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09 Mar2020

Curiosità musicali dalla Berlinale 2020

Scritto da Paolo Eustachi. Pubblicato in Reportage

Curiosità musicali dalla Berlinale 2020 con diversione Argerich - Mehta

La Berlinale offre sempre spunti musicali di grande interesse sia attraverso la scelta di film che – malgrado il dilagante ricorso al ‘sound design o concept’ ritenuto meno oneroso – presentano anche OST composte da musicisti di rilevo.
Il climax musicale della manifestazione berlinese è come sempre rappresentato dallo screening in prima assoluta di un importante lavoro del periodo del cinema muto, in restauro digitale e accompagnato dall’esecuzione dal vivo di una nuova partitura. Per l’edizione 2020, che coincideva anche con il 70° compleanno della Berlinale, la scelta è andata al celebre film Das Wachsfigurenkabinett realizzato nel 1924 da Paul Leni e di cui ci siamo ampiamente occupati in un precedente articolo (leggi reportage). Un momento di grande emozione lo ha poi trasmesso la visione di Last and First Men film documentario firmato da Johann Johannson (1969 – 2018) nella duplice veste di regista e compositore, inserito nella sezione Berlinale Special. Ricordiamo il grande musicista islandese, prematuramente scomparso, per le sue coinvolgenti partiture composte per numerosi importanti registi come So Yong Kim, Janos Szasz, Garth Davis, Panos Cosmatos, James Marsh, Rasmus Heisterberg, Anders Morgenthaler. Il film è stato tenuto a battesimo nel luglio 2017 al Manchester International Festival e poi ripreso nel dicembre 2019 al Barbican di Londra, accompagnato dall’esecuzione musicale dal vivo della London Symphony Orchestra e Theatre of Voices con la direzione di Daniel Bjarnason.



Girato in bianco e nero su semplice pellicola in 16 mm, caratterizzato da lunghi piani sequenza con lento movimento di carrello, il film si presenta come una drammatica e toccante riflessione esistenziale con profondi rimandi e atmosfere apocalittiche che evocano scenari visionari di film come 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick ma soprattutto Perdizione e Il Cavallo di Torino di Bela Tarr e Solaris di Andreij Tarkovskij. Il titolo viene ripreso da un libro di fantascienza scritto da Olaf Stapleton nel 1930, che insieme alle foto di Jan Kempenaers raccolte in un volume pubblicato nel 2010, hanno trasmesso al musicista islandese l’ispirazione per la realizzazione del film.
Il tema è rappresentato dalle singolari e sinistre architetture degli ‘Spomeniks’, dallo stile fortemente arcaico, con chiari rimandi alla civiltà Maya, mausolei ubicati in luoghi teatro di eccidi, battaglie e campi di concentramento in territorio della ex-Jugoslavia, simboli di unità, la cui costruzione venne disposta dal Maresciallo Tito nell’utopico sforzo di integrare paesi di differenti etnie, tradizioni, culture e religioni. Con un’avvincente poetica il lavoro si traduce in modo magistrale in un’affascinante associazione di musica, immagine e narrazione. Nella loro rarefazione timbrica, gli accenti sobri e gravi evocanti tristi atmosfere della scrittura musicale di Johann Johannson, si muovono in perfetta simbiosi con la narrazione sostenuta con straordinaria espressività dalla voce di Tilda Swinton. Il compositore afferma di aver scritto parte della partitura prima dell’inserimento della voce registrata nelle Scottish Highlands, patria dell’attrice. Con la voce il film avrebbe assunto una connotazione e una prospettiva di impensati orizzonti che lo ha indotto a rivedere in parte la scrittura, al fine di realizzare un più adeguato assetto nell’equilibrio complessivo del lavoro.



Un grande duo dell’Ottava Arte, insignito nel 2017 dell’European Film Award per la colonna sonora dello splendido film Loveless di Andrej Zwjagintsev, Sasha e Evgenj Galperine firmano la sontuosa scrittura di Persian Lessons del regista ucraino Vedim Perelman presentato nella sezione Berlinale Special.
Perfettamente montate con il loro carattere solennemente straniante e in assorto ripiegamento contemplativo costruito su lunghe linee tematiche, le musiche dei due fratelli russo-francesi aderiscono in modo magistrale all’ansioso evolversi del destino di un giovane ebreo che scampa alla fucilazione in un lager e per le sue origini persiane viene chiamato dal comandante a tenere delle lezioni di lingua del suo paese. Ma il giovane conosce solo qualche parola e deve inevitabilmente improvvisare…



Sempre nella sezione Berlinale Special, superbamente accompagnato dalle taglienti, ruvide ma anche evocative costruzioni armoniche del musicista serbo Milos Elich, Nomera (Numeri), coinvolgente film dal possente taglio teatrale del regista ucraino Oleg Sentsov, tornato in libertà grazie a uno scambio di prigionieri politici nel settembre del 2019 dopo essere stato condannato nel 2014 a venti anni di confino per aver partecipato a una manifestazione anti-russa.
Da Labytnagi nella Siberia centro-settentrionale egli ha diretto Nomera in via epistolare e nel 2018 è stato insignito del Premio Sacharov dal Parlamento Europeo. Il film è una parabola distopica che vede protagonisti 10 numeri (pari donne, dispari uomini) che devono quotidianamente celebrare un rituale di azioni e movimenti imposto dall’alto da un’entità superiore. L’ordine costituito dura qualche tempo, poi si inceppa e salta a causa di un errore. Non sembra peraltro assolutamente certo che il nuovo ordine possa rivelarsi migliore del precedente.



