Io sono l’abisso
Vito Lo Re
Io sono l’abisso (2022)
Edizioni Curci s.r.l / Palomar s.r.l.
5 brani – Durata: 11’05”
Solitamente – a maggior ragione nel caso di film come questo di genere horror, thriller e derivazioni varie – lo score viene spalmato dal primo all’ultimo fotogramma per rafforzare (o magari migliorare quindi distrarre dalla pochezza realizzativa) alcune sequenze topiche, perché con le note si può creare una paura o attesa tensiva ancor più dichiarata, atavica e viscerale.
Nel caso dell’ultimo film dello scrittore e regista di thriller, Donato Carrisi (La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto tratti entrambi dai suoi best seller librari), Io sono l’abisso, altro adattamento dell’omonimo romanzo edito da Longanesi, la musica del fidato Vito Lo Re è più che centellinata (11 minuti totali), quasi inesistente, ma quando presente, dal fortissimo impatto emozionale e narrante in maniera più che semplicemente descrittiva, cognitivamente e sensorialmente profonda, come l’abisso in cui vive (da sempre) il serial killer protagonista – uno stupefacente, disturbante (come il suo modo di camminare e quell’andamento sbilenco e ostacola(nte)to di tutta la pellicola) e trasformante Gabriel Montesi, con un trucco prostetico credibilmente deformante ad ingrandirne le devianze – e anche gli altri comprimari, come la coraggiosa, imperterrita e abbandonata Michela Cescon e la bravissima, toccante e devastata tredicenne Sara Ciocca (che ricorda a più step recitativi la Jennifer Connelly di Phenomena o la Natalie Portman di Leon).
Il film è la storia di un addetto ai rifiuti che lavora in alcuni paesi del Lago di Como, dove “se butti una cosa se la prende”, che colleziona la spazzatura per carpirne i segreti visto che in essa si racchiude la ‘verità’ di ognuno di noi. Alla sera frequenta locali notturni per adescare anziane prostitute o vecchie solitarie, tutte bionde, per ucciderle e consegnarle alle acque ‘inesorabili’ del lago. Nel frattempo una donna, ritenuta ‘pazza’ dagli abitanti del luogo, va in giro ad aiutare donne vittime di violenza e una ragazzina di tredici anni di una famiglia per bene e ricca della zona, con un pessimo rapporto con i genitori, accusa pesantissimi problemi (che non svelo) che la inducono a tentare il suicidio. Queste tre identità così distanti tra loro – il serial killer operatore ecologico, la donna alla salvezza delle abusate (di qualsivoglia tipo di violenza) e la tredicenne – verranno ad incrociare le loro esistenze sprofondate in un abisso differente ma (probabilmente) ravvicinante.
Lo score di Lo Re è incidente e intenso, come raccontato dal medesimo: “È una colonna sonora atipica. Si fonda essenzialmente su un unico brano che ha il compito di accompagnare la scena più importante e più difficile del film. E il regista mi aveva detto che l’avrebbe girata senza sonoro, basandosi soltanto sulla musica. È stata un’enorme responsabilità perché da quella scena e da quel brano dipende l’effetto emotivo del finale”. Una musica basata su un tema (esposto su tre brani che prendono il titolo del film) per piano e violoncello solisti in controcanto, con archi in contrappunto, che esprime meravigliosamente quella fragile dolcezza che è insita in tutti noi sin dalla nascita, che poi si macchia da adulti di quella fumosità oscura data dalla verità opprimente di tutti i giorni che ci fa credere di essere felici e sereni tuttavia ci nasconde (ci tutela?) dai reali ostacoli della vita con la convinzione di poterli superare: c’è chi ci riesce in maniera salvifica e c’è chi no cadendo in un ‘abisso’. Un tema che ti entra sotto pelle e non ti lascia più andar via! Altra traccia delle quattro strumentali è “Lei è mia amica!” per synth e piano, di beethoveniana memoria, è tensivamente stordente. Chiude l’album digitale la canzone originale appositamente scritta per i titoli di coda del film da Lo Re, Fabrizio Campanelli e Fabio Riccio, presente anche in una scena di una festa da ballo in villa, “La mia Queen” eseguita dal rapper Shoker MC: molto orecchiabile, dalle ritmiche ipnotiche e dalle movenze melodiche addolcenti e salvifiche come il leitmotiv principale del film, perché alla fine il cerchio delle vite di queste tre anime in pena si chiude come a dire che nulla è casuale ma tutto è un andirivieni emozionale di accadimenti che conducono sulla medesima strada.
