggiato eppure stavolta Colapesce agisce in solitaria su di una soundtrack assai legata alle immagini che nondimeno commenta con ingegno.
Iddu – L’ultimo Padrino con Toni Servillo, dei registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che ci hanno elargito gli ottimi Salvo e Sicilian Ghost Story, che parla molto liberamente di un accadimento intercorso durante la latitanza del mafioso Matteo Messina Denaro nei primi 2000, fruisce di una partitura dai tratti cupamente stranianti, grottescamente fiabeschi e concretamente immateriali, con rare pagine melodiche in cui svetta il tema dapprima chitarristico solistico su batteria, sintetizzatori, basso (Federico Nardelli) e poi violino (Davide Rossi) e tromba (Alessandro Bottachiari) solisti di “Felice chi non è ancora nato”, dalla suadente rimembranza ortolaniana dei polizieschi anni Settanta. Si pesta sull’hard rock più urlato nello strumentale “Rita’s Blues” dove si fanno largo chitarre elettriche stridule. “Omini e armali (Ouverture)”, lungo brano d’apertura del vinile e album digitale, affida ad una iniziale voce canterina (Colapesce) le liriche sicule di un canto antico, etereo, che diviene schietto astrattismo psichedelico prog anni ’70 nella seconda metà del pezzo, quando sopraggiungono synth, batteria, basso, violoncello, tromba e strumenti etnici vari nel creare un sottobosco sonoro da incubo ad occhi aperti che prende anche allo stomaco. “Catello al funerale” emette un suono tetro ma pur sempre derisore con quel tema portante sicilianizzato sin nel suo nucleo centrale altamente drammaturgico, il tutto ancora più esasperato nel successivo techno incedere carpenteriano di “L’ossessione del pupo” o scarnificato visceralmente nella progressione cavernosa di “Spettri, il pozzo”. Echeggiamenti rurali nella sospensione spaziale di “Il faro”, intanto che nel breve “Catello in Paradiso” il leitmotiv stornellante vagabonda rustichellianamente. Percussioni tribali, tromba ad effetto riverberato come un lamento singhiozzante in “La traversata del pizzino”. Pagina aerea e buia in “Spettri, l’omicidio” con cantilena di Colapesce finale. “La risposta” è una gracchiante marcetta irriverente sempre alla Carlo Rustichelli. “Il pezzo mancante” consegna al cello solo un inciso sfiancante. Kalimba, synth, coro e percussioni disuguali nell’incubo divinatorio di “Spettri, la discesa”. “La convocazione” rintrona cardiacamente. Il lungo brano “Orfani” è un battente crescendo opprimente di percussioni, tromba modificata nel suono (elemento portante di tutta la score), coro ancestrale ligetiano, archi sottesi ed effetti synth disumani. “La scomparsa” è gocciolante fastidio invece “Il pedinamento” romba dentro lo stomaco con il suo beat profondamente oscuro. “La malvagità” è emozionante canzone in puro stile Colapesce & Dimartino, molto anni Sessanta nell’arrangiamento, con quelle sonorità filosoficamente intangibili tra Franco Battiato e Procol Harum. “Titoli di coda” è la versione strumentale per archi, synth, tromba, chitarra elettrica e acustica, della precedente bellissima “La malvagità”.
