Una sull’altra & Non si sevizia un paperino


Riz Ortolani
Una sull’altra/Non si sevizia un paperino (1969/1972)
Beat Records CDCR 134
CD 1: Una sull’altra – 21 brani – Durata: 54’56”
CD 2: Non si sevizia un paperino – 13 brani – Durata: 37’26”
In questo doppio CD pubblicato dalla Beat Records nel 2017 trovano nuova vita le musiche di Riz Ortolani per due thriller di Lucio Fulci.
Una sull’altra (1969), prima incursione nel genere del regista romano, è un’opera non del tutto riuscita e dai numerosi riferimenti hitchcockiani, a cominciare dal cognome del protagonista, Dumurrier, molto simile a quello di Daphne du Maurier, una delle autrici preferite da Hitchcock, mentre la storia, svolgendosi a San Francisco e trattando il tema della doppia identità, rivela l’influenza di Vertigo (La donna che visse due volte), capolavoro che probabilmente non smetterà mai di ispirare i registi di tutto il mondo.
In questa occasione Fulci mostra il suo indubbio talento, ma non riesce a trovare il giusto equilibrio tra le “forze in gioco” e la musica di Ortolani fa da lente di ingrandimento a questo squilibrio stilistico-narrativo, con brani non sempre centrati rispetto all’azione drammaturgica. Si comincia da una chiassosa jazz-band con gli ottoni in evidenza che suona nei titoli di testa, mentre nella parte centrale del brano la sezione ritmica sostiene gli assoli di flauto e sax. Non può mancare il tema romantico per le scene d’amore, nei vari arrangiamenti di “Susan e Jane” e nella quarta traccia, dove Ortolani brilla per invenzione melodica. In “Golden Gate Bridge”, il brano che accompagna la famosa scena dello strip-tease di Monica (Marisa Mell), si torna alla jazz-band, con sempre protagonisti il flauto e poi il sax, che nel finale è sovrastato dal riff degli ottoni. Lo stravagante “Sitar in Blues” sonorizza l’incontro ravvicinato tra il protagonista e Monica, mentre la languida tromba di “St. Quentin” commenta, invero in modo poco consono rispetto alle immagini, sia la scena della veglia funebre che quella della preparazione dell’esecuzione capitale. In molti pezzi Ortolani si è potuto divertire seguendo i generi più in voga oltreoceano (jazz, rock, soul e blues), dimostrando le sue qualità di musicista versatile e dalla cifra internazionale. Risulta una prova non memorabile dal punto di vista dell’applicazione musicale alle immagini e, con ogni probabilità, tale responsabilità può essere attribuita alle richieste del regista. In ogni caso è sempre importante che la musica di un compositore così apprezzato continui a vivere di vita propria, documentando un passato glorioso della nostra musica per il cinema.
Nel secondo CD troviamo le musiche di Non si sevizia un paperino (1972), ritenuto da molti il capolavoro di Fulci e, in tal caso, anche le tracce composte da Ortolani hanno dato un contribuito non da poco alla fama del film, con una soundtrack molto interessante. Si tratta di un’opera più matura e personale e per certi versi innovativa, sia per l’inedita ambientazione in un Sud Italia arcaico e misterioso, sia per la disinvoltura con cui Fulci affronta una storia pervasa dalle sue ossessioni, a cominciare dalla sessualità repressa fino alla condanna verso il “diverso”. Il primo brano parte con le sciabolate degli archi ripetute grazie all’effetto delay, alle quali segue un tappeto dissonante e gli scarni interventi del pianoforte; il pezzo commenta il ritrovamento dello scheletro di un bambino ed è indubbiamente influenzato dal Bernard Herrmann di Psycho. All’inizio della terza traccia tornano le sferzate degli archi, a sottolineare la scena degli aghi conficcati in un pupazzo, poi si innalza un assolo di sax su un incedere ritmico misterioso, scandito da batteria e vibrafono; questa seconda parte del brano la ascoltiamo quando Patrizia (Barbara Bouchet) si mostra nuda davanti a un bambino, scena che costò a Fulci una denuncia (il regista ne uscì indenne dichiarando che il bambino era stato sostituito da un nano). Altri brani senza dubbio da menzionare sono la traccia 9, con le sferzate degli archi e un inquietante fraseggio ostinato di pianoforte e la successiva, dove si innalza una desolata melodia suonata dal flauto. Ma se, da un lato, la score è costruita sui colpi effettati degli archi, sugli ostinati e gli arrangiamenti dissonanti per enfatizzare la suspense, dall’altro lato abbiamo il tema della canzone “Quei giorni insieme a te”, proposto in più occasioni in diverse versioni strumentali. La versione cantata da Ornella Vanoni trova spazio in uno dei momenti migliori del film, il massacro della “maciara”, il personaggio interpretato da Florinda Bolkan. Qui Fulci tocca uno dei vertici assoluti della sua carriera, realizzando una scena potentissima con l’ausilio di una canzone decisamente in contrasto con le immagini. Il brano chiude al meglio la OST di uno dei film di culto degli anni ‘70.
Il mastering è stato curato da Enrico De Gemini e Claudio Fuiano; note di produzione di Antonella Fulci e booklet da 12 pagine illustrato da Daniele De Gemini. L’edizione limitata rende il prodotto un oggetto da collezione assolutamente da non perdere per gli amanti del genere.
