Reportage del concerto “The Very Best of John Williams”

Williams or Not Williams: questo è il problema!
Reportage del concerto “The Very Best of John Williams” presso il Teatro Dal Verme di Milano il 16 ottobre 2022
Prendendo a prestito una popolarissima battuta del ‘Bardo’ William Shakespeare, tratta dal suo Amleto, dopo aver assistito al concerto ivi recensito, immediatamente mi è sovvenuto, trasmigrandone il concetto principe, “Williams or Not Williams: questo è il problema”. Perché bisogna assistere a certe risultanze concertistiche senza dover minimamente (o maggiormente) porsi la questione (dilemma) preminente sulla dignità del riportare la musica williamsiana dal vivo?
Logicamente (ma è ancora il caso di sottolinearlo?) senza svilirne le basi imprescindibili da sempre: contrappunto, armonie, circonvoluzioni strutturali musicali, dinamiche, tempi e (non meno basilari) conseguenziali risonanze mediatiche impresse indelebilmente nei suoi cultori e nell’immaginario comune mondiale di cinefili e non – perché si sa benissimo che anche chi non ha mai visto un solo fotogramma di Star Wars, Superman, Lo squalo, Indiana Jones, E.T. o Harry Potter, giusto per citare i più noti, ne conosce ugualmente le musiche o i temi principali –. Quindi, torno a rafforzare, viene da chiedersi, rifacendo il cinque volte premio Oscar dal vivo: “Williams o non Williams”? Ovvero rifare Williams o rischiare di non rifarlo proprio (quasi incoscientemente, verrebbe da pensare) – che non vuol dire rifarlo per forza pedissequamente, anche con arrangiamenti e orchestrazioni nuove, pur nel rispetto degli originali, tuttavia con piglio sicuro e un’orchestra degna di tale compito –, stravolgendolo tutto e così scontrandosi inesorabilmente contro il muro dello strazio sonoro o (ancor peggio) dell’irrispettosità.

John Williams, lo sosteniamo da sempre ed è un dato di fatto – e lo possiamo benissimo sottolineare e affermare a gran voce avendolo ascoltato dal vivo sia diretto dal medesimo o da fior fiore di amici direttori d’orchestra da Lui stimati e scelti per portare in concerto le sue musiche, con orchestre quali le stranote London Symphony, Wiener Philharmoniker, Berliner Philharmoniker, Boston Symphony, Chicago Symphony, l’Orchestra sinfonica di Milano, l’Orchestra Italiana del Cinema, etc. etc. –, è complicatissimo da eseguire Live e se, in special modo, la sezione dei brass non è a dir poco perfetta e corposa, si rischia di voler erigere un grattacielo senza le giuste fondamenta molto forti e profonde, con un endoscheletro di acciaio inesistente.

Ecco, la performance di ieri presso il Teatro Dal Verme di Milano della K&K Philharmoniker pecca da molti punti di vista; fondata molti anni addietro dal produttore, compositore e direttore d’orchestra austriaco Matthias Georg Kendlinger (leggete nostra intervista), che l’ha diretta con decisa autorevolezza e con l’enfasi dovuta, è una delle più note orchestre sinfoniche private europee, con all’attivo numerosi concerti e registrazioni di album, anche di composizioni del suo stesso Maestro fondatore (una trentina di CD), e si resta basiti, con cotanta esperienza esecutiva, da alcune magistrali inesattezze da far drizzare i peli sulle braccia a chi, come il sottoscritto che vi riporta quanto ascoltato, conosce sin nei minimi anfratti (persino quelli più segreti…e non esagero!) ogni nota fuoriuscita dal pentagramma williamsiano fin dai suoi esordi filmici e televisivi, nonché come performer al piano per suoi colleghi nelle loro colonne sonore: il programma in due parti del concerto ha esordito con “Summon the Heroes”, scritta da Williams per la celebrazione del 100° anniversario dei giochi olimpici moderni, pezzo alquanto strutturato e dinamico nel suo andirivieni, tra crescendi e diminuendi, dove gli ottoni la fanno da padrone, come accade sempre in questi brani celebrativi composti dal Maestro newyorkese. La K&K Philharmoniker con i suoi brass stonati e, a tratti, fuori tempo decolla proprio malissimo, e da questo momento in poi fa temere il peggio, essendo riportati nella scaletta temi e pagine da Star Wars Una Nuova Speranza, Superman, E.T., I Predatori dell’Arca Perduta, Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo, Hook, Jurassic Park ed Harry Potter e la Pietra Filosofale, data la potenza di fuoco della sezione brass (ottoni) e fiati di queste perle compositive che tutti ben conosciamo a menadito.


