06 Mar2009
Palermo Shooting
Irmin Schmidt/AA.VV.
Palermo Shooting (id. – 2008)
Coop Music Slang 1051894
21 brani – durata: 76’28’’
Un film con due grandi protagonisti, Campino e Giovanna Mezzogiorno, che parla all’anima dello spettatore con il linguaggio di grande forza spirituale e profonda carica esistenziale che viene dalla maestria di un regista come Wim Wenders.
Una storia semplice e al tempo stesso profonda che ognuno di noi potrebbe aver vissuto o sognato di avere. Un set suggestivo, una fotografia grandiosa con inquadrature emozionanti associata a musiche altamente coinvolgenti. Cosa si può desiderare di più da un film?
La domanda si pone inevitabilmente, quando dopo aver visto l’ultimo lavoro del regista tedesco si viene travolti dallo sconcerto dell’ondata di recensioni negative che questo, almeno nel nostro paese, ha raccolto.
Non possiamo quindi che constatare con sempre maggiore stupore di come buona parte della critica cinematografica nostrana sia ormai perdutamente asservita al regime del potere delle multinazionali hollywoodiane.
I signori che stroncano Palermo Shooting hanno molto probabilmente osannato film-spazzatura, ideologicamente perversi, come Il signore degli anelli o molti dei patetici lavori con protagonisti attori-pupazzo quali Richard Gere o Tom Cruise…
Campino, alias Andreas Frege, discendente della nobile omonima famiglia di Lipsia cui è intitolata una delle case-monumento della città di antica tradizione fieristica è il cantante della famosa band tedesca dei Toten Hosen e firma un grande esordio nello schermo con la sua straordinaria forza espressiva e la sua formidabile agilità e capacità fisica nel movimento.
Non è del resto la prima volta che cantanti di successo riescono ad esprimere compiutamente sul set le proprie innate capacità artistiche. Fra gli illustri precedenti pensiamo ad esempio a Bjoerk, Madonna, Liza Minnelli…
Giovanna Mezzogiorno conferma nel film di Wenders di essere una delle maggiori attrici viventi.
La grande artista italiana è chiamata a rappresentare, nel ruolo della restauratrice Flavia, il riflesso affascinante e misterioso della Madonna del dipinto intitolato L’annunciazione, opera di Antonello da Messina esposta nel Museo di Palazzo Abatellis a Palermo. Un ruolo in cui l’attrice trasmette la sua grande personalità con intensità e bravura travolgenti.
Un ruolo fondamentale nel film riveste la città di Palermo, gioiello dell’arte, rumorosa e ospitale, grottesca e affascinante, spesso lacerata da gravi ferite pur sempre con il fermo desiderio di risorgere, cornice fantastica che ospita buona parte della sceneggiatura.
Accanto ai protagonisti figurano anche altri attori di grande spessore come Milla Jovovich e Dennis Hopper e l’interessante presenza della coraggiosa fotografa-reporter Letizia Battaglia.
Molto ben delineato appare nel film il contrasto visivo e atmosferico fra l’efficiente, moderna e supertecnologica Duesseldorf e l’antica e in certi casi cadente e abbandonata Palermo, immersa nella sua grande arte e secolare storia dove Finn - impersonato da Campino - fotografo di grande successo dalla frenetica attività, decide di rimanere per riflettere sulla propria vita dopo un soggiorno di lavoro seguito a un incidente d’auto, da cui rimane miracolosamente illeso. Egli vorrebbe liberarsi della frenetica vita che conduce a Duesseldorf, travolto dagli appuntamenti, dal successo e dal tempo. La vita di Finn si pone in costante dialettica con la musica e con la morte che lo seguono fedelmente nel suo aggirarsi fra i labirintici vicoli e nel suo shooting dei suggestivi angoli della città siciliana.
La morte accompagna l’uomo come un'ombra nel corso della vita e, proprio nell’attimo in cui egli viene illuminato nel suo significato e nella sua essenza da un evento che potrebbe rappresentare una svolta profonda o un importante obiettivo, potrebbe venirgli chiesto conto di come abbia speso i propri anni.
Nel momento in cui la conoscenza di Flavia apre un nuova luce alla vita di Finn, avviene l’incontro che impone una profonda riflessione sul proprio trascorso in una strada che potrebbe ora essere al punto di arrivo.
