Reportage del concerto di Yann Tiersen a Torino

Yann Tiersen: metamorfosi in concerto alle OGR di Torino
Reportage del concerto del compositore di Amélie del 7 marzo 2026
Si curvano il pensiero e la nostra storia personale mentre Yann Tiersen, piegato sul suo pianoforte, tra luci blu e fumi come nebbie della Bretagna autunnale, annichilisce il nostro diuturno dolore nel discioglimento dei ghiacci eterni che assiepano il nostro cuore in una morsa che ci rivela con fredda geometria la scansione raggelata e millimetrica dei nostri momenti sul pianeta Terra, della nostra esperienza individuale terrena.
Fatta di quotidianità banale, di ricerca di felicità su mezzi idioti fatti da idioti e condivisi da idioti che rivaleggiano in apicale imbecillità sull’ultimo piatto instagrammato, sulla penultima meta instaraggiunta, sul vuoto vertiginoso della nostra condivisa nullità, della nostra idiota, già instagrammata esistenza. Ci fanno fare i conti con il nostro inadeguato non-senso le note sgranate a una a una come gocce di sangue che da un a flebo (ri)entrano in vene ormai asciutte, riarse.
I Windmills of Our Minds legrandiani che riverberano nel minimalismo (un po' déjà entendu) di Tiersen sono semplici ma efficaci nel riverberare le mille pose delle nostre esistenze, dei nostri sentimenti, dei nostri scarni e farraginosi empiti empatici che ripiegano il pensiero dentro se stesso, nell’illusione, salvifica e mortifera al contempo, di dare un senso al metro cortissimo che misura il nostro tempo, il nostro miserando arco narrativo nella storia del Tempo.
Lo spettacolo ibrido elargito dal bravo performer bretone nel proscenio splendido e neo-decadente delle OGR torinesi è stato un momento di psicoanalisi collettiva, una messa laica cui riottosi questuanti si sono stretti, rigorosamente in piedi, attorno all’officiante francese in attesa e nella speranza di una catarsi che infine è scesa in forma di assoluzione sonora e luminosa in estrema benedizione, di già sconsacrata, di una sintesi estetica che va oltre ciò che onestamente ci saremmo aspettati.
Ibrido perché il Nostro, richiudendo lo scrigno delle singole note associate ai tasti del piano, esfiltrandosi dal primo atto e avvicinandosi a una console (come nel finale di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, per capirci) ha iniziato a schiaffeggiare le nostre certezze di Classica e Filmscoring con l’Anticristo: techno e campionamenti strumentali e vocali.

E in piedi, senza nemmeno un inginocchiatoio cui abbeverare le nostre paure, abbiamo assistito a uno spettacolo di musica piuttosto pura e giusta. Compromessa, come tutto ciò che è umano, ma vera, sincera e rilucente arte e talento. Novello Moby, per chi lo ricorda, ma con frecce armoniche e melodiche più appuntite del (dimenticato) vate della musica-nonpiùmusica, Tiersen ha condotto la sua spietata ma talentuosa funzione con esiti che mai e poi mai avremmo potuto sospettare.
Nell’intervista, negataci, gli avremmo chiesto quanti Fantastici Mondi di Amélie sono dovuti implodere, annichilire e sputtanarsi per ottenere quella che è evidentemente una delle migliori operazioni di reinvenzione di sé di un artista negli ultimi lustri. Qual era quella canzone che ti faceva piangere da ragazzo Yann?, sarebbe stata la seconda domanda seguita da: che senso ha tutto questo, perché lo fai? Il mondo è ormai una allucinazione collettiva di miserie, porcherie, bassezze inutili e rivendicate con beota imbecillità. Cosa può cambiare l’intervallo melodico giusto se nessuno se ne accorge, se nessuno ha più orecchie per capire, per intendere? La risposta l’abbiamo avuta però al termine della performance: i sorrisi di chi aveva assistito allo spettacolo raccontavano di un mondo che cerca di farcela a prescindere, giocando quotidianamente a poker con l’idiozia (nostra e degli altri che viaggiano con noi su questa astronave tonda lanciata nello spaventoso silenzio universale che è la Terra), bluffando contro un’esistenza che ci chiede ogni secondo di schierarci con noi o contro di noi.
Riconoscere che gente, artisti, come Yann Tiersen lancino segnali di emergenza salvifici è già qualcosa. E lo dobbiamo ringraziare per questo. L’ultima domanda sarebbe stata: Yann, raccontaci il sogno dov’è nata “Comptine d’un Autre Été”. E in sogno la risposta che mi ha dato è stata: l’ho pensata lì, proprio dietro di te.
