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01 Giu2022

La novizia

Scritto da Randolph Carter. Pubblicato in Cinema

cover la noviziaBerto Pisano
La novizia (1975)
Four Flies Records FLIES53CD
21 brani – durata: 46’02”

Mai paga di rimestare nel torbido del sommerso cinemusicale italiano, la Four Flies ci regala ora l’ineditissima OST scritta da Berto (Umberto) Pisano (Cagliari 1928-2002) per La novizia, diretto nel 1975 dal Carneade Pier Giorgio Ferretti (secondo alcuni, vedi https://www.davinotti.com/forum/curiosita/la-novizia/40007196, sta per Giuliano Biagetti, che si sarebbe firmato con l’eteronimo per Il sergente Rompiglioni, Decameroticus e la qui presente Novizia, mentre per gli altri lungometraggi – La svergognata, Interrabang, L’età del malessere e altro - avrebbe mantenuto l’onomastica originale). La novizia è suor Maria Immacolata, di origine veneta, giunta in Sicilia (riprese nel Lazio) per assistere il morente barone don Ninì, femminaro impenitente che minaccia di trombarsi anche la morte (Vieni, che me fotto pure a tia!). Concupita da Vittorio, nipote dello stagionato mandrillo, gli si concede e alla morte del vecchio torna al paese d’origine non più vergine e non più suora. Vittorio la raggiunge e ne gode ancora una volta i favori prima di venire accoppato da una fucilata sparata dalla madre di lei per vendicare l’onore della figlia (Veneto o Sicilia, è tutto il medesimo brodo primordiale). Gloria Guida è la poco timorata suorina, Femi Benussi un ex amore di Vittorio (rispetto alla protagonista, puttaneggia alla grande, mentre la Guida si denuda con un poco di gusto solo nell’ultima mezz’ora), Lionel Stander (buon attore statunitense, assai utilizzato anche da noi negli anni d’oro) il libertino irriducibile. Nel cast anche Maria Pia Conte, bella presenza costante in quel genere di film. Siamo nel sottofilone della commedia erotica, o sexy, o scollacciata (quest’ultima dizione ha goduto, e gode, di un certo credito) o, altrimenti detto, del softcore all’italiana, presente in dosi massicce nel ventennio dalla fine dei Sessanta al principio degli Ottanta. Quantità non vale qualità, e qui davvero siamo di fronte ad una delle linee più fragili del nostro cinema di genere.
Il fascino – per quanto ingenuo - dell’antico presente nei sandaloni, il senso d’avventura e il cinismo e la crudeltà del western, le suggestioni del gotico, l’adrenalina del thriller horror, gli eccessi dei pornonazi e dei cannibal movie, gli spunti di satira di costume e l’intimismo malinconico delle migliori commedie di casa nostra: a ciascuno il suo. Qui, per contro, trame inconsistenti, dialoghi penosi e risibili, situazioni da avanspettacolo, esibizioni di cosce e altro finalizzate a guardonismi patetici (anche se bastavano, allora, due tette al vento per indurre un clima di morbosa curiosità; oggi, nell’epoca del free porn in Rete, siamo tutti anestetizzati), e tanta noia unita ad una comicità di grana grossa per palati grossi. Un panorama disastrato, con alcuni milieu privilegiati di riferimento. In primis la scuola, fucina di liceali tout court o «nella classe dei ripetenti» e/o a «sedurre i professori» (sai la novità) o «al mare con l’amica di papà», ripetenti che «fan l’occhietto al preside» (anche a scuola bisogna sopravvivere), studentesse degli scandali, supplenti bramate dagli allievi o che «vanno in città» a riciclarsi come cameriere tuttofare, professoresse «di scienze naturali» o «di lingue», insegnanti che «vanno in collegio» o «al mare con tutta la classe» o «vengono a casa», «compagne di banco», «classi miste». Ben rappresentata l’area medico-militare: dottoresse del distretto militare e sotto il lenzuolo e che «ci stanno col colonnello», infermiere di notte e nella corsia dei militari, soldatesse alla visita militare e «alle grandi manovre». Anche la polizia ha diritto al suo spazio con «poliziotte della squadra del buoncostume», e che «fanno carriera» e non disdegnano le trasferte, magari a New York. Nell’universal troiaio la Chiesa c’è e vuole esserci con le sue seminariste, «moniche e poi dimonie» o «indemoniate» ex abrupto e appunto novizie (ed ex tali). A variare e completare il paesaggio, maestre di sci e lady football (poteva mancare lo sport?), cameriere che seducono i villeggianti, taxi girls, impiegate stradali, commesse, minorenni, ragazzine, educande, figliastre, nipoti, cugine, dolci zie e nonne (oggi le chiamano milf), cognatine, mogli vergini o che tornano a scuola, vedove inconsolabili, signore che «giocano bene a scopa», nuore giovani, portiere nude, superfemmine «disonorate con onore», belle campagnole. E così sia. Per non parlare dell’erotismo casareccio e pecoreccio in salsa medievale (chi l’avrebbe detto a Pasolini che il suo Decameron del 1971 avrebbe sdoganato uno dei filoni più beceri della cinematografia nazionale designato con il neologismo decamerotico?) con le varie Ubalde e belle Antonie e «donne madonne» e «sorelle bone» e mogli gaudenti e «diavoli ne lo inferno». Difficile la rivalutazione, da qualche anno di tendenza anche quando improponibile. Non si resta indifferenti tuttavia di fronte a titoli che sono insuperate vette di trashismo ed esempi di un «sublime inferiore» non privo di sapienza linguistica: pesanti allusioni da caserma quasi impossibili da prendere sul serio e approdanti all’ironia e all’autoparodia, magari involontarie (lapsus freudiani?), come si può evincere dal precedente sommario. Un’inventiva onomastica che oggi si è persa. Molti i registi coinvolti, taluni occasionali, altri veri specialisti quali Mariano Laurenti e Michele Massimo Tarantini. Già allora quelle pellicole si tenevano in piedi grazie all’avvenenza delle interpreti, le varie Edwige Fenech, Gloria Guida, Lilli Carati, Carmen Villani, Femi Benussi, Nadia Cassini, Anna Maria Rizzoli, Tini Cansino, Lory Del Santo e a seguire: un harem da mille e una notte ed oltre. E poi la musica, di livello spesso superiore al resto. Come in questa Novizia, maldestra e malgirata commedia che beneficia di un commento davvero bello, e che piacerà; anzi è piaciuto, le 500 copie di tiratura sono prossime al sold out a un mese dall’uscita.
Come è usa, la Four Flies propone la duplice opzione CD/vinile, nonché quella full pack per completisti cronici. 12 tracce nel vinile, 21 nel CD: l’OST integrale, ovvero con tutte le variazioni, e/o il materiale di base. Le linear notes sono a cura di Alessandro Pisano; Pierpaolo De Sanctis ha sequenziato i brani (arte difficile quella della dispositio, qui attuata con perizia); apporti tecnici di Fabrizio De Carolis e Riccardo Ricci. La musica fu registrata all’epoca dall’ottimo sound engineer Giorgio Agazzi, presumibilmente all’Ortophonic.
     
