Vette Korngoldiane: “Sinfonia in Fa diesis maggiore op. 40”

Vette Korngoldiane
Reportage del concerto “Vienna Sinfonica” del 24 e 26 marzo 2023 presso l’Auditorium di Milano
Vi sono concerti di cui viene abbastanza semplice scriverne subito dopo averli ascoltati – anche se mettere nero su bianco la Musica non è mai cosa facile, perché è una delle Arti meno idonee ad essere descritte sia verbalmente che, soprattutto, per iscritto dato che si rischia costantemente di svilirne la sostanza e la bellezza o, ancor peggio, di banalizzarne la quintessenza primigenia: la sua naturale e divinatoria assolutezza invisibile non solo all’occhio umano perfino (e passatemi l’esagerazione) a quello extraumano – ed altri, come questo denominato “Vienna Sinfonica” ivi recensito – e mi riferisco esclusivamente alla “Sinfonia in Fa diesis maggiore op. 40” di Erich Wolfgang Korngold che stupidamente non conoscevo pur amandone il suo Autore –, che abbisogna di una profonda metabolizzazione, quasi rigenerativa, dopo il suo Ascoltarne le mirabolanti vette di un sinfonismo che avvince visceralmente sin dalle prime battute.
Prima di tutto e prima di addentrarci in questa “Sinfonia in Fa diesis maggiore op. 40” in quattro movimenti composta dall’ingegno di Korngold nel 1949 (completata nel 1952) e dedicata alla memoria del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, reale perno e motivo di estasiamento di questo concerto, sottolineo che siffatto evento musicale (perché di evento si è trattato per gli estimatori del compositore ebreo nato nell'odierna Repubblica Ceca nel 1897 e morto ad Hollywood nel 1957) è stato suddiviso in due tronchi esecutivi nettamente diversi tra loro: una parte, diciamo più frivola, rilassante, melodicamente più abbordabile, trascinante e nota, quella dei valzer viennesi – che dopo il piacevolissimo ascolto, il desiderio di alzare i calici e festeggiare il Nuovo Anno si è instillato negli astanti numerosi in Auditorium – che hanno visto protagonisti Franz von Suppé (1819 – 1895) con la sua mestamente solenne e vitalmente rigogliosa nel medesimo tempo “Ouverture” da “Il poeta e il contadino”, Franz Lehár (1870 – 1948) con “Ouverture” da “La vedova allegra”, che non avrebbe bisogno di commenti a un punto tale conosciuta, un’agile florilegio romanticheggiante che ti fa venir voglia di adagiarti tra le braccia dell’amata/o danzando beatamente, Johann Strauss Jr. (1825 – 1899) con la stranota “Ouverture” da “Il pipistrello” della cui descrizione vi rimando a quanto appena elaborato per Lehár. Invece è fondamentale focalizzarsi su quanto di Korngoldiano è stato eseguito in maniera a dir poco perfetta, nobile e imponente dall’Orchestra Sinfonica di Milano sotto la direzione del Maestro Giuseppe Grazioli – di cui vi invitiamo ad ascoltare la sua lunga e interessantissima intervista video condotta da Maurizio Caschetto sul suo sito “The Legacy of John Williams” di seguito, dove parla anche di questo concerto –:
Preposto che pure la parte riguardante i summenzionati compositori frivolamente ‘valzeristici’ con le loro famose ouverture hanno sottoposto la compagine milanese ed il suo Direttore ad un bell’impegno; tuttavia una passeggiata in confronto al tour de force della “Sinfonia in Fa diesis maggiore op. 40” della durata di 50’ circa. Del compositore austriaco naturalizzato americano, autore di una ventina di musiche per film, aggiudicandosi due volte il premio Oscar per la migliore colonna sonora nel 1937 con Avorio Nero (Anthony Adverse, Mervyn LeRoy, 1936) e nel 1939 con La leggenda di Robin Hood (The Adventures of Robin Hood, Michael Curtiz e William Keighley, 1938), è stato eseguito “Straussiana”, un condensato di sei minuti di operette di Johann Strauss Jr., del quale Korngold fu un esperto arrangiatore e conoscitore, quali le meno sapute Fürstin Ninetta, Cagliostro a Vienna e Ritter Pasman, rivedute in scintillante modalità danzante, con una serie di pizzicati degli archi che ne rendono l’apertura assai scoppiettante e fiabesca e tutto il suo volteggiante avanzare successivo una delizia favolisticamente avvolgente.

Ma torniamo a capofitto su quell’opera scultoreamente sonora della “Sinfonia in Fa diesis maggiore op. 40” che ha presenziato la prima parte del concerto: quattro movimenti (“Moderato, ma energico”, “Scherzo”, “Adagio” e “Finale”) che il ‘genio della musica’ (come lo ebbe a definire Gustav Mahler) Erich Wolfgang Korngold ha concepito come un’eruttiva successione di seducente, scompigliante, passionalmente e gloriosamente avviluppante linguaggio sinfonico, che lascia sbigottiti non poco per la sua tellurica e armoniosa al contempo meraviglia estrema.
Vi sembrerà cosa alquanto strana, ma questa straordinaria e monumentale “Sinfonia” è stata eseguita per la prima volta nel nostro Bel Paese e solo per merito di quel Giuseppe Grazioli che è uno dei pochi Direttori d’Orchestra sul nostro italico suolo ad avere un illuminante, colto, elegante conoscitivo sguardo ‘altrove’ e non soltanto impantanato nella solita routine di scelte risapute del panorama concertistico (invero non solo nostrano, anche se prettamente a noi comunemente attribuibile), con l’ulteriore pregio di aver diretto questa “Sinfonia” con un gesto talmente energizzante e ipnoticamente trasportante da divenire Egli stesso protagonista principale rispetto all’Orchestra Sinfonica di Milano, comunque eccelsa e con ogni singolo musicista messo a dura prova dalla performance ‘apocalittica’, contenente echi cine-musicali hollywoodiani dallo score di Korngold per The Private Lives of Elizabeth and Essex (Il conte di Essex, Michael Curtiz, 1939). Una “Sinfonia” colma, per gli ammiratori della Film Music, di richiami a Bernard Herrmann, John Williams e Jerry Goldsmith, in realtà codesti titani della Colonna Sonora richiamanti nelle loro scritture filmiche proprio uno dei numi tutelari della Composizione della Settima Arte, per l’appunto Korngold. I 4 movimenti, “Moderato, ma energico”, “Scherzo”, “Adagio” e “Finale”, sono un mare magnum complesso, affascinante e intarsiante di cellule leitmotiviche, incisi e paesaggi armonici da restare letteralmente a bocca aperta. A spiccare sopra tutti i Quattro è l’”Adagio” che nel suo lento, inesorabile crescendo, spaventosamente tragico e struggentemente misurato, è una freccia scoccata dritta al cuore dell’uditore che rimane stregato da tale composizione che tocca i vertici del sublime. Lo “scherzo” è perfidamente e ritmicamente un salto vorticoso nel vuoto, con gli ottoni e i fiati che saettano e gli archi inseguenti in controcanto a rotta di collo, con picchi di epica solennità nella centralità del movimento. “Finale” araldicamente gravoso per gli ottoni e i fiati che si vedono impegnati a rincorrersi in maniera incalzante sino alla superlativa e inneggiante conclusione pomposamente eroica.
Si prega l’Orchestra Sinfonica di Milano e Giuseppe Grazioli di deliziarci e rinnovarci con tali ascolti in prossime occasioni concertistiche, perché ne sono a pieno diritto i portabandiera più retti ed eccellenti.