La sezione strings (archi) molto in linea, compresa quella dei winds (fiati), specialmente nell’esecuzioni perfette delle controparti o delle principali, hanno avuto la loro rivalsa in brani, dove hanno ovviamente primeggiato, quali lo straziante tema portante da Schindler’s List, il “Marion’s Theme” da Raiders of the Lost Ark (il primo Indiana Jones in originale) nella nuova splendida e ancora più romanticheggiante versione williamsiana del 2017 pensata per l’album “John Williams & Steven Spielberg: the Ultimate Collection”, il cameristico e puntinistico “Nimbus 2000” dal primo Harry Potter e l’adagio sentimentale del “Princess Leia’s Theme” da Star Wars. Il resto dei pezzi di cui sopra, quelli dove spicca l’apogeo degli ottoni, si è dimostrato un saliscendi continuo, a momenti imbarazzante per incomprensione tra il Direttore e il suo gesto, e le sezioni orchestrali che sembravano prendere strade diverse, con i tempi dei temi tutti velocizzati all’estremo, come se si volesse finire il prima possibile il concerto (chi ha tempo non perda tempo, verrebbe da pensare), e solo in alcuni frangenti sinfonici riprendere il tempo appropriato e quell’unisono che in pagine leggendarie come Superman, Guerre Stellari, E.T., Indiana Jones e Harry Potter devono assolutamente venire fuori coi controfiocchi (per non dire ‘coi cosiddetti’).

C’è da dire che anche la selezione messa in campo da Kendlinger non ha peccato in originalità, visto la decisione di forzare la mano (non propriamente sorretto dalla sua compagine), inserendo nel programma un brano come “The Adventures of Mutt” e “A Whirl Trough Academe” da Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo; principalmente il secondo di non facile presa sul pubblico, perché uno di quei pezzi tipicamente di commento, molto action e contorto, dalla difficilissima esecuzione. Quindi, il direttore d’orchestra ci ha creduto nei suoi musici, un po' meno loro nella performance che, quasi sicuramente, tra il primo ed il secondo atto concertistico, dopo una lavata di capo nei camerini (almeno mi auguro sia accaduto), hanno cercato di esprimere il loro meglio, che si è avuto (quando hanno seriamente ingranato la marcia giusta, è proprio il caso di dire!) nei due bis a gran voce – e sull’entusiasmo del folto pubblico in sala ci tornerò a breve –, ossia il tema de Lo squalo in una versione da scary music con quell’inizio in levare che ha fatto tremare le poltrone del Dal Verme e l’obbligatoria Marcia Imperiale da L’impero colpisce ancora. Ma troppo poco per farmi esprimere parole di elogio per questo concerto (non dimentico la versione tranciata a metà del brano “Throne Room” dal primo Guerre Stellari, come a dire “Non ce la possono fare!”), che ha lasciato parecchio l’amaro in bocca; non al numeroso pubblico di varie fasce d’età che ad ogni fine esecuzione ha riportato il suo caloroso e stordente plauso alla K&K Philharmoniker e al suo simpatico Matthias Georg Kendlinger, il quale ha goliardicamente chiesto ad un ragazzino in sala, putacaso con il casco nero di Darth Vader, di salire sul palco e posizionarsi dietro l’orchestra durante l’esecuzione della marcia dell’iconico villain di Star Wars.

Forse, il noto modo di dire che “il cliente ha sempre ragione” – in questo caso il ‘pubblico’ – sta a significare che la critica (probabilmente) lascia il tempo che trova e alla fin fine quello che conta è l’emozione ‘soggettiva’ che una musica, una performance, un film, un video, un’opera d’arte in generale, un paesaggio riesce a trasmettere alle corde giuste del nostro Essere…il resto è pura chiacchiera o pensiero concettuale, nulla più. Ciò nonostante, resta sempre il dovere a chi, come me, ama questo mestiere e questa materia, di dire la sua e invogliare, in questo frangente, ad aprire bene le orecchie e a comprendere quando il Bello viene espresso con la sua reale e doverosa Bellezza d’espressione e realizzazione, qualunque esso sia e da dove venga sviscerato. Se no tutto si riduce ad un semplicistico (che a suo modo non è neppure errato, basta comprenderne le vere configurazioni e gli essenziali svolgimenti) ‘bello o brutto’ o ancor più terra terra ‘mi piace o non mi piace’. Per buona pace di tutti, concluderei!