Ci siamo accostati a questa new entry con un poco di diffidenza, vittime di un contenutismo beota duro a morire, smentito sin dal primo ascolto: Pisano ha composto una score più che ragguardevole. Aveva peraltro già palesato buone doti sin da Sfida al diavolo, suo primo incarico nel 1963, un horror firmato da tal Giuseppe Vegezzi, dove rivisitava le formule di rito con l’utilizzo della chitarra acustica su sfondi rumoristici e sospensivi (avviso ai naviganti: da recuperare al più presto), e Crimine a due dell’anno seguente: jazz moderno, scattante, pieno di impennate drammatiche, angoscioso anche, con un martellato al piano che diverrà il trademark di tanta action music di casa nostra, e trombe e tromboni da paura: una perla. La sua filmografia sarà pure “fitta di killer kid, di feldmarescialle, di sergenti Rompiglioni, di vizietti, di Pierini e di barzellette sui carabinieri” (Comuzio); però in circa cinquanta titoli dal 1963 al 1999 (l’ultimo, Vacanze sulla neve di Mariano Laurenti con Alessia Merz e Laura Chiatti: nomi e volti già erano mutati, subentrava un più prosaico immaginario) (si badi: percorse gli anni d’oro del nostro cinema, che solo avrebbe potuto impiegarlo di più e in pellicole di maggior spessore, ché non era degli occasionali né degli ultimi) ci sono cose valide: Arcana, Vermisat, western minori quali Bill il taciturno, Una forca per un bastardo e il pregevole Uno dopo l’altro (con Fred Bongusto), alcuni thriller (Nude per l’assassino, Giallo a Venezia, La casa della paura), il fantastico-macabro La morte ha sorriso all’assassino di Massaccesi (intelligenti recuperi morriconiani ed effetti forti godibili per le parti «paurose»), l’horror Patrick vive ancora, lo zombie movie Le notti del terrore (a firma Burt Rexon), lo sceneggiato tv Ho incontrato un’ombra, il suo lavoro più noto e di maggior successo, una malabimba e una svergognata (molti gli inediti: secondo avviso ai naviganti). Alcune partiture sono a quattro mani, col fratello Franco, con Romolo Grano o con la coppia Vasco-Mancuso.      