L’idea dell’incontro del fotografo con la morte – mutuata da altri grandi registi come Bergman e Monicelli – poteva forse essere resa in modo meno diretto e immediato, come avviene con l’inserimento di Dennis Hopper, e rappresentata in un'atmosfera più poetica e trasfigurata. Questa è la mia unica obiezione, che peraltro nulla toglie al valore intrinseco ed estetico del film. La colonna sonora – come Wenders ci ha da anni abituati – è fortemente coinvolgente e anche questa volta con alcuni dei più bei songs composti negli ultimi anni, per la maggior parte finora inediti, riesce ad avvolgere lo spettatore-ascoltatore in un pathos stringente.
La profonda anima musicale di Wenders si manifesta nella sua capacità di scegliere brani di grande valore per legarli in un comune disegno spirituale volto a sostenere in modo superbo il ritmo lento e allo stesso tempo imponente del film.
Penso che nel momento in cui la musica arriva a trascendere una pura funzione ornamentale e riesce a far parlare le immagini si raggiunge un punto in cui ogni possibile commento esce di scena per lasciare il proprio spazio alla profonda emozione che il grande schermo nelle mani di grandi artisti è in grado di trasmettere.
Ciò che più colpisce è la forte aderenza e compenetrazione dei vari brani con la sequenza delle immagini e la loro formidabile associazione al carattere romantico, poetico ed esistenziale del film.
La singolare compilation della OST con il suo carattere eterogeneo risponde molto bene all’interiore dinamica del film con il suo frequente alternarsi di atmosfere e coinvolge alcuni fra i più interessanti nomi della scena musicale internazionale.
Particolarmente suggestivo nel suo slancio sognante e appassionato è la canzone “Busy Hope” interpretata dal musicista tedesco Kostantin Gropper, in arte Get Well Soon, come anche di grande impatto emotivo troviamo i brani “Bei Flavia I”, “Bei Flavia II” e “Fresko” scritti appositamente per il film da Irmin Schmidt, leader del leggendario gruppo tedesco Can, in voga soprattutto negli anni Settanta e Ottanta. Brillante pianista e compositore Schmidt ha sviluppato un suo universo musicale che si richiama fortemente al classico e al jazz ma che spesso sconfina anche nel mondo del rock. Il suo linguaggio si esprime con grande efficacia in “Fresko” dove un’atmosfera misteriosa avvolge il motivo riflessivo intonato dalla formidabile tromba di Markus Stockhausen, solista e compositore, figlio del celebre e controverso Karlheinz, mentre il breve interludio dai toni austeri e contemplativi intitolato “Bei Flavia II” è eseguito con maestria dalla violoncellista Ullrike Schaefer.
Wenders riesuma anche “Quello che non ho”, capolavoro dell’indimenticabile Fabrizio de André, una delle grandi voci del xx secolo, spesso paragonato a Jacques Brel, cui il regista intende dedicare un suo prossimo film.
Molto atmosferico risuona “It is a Departure”, brano interpretato dalla band di Seattle The Long Winters, che tratteggia la sequenza nella parte iniziale del film in cui Finn avvia l’auto dopo una pesante giornata di lavoro e si lascia avvolgere dalla musica.
Tobias Kuhn, alias Monta, rappresenta una piacevole sorpresa con il brano “My Improprietà”, dal carattere incantato nella spontanea immediatezza dei timbri della sua voce, mentre Zach Condon, alias Beirut, cantante di Albuquerque nel New Mexico, conferisce al gradevole “Postcards from Italy” un marcato sapore esotico con i suoi ritmi danzanti che evocano il mariachi messicano.
Particolarmente coinvolgente per l’intensità poetica della sua voce è Beth Gibbons, fondatrice del gruppo Portishead, interprete di “The Rip” che Finn ascolta agli inizi del film mentre si aggira fra i vicoli di Palermo e dello stupendo “Misteries” che risuona in grandiosa associazione con l’incantata sequenza conclusiva in cui Flavia e Finn si osservano in silenzio distesi nel letto, una accanto all’altro….
Personalmente annovero “Misteries” fra le canzoni più belle e toccanti mai ascoltate. Wenders afferma al riguardo di considerare Beth Gibbons come una dei maggiori artisti della scena pop internazionale e di aver deciso fin dall’inizio di inserire la sua canzone nell’epilogo del film. L’impatto emotivo che riesce a trasmettere allo spettatore è profondo e straordinario.
Pienamente indovinata infine anche la scelta di “Good Friday” che accompagna i titoli di chiusura, brano splendidamente interpretato dalla voce dai toni intensi e introversi, caldi ma vagamente alienanti e dalla forte carica sognante di Konstantin Gropper, alias Get Well Soon, che contribuisce ad esaltare il carattere metafisico del film.
