Reportage dell'"Ivan il Terribile" di Sergej Prokofiev per Sergej Ejzenstejn

Ivan il Terribile di Sergej Prokofiev. Concerto della versione in forma di oratorio della colonna sonora per il film di Sergej Ejzenstejn
Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Roma, 13 febbraio 2025
Secondo e ultimo tassello della collaborazione tra Sergej Prokofiev e Ejzenstejn, Ivan il Terribile (1944) ha rappresentato per la cinematografia sovietica un’operazione (purtroppo rimasta incompiuta: seguì infatti solo il secondo capitolo della trilogia, La congiura dei boiardi, distribuito solo dopo dieci anni dalla morte del regista) che, nel racconto della vita dello zar Ivan IV, doveva rileggere il passato della Russia in funzione antinazista.
Ma si potrebbe obiettare che il precedente lavoro del binomio Prokofiev- Ejzenstejn, Aleksandr Nevskij (1938), assolvesse a tale compito in maniera più diretta e concreta.
Nella narrazione delle gesta del condottiero medievale, l’enfasi posta sulla lotta e sull’azione (genialmente esemplificata dalla scena della battaglia sul ghiaccio), quindi sui valori più spiccatamente guerreschi del popolo russo, mirava a una propaganda schietta, in cui i Teutoni (palese doppione dei contemporanei nazisti) facevano la figura di cattivi da fumetto, mettendo al rogo donne e bambini con tanto di sorriso luciferino sul volto.
Quella di Ivan il terribile è invece una Russia sempre sul punto di implodere (più che esplodere), lacerata com’è da lotte interne che impediscono il disegno unificante di Ivan, zar sanguinario ma in fin dei conti impotente. Non stupisce, dunque, che la proiezione del secondo capitolo della trilogia fu bloccata da Stalin: l’opera di Ejzenstejn ritraeva in maniera pericolosamente chiaroscurale la figura del sovrano.

Anche dal punto di vista squisitamente tecnico-cinematografico, le differenze con l’Aleksandr Nevskij sono evidenti: al dinamismo si sostituisce una staticità che brulica rabbia e impotenza, agli esterni luminosi subentrano gli interni lugubri di cattedrali e castelli, splendidamente ispirati all’arte bizantina, e i campi lunghi lasciano spazio ai primissimi piani di chi congiura alle spalle piuttosto che attaccare frontalmente.
La musica del grande compositore, oltre ad essere molto sfaccettata e piena di rimandi alla scuola nazionale russa (Rimskij-Korsakov, Glinka, Musorgskij), si proietta perfettamente sullo stesso orizzonte espressivo del film del regista de La corazzata Potëmkin e di Ottobre.
La ben nota frenesia e fisicità della musica di Prokofiev si incanala qui in un nervosismo sonoro che, pur facendo uso della grande orchestra e del coro, sembra sul punto di implodere come la Russia di Ivan. E ciò nonostante il dispiego al solito magniloquente delle sezioni orchestrali, dell’enunciazione di melodie di splendida serenità (come quelle relativa alla giovinezza di Ivan), della sinuosità di certi motivi tipicamente slavi, specie nelle marce e nei cori del popolo russo.
Perché anche in questa versione in forma di oratorio dell’opera, approntata dal direttore d’orchestra Abraham Stasevic dopo la morte del compositore, a rimanere impressi nella memoria sono i crescendo soffocanti, dove risaltano le dissonanze degli ottoni o il timbro penetrante degli oboi sul registro acuto, il pathos represso di una pagina incredibile come “La supplica di Ivan ai Boiardi”, in generale in quell’ambiguità esibita anche sul piano armonico (la compresenza di più tonalità del cosiddetto politonalismo), per cui la grandiosità è minata sempre dall’incursione dell’orrore e del brutale. 
In questo risiede il lascito più grande di Prokofiev sulla musica per film: impossibile non pensare al John Williams di E.T. l’extra-terrestre durante la scintillante “Ouverture” di Ivan, così come le progressioni (per tonalità minori lontane) della già citata “Supplica” torneranno nelle pagine più intense di Danny Elfman per il cinema di Raimi e Burton.
Nervosa, frenetica ed estremamente sentita, l’esecuzione del 13 febbraio scorso di Daniele Rustioni alla testa dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha avuto soprattutto il merito di non risparmiare nulla sul piano della prestanza ritmica e dell’intensità emotiva. Le pagine di Prokofiev, che sprizzano fisicità ribollente da tutte le battute, richiedono di essere restituite con altrettanta fisicità.
Di grande resa anche la sezione corale (del maestro Andrea Secchi per gli adulti e della maestra Claudia Morelli per le voci bianche) e le voci solistiche (il basso Alexander Roslavets e il contralto Marina Prudenskaya) nonché la suggestiva voce narrante e recitante (Orlin Anastassov), in quella che, almeno ad ascolto appena avvenuto, mi sembra tra le migliori esecuzioni di questo oratorio.
Già eseguita negli anni passati presso lo stesso Auditorium, quest’opera non smetterà di stupirci a ogni ripresa, e a ricordarci quale arte avrebbe potuto essere la cosiddetta “musica per film”.

Un ringraziamento speciale a Daniele Battaglia per la sua generosa disponibilità e cortesia