Nelle note di presentazione la score viene definita “un concentrato del suono erotico dell’Italia degli anni Settanta”. Però non tutta quella musica era di identico valore; abbondavano anzi le soluzioni corrive, le mimesi dozzinali, una faciloneria fastidiosa che facevano il paio con quelle grezze narrazioni. Qui per contro tutto è di ottima fattura: melodie che rapiscono non trite e non triviali, orchestrazioni di prestigio, timbriche seducenti, ritmi giusti. L’organico esclude l’orchestra probabilmente per motivi di budget (ma i compositori, allora, trasformavano i limiti in opportunità: si pensi a Morricone, che per Da uomo a uomo, a causa di uno sciopero degli orchestrali, con le risorse disponibili – chitarra, flauto, coro e percussioni - compose una delle sue più asciutte e migliori colonne western) e si concentra su pianoforte (classico ed elettrico), basso elettrico, chitarra acustica e wah wah, apporti del synth che supplisce gli archi con credibilità (senza il senso di fastidio che ingenerano le soluzioni campionate «alternative» indotte dalla pigrizia dei compositori e dalla grettezza dei produttori musicali), effetti Hammond, voce femminile, coro, fischio (leggi: Edda, Cantori Moderni, Alessandro Alessandroni). Il tono è soffuso, sensuale con grazia, con momenti di estasi e nostalgia. Una partitura più spirituale che carnale, l’eros è presente con discrezione nei vocalizzi allusivi di Edda e in talune movenze pianistiche imparentate con un jazz morbido. Non si parli però di easy listening, davvero non sarebbe un complimento per una musica che ambisce ad essere di più di un sottofondo gradevole, di un complemento d’arredo.
Il materiale si organizza in blocchi melodici alternati e variati, più alcuni momenti che fanno parte per se stessi. Il nucleo più consistente ingloba “Attimi di tenerezza”/”Pelle morbida”/”Carefree”, titoli differenti per un’identica intuizione tematica, un erotico non troppo crudo affidato alle modulazioni senza parole di Edda o al piano elettrico dal timbro marcato e arcano o alla chitarra elettrica soft e talvolta acustica, con cornice di synth, Hammond, basso, campanelli e simili, batteria. Si percepiscono influssi di Morricone e Cipriani, e di uno stile musicale a tal punto connotato da divenire la cifra di un cinema, di un’epoca, e che ogni compositore avrebbe svolto sulla base delle proprie esigenze di poetica. Stabilirne la paternità non è semplice, attribuirla a Morricone un azzardo calcolato (come le faceva lui, quelle cose, nessuno seppe tuttavia rifarle: anche l’ottava arte ha le sue colonne d’Ercole). Era un modo di sentire, di vedere la vita abbinato a risorse artigianali cospicue e a solidi ferri del mestiere. “Dolore e speranza” introduce un clima più meditativo, statico e schivo con synth e piano elettrico oppure chitarra acustica e curiosi effetti d’organo. Lo ritroviamo con rinnovata dizione in “Canto notturno” (bel titolo leopardiano) e trattamento strumentale alternativo, chitarra (acustica) e fischio. Introduce la prima con cadenze lente d’impronta insulare – siamo in Sicilia -, presto sovrastate dal fischio pieno e dilatato di Alessandroni. La melodia è contemplativa, quasi una ballata crepuscolare di disarmante semplicità e intensità. Il clima, bucolico-western, senza però praterie né galoppate né duelli, immerso entro una pace fuori dal tempo. Poi, una terza singolare rielaborazione, davvero «libera» come titolo suggerisce, “Free Dimension”. Una chitarra wah wah distorta («acida») e pregnante servita da piano elettrico in registro basso, synth e batteria accesa stravolge la quieta andatura di partenza, la immerge entro una dimensione surreale, strana, potenzialmente minacciosa, di certo espressionistica. Ritmi e timbrica, su di una base melodica diversa, suonerebbero perfetti in un poliziottesco o noir urbano. “Interno notte” è un nuovo ingresso. Basso lento, pianoforte e leggera batteria spazzolata creano un clima da club privé ed aprono ad un flusso erotico con pause estatiche riempite da una sorta di flauto basso e poi dai sommessi gorgheggi della sirena incantatrice, con ripresa finale protratta del segmento introduttivo. Notevole. “Fiore rosso” è un quasi gioioso dalla ritmica incisiva ed insinuante con effetti iniziali di suspense erotica. Bonghi, basso, pianoforte a puntine, vari timbri di piano elettrico, chitarra elettrica sono l’organico giusto per un sound orientato verso l’onirismo amoroso. “Night Blues” è musica d’ambiente e desemantizzata, un blues appunto con Hammond, trombette e basso vivace.
Tutti i salmi finiscono in gloria. E un “Ad gloriam” conclude la profana carrellata, breve composizione sacra o quasi per coro misto. A bene udire, il canto oscilla tra terreni e celesti ardori, la gravitas dell’impianto cede volentieri ad una soavità prossima alle delizie di questo mondo più che ai gaudi dell’altro. Con tale coda ambigua si chiude una partitura che restituisce l’erotismo chimerico legato a certo cinema e al vert paradis des amours enfantines […] L’innocent paradis plein de plaisirs furtifs, oggi plus loin que l’Inde et que la Chine.

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Daniela Bocconi

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