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12 Gen2023

The Fabelmans

Scritto da Samantha Montesarchio. Pubblicato in Cinema

cover fabelmansJohn Williams/AA.VV.
The Fabelmans (Id. – 2022)
Sony Classical
12 Brani – Durata: 31’20”

Scrivere di Steven Spielberg non è mai un affare semplice: cosa si può dire ancora sul pioniere del blockbuster moderno, sul regista di maggior successo commerciale di tutti i tempi, su colui che, da solo, ha influenzato il modo di stare dietro alla macchina da ripresa di generazioni e generazioni di cineasti contemporanei? Tendenzialmente nulla e la questione viene ulteriormente ‘aggravata’ quando si tenta di snocciolare il sodalizio ormai ultracinquantennale che il regista ha fedelmente instaurato con il compositore (ed anche amico) John Williams, altra pietra miliare della storia delle musiche per film. Può risultare a tratti sconveniente ma, d’altronde, se la qualità del prodotto di cui si parla è quella di The Fabelmans lo si fa quasi volentieri.
L’intero progetto era già in programma per Spielberg da molti anni e si è concretizzato dopo la scomparsa dei suoi genitori, sfruttando il periodo della pandemia per lavorare alla sceneggiatura (un po' com’è successo a Kenneth Branagh per il suo Belfast) firmata insieme a Tony Kushner, che aveva già scritto per lui Munich, Lincoln e il remake di West Side Story. Pellicola assai distante rispetto agli standard fantasy/sci-fi/avventurosi a cui il regista ci ha da sempre abituati, The Fabelmans esplora con occhio fanciullesco e in maniera del tutto autobiografica gli esordi nel mondo del cinema del giovane Sammy Fabelman (interpretato da un formidabile Gabriel LaBelle) e le dinamiche interne della sua famiglia alquanto sui generis, composta da una madre pianista (Michelle Williams), un padre informatico (Paul Dano), due sorelle minori ed un particolare ‘zio acquisito’ dalla presenza a tratti quasi ingombrante (Seth Rogen). Tutto ruota intorno alla sovrapposizione tra reale e fantastico, dando vita a quell’atmosfera magica tipica di un vero e proprio romanzo di formazione trasposto grazie all’uso di una sceneggiatura ondivaga, episodica ed ellittica che al suo interno contiene cambi di tono e di stile quasi a racchiudere in sé tanti piccoli film in uno.
Grazie a questo connubio perfetto di cast, ambientazioni, sceneggiatura e scelte tecniche-stilistiche (basti pensare che l’intero film è girato in 4:3 piuttosto che nel classico 16:9) è stata portata in vita un’opera più intima e dalla risonanza minore sul piano formale rispetto ai soliti blockbuster ma con un fortissimo impatto emotivo che ribadisce l’attenzione speciale del regista agli aspetti legati al mondo dell’infanzia (già ampiamente esplorati, per esempio, in Hook - Capitan Uncino del 1991)  e alla sua voglia di raccontare costantemente nuove storie d’ispirazione. Attenzione che è stata ancora di più esaltata dalla colonna sonora prodotta da Williams che ci ammalia nuovamente con le sue melodie semplici ma che puntano dritte al cuore e che incorniciano alla perfezione ogni fotogramma fino al meraviglioso finale, in cui sogno e realtà finalmente si uniscono grazie ad un incontro fortunato che cambierà per sempre la vita del giovane Sammy.
La score è così essenziale perchè si caratterizza di due elementi principali: la contrapposizione tra musica diegetica (quella che proviene da una fonte sonora presente e ben identificabile all’interno dell’inquadratura o della scena) ed extradiegetica (quella che serve invece da discorso, da commento, da amplificazione drammatica e la cui fonte non proviene dall’interno della scena ed è quindi da considerarsi come esterna e di accompagnamento) e l’alternanza tra brani originali (composti dallo stesso Williams) e di repertorio (riadattati invece dal compositore).
Entrambi questi aspetti sono proprio funzionali ad esaltare il continuo dividersi tra realtà e sogno, aspetto incarnato principalmente dalla madre di Sammy, Mitzi, che nel suo personaggio racchiude proprio la dialettica tipica di questo dualismo. Se da una parte la vediamo spesso fisicamente al pianoforte mentre suona brani di tutto rispetto del repertorio classico pianistico (Bach, Clementi o Beethoven) per giustificare un ruolo che forse non le appartiene più, dall’altra è altrettanto spesso coinvolta in scene svincolate dal tempo, quasi oniriche, accompagnata da musiche del tutto nuove e in cui il suo lato più ‘visionario’ esce invece totalmente allo scoperto (come per esempio la scena della sua iconica danza per cui è stata appunto composto il brano originale “Mitzi’s Dance”). Questo dualismo è poi nuovamente riscontrabile anche in riguardo alla crescita formativa dello stesso protagonista, seppur in maniera del tutto opposta. Da un lato, ogni momento di rottura e formazione è segnato da musiche originali (come nei particolari momenti di scontro/confronto con la sua famiglia con i brani “Mother and Son”,  “Reflections” o “New House”), dall’altro, ogni qualvolta lo vediamo nell’intento di esplorare la sua più grande passione, il cinema, è accompagnato invece da brani famosissimi e quasi ridondanti (come, ad esempio, “I Got Rhythm” di Gershwin, “Tutti Frutti” nella versione di Dorothy La Bostrie, Joe Lubin e Richard Penniman e “Walk on by” di Burt Bacharach e Hal David). A conclusione del film poi, lo stesso Williams ha voluto ricreare una sorta di ‘cadenza perfetta’ per dare all’intera pellicola la risoluzione sonora che la sua chiusa magistrale, di fatto, meritava. Il brano finale originale “The Journey Begins”, infatti, racchiudendo in sé numerosissimi estratti dall’allegro brioso della celeberrima sonata n°48 di Haydn, rappresenta proprio la volontà di voler trovare sempre un ‘equilibrio’ giusto ma al contempo del tutto personale tra razionale ed irrazionale, per poter perseguire anche gli obiettivi più ambiziosi (proprio come fa il protagonista dimostrando di essere cresciuto ed aver acquisito una profonda consapevolezza personale).
The Fabelmans è molto di più del classico racconto autobiografico e metafilmico che ci si potrebbe aspettare da una coppia regista/compositore che non ha più nulla da perdere. E’ un film magnificamente interpretato che, senza esagerare, ci riporta a un modo di fare cinema ‘da sognatori’ utile a ricordarci, senza troppi fronzoli, perché questa forma d’arte è così universalmente amata da tutti ed è proprio per questo che a sua volta, in un certo senso, risulta essere anche così prezioso.

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Daniela Bocconi

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