Un’imponente retrospettiva è stata dedicata a King Vidor (1894 – 1982), celebre regista americano che si è trovato a operare nella transizione fra il muto e il sonoro. A Berlino è stato proposto lo screening di 40 dei suoi 54 film fra cui 11 film muti con accompagnamento musicale dal vivo al pianoforte, che ha visto protagonisti due solisti di valore come Maud Nelissen e Richard Siedhoff.
Particolarmente coinvolgente La Bohéme, realizzato da Vidor nel 1926, dramma della cucitrice Mimì nel quartiere latino a Parigi, ispirato al romanzo di Herri Murger al pari dell’omonima opera di Puccini. Il film colpisce per la sua profonda tensione narrativa e la straordinaria prestazione di Lilian Gish nel ruolo protagonista di Mimì. Di grande eleganza sentimentale e sensibilità tematica e atmosferica l’accompagnamento musicale del pianista Richard Siedhoff che si mantiene su un attento rigore espressivo che mai cede a sterili sottolineature sentimentali e a scadimenti esornativi.



L’universo musicale del grande barocco italiano abbraccia in modo singolare due fra i film più coinvolgenti in concorso, e giustamente premiati con l’Orso d’Argento, Undine di Christian Petzold (Paula Beer, migliore attrice) e Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti (Elio Germano, migliore attore). Undine, splendida parabola sognata concepita come metafora della mitica sirena alla ricerca di un amore umano, è percorso da una suggestiva trascrizione per pianoforte dell’”Adagio” dal “Concerto in Re minore per oboe, archi e basso continuo” di Alessandro Marcello (erroneamente attribuito al fratello Benedetto) già straordinario protagonista dell’indimenticabile Anonimo Veneziano (1970) di Enrico Maria Salerno nella colonna sonora firmata da Stelvio Cipriani (1937 – 2018).
Il tema della ‘Follia’ in musica inizialmente affrontato da Arcangelo Corelli per essere poi ripreso da Antonio Vivaldi nella “Sonata per due violini e basso continuo op. 1 nr. 12”, ricorre nella colonna sonora realizzata da Marco Biscarini, coadiuvato da Daniele Furlati, Luca Leprotti e la cantautrice Marta Ascari (in arte ‘La Tarma’), che accompagna lo straordinario percorso esistenziale del pittore Antonio Ligabue nella impareggiabile rappresentazione scenica di Elio Germano in Volevo Nascondermi.
La scrittura musicale è fortemente coinvolgente e articolata nel suo riuscire a trasmettere in modo magistrale la profondità di pensiero, il desiderio di espressione artistica e la labilità psicologica del protagonista e alterna momenti di slancio melodico avvolti da richiami vivaldiani (“La Pazzia III e IV”) a figure armoniche e idee timbriche più spigolose e dissonanti (“Esilio” – “Mentalist” – “Diavoletto”). Assolutamente toccante “Invisible” con la voce sognante e avvolgente di Marta Ascari.
La musica interviene in modo indimenticabile ad esprimere con fare spontaneo e incantato lo stato d’animo di un potenziale grande artista che, anche grazie a una comunità di persone che lo accolgono e lo affiliano, riesce a superare i gravi traumi subiti in gioventù e a raggiungere importanti traguardi.
Oltre a Volevo Nascondermi Elio Germano è anche protagonista di Favolacce, singolare lavoro di Fabio e Damiano D’Innocenzo, insignito dell’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura.



Fra i film presenti alla rassegna berlinese vorremmo anche segnalare In Deep Sleep (Forum) di Maria Ignatenko e l’imponente DAU nelle sue due parti Natasha (concorso e Orso d’Argento per rilevanti meriti artistici) e Degeneratsia (Berlinale Special) di Ilya Khrzhanovskiy, figlio di Andrey Khrzhanovskiy, che ricordiamo grande icona del cinema d’animazione russo-sovietico, molto legato al compositore Alfred Schnittke.
Di Agnezka Holland è stato presentato Charlatan (Berlinale Special) con la colonna sonora composta da Antoni Komasa-Lazarkhievicz che ricordiamo autore anche delle musiche scritte per Pokot (Tracce, Orso d’Argento 2017) della stessa regista polacca.
Nell’ambito di un simposio tenuto all’Ambasciata di Danimarca e intitolato Nordic Film Music Days, la pluripremiata compositrice islandese Hildur Gudnadottìr ha guidato l’interessante seminario ‘Follow the Money’ sul difficile tema dei bassi compensi e sulle difficoltà di incasso da parte dei musicisti.
Fuori Berlinale, in una città come Berlino, non mancano poi appuntamenti musicali di rilievo. Questa volta serata stellare alla Philharmonie il 23 febbraio con la Staatskapelle Berlin guidata da Zubin Mehta, insieme alla mitica Martha Argerich impegnati nel “Concerto in Sol maggiore” per pianoforte di Ravel. Una vera leggenda.

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Daniela Bocconi

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