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24 Nov2020

Ten Frames

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Cinema

cover ten framesAndrea Grant
Ten Frames (2020)
Soundiva Classical/GDM Music
13 brani – Durata: 52’00”



C’è un sottobosco di bravissimi compositori italiani (e non soltanto nel nostro Bel Paese) che si barcamenano tra cortometraggi, documentari, programmi televisivi e altri media, con un talento smisurato che dovrebbe essere graziato e gratificato dal commissionargli, finalmente, un film o serie Tv di alto profilo e non sempre produzioni di poco conto, seppur dignitose, ma che li relegano all’anonimato costante; così da farsi sentire e scoprire doverosamente, come si conviene seriamente a chi sa scrivere musica per immagini nel modo appropriato e con idee vere nel cassetto. Invece di ostinarsi a dare lavoro a quei finti scribacchini di note che non sanno comporre un tema o una pagina di ampio respiro nemmeno sotto tortura, o con un bravo orchestratore e arrangiatore dietro, perfino quando vengono affiancati da ghost writer (i noti ‘neri’) che pur sforzandosi, non saranno ugualmente in grado di dare rilievo al nulla più assoluto insito alla radice.

Andrea Grant è uno dei summenzionati grandi autori che scrivono nell’ombra, per lo più per corti e film indipendenti, nonché produzioni televisive, in uscita con questo album a dir poco stupefacente per qualità uditiva, compositiva ed esecutiva, che riepiloga una decade di musica scritta per pellicole e progetti differenti – ha composto musica per film (The Letter, Greybeard, Set Me Free, Happy Goodyear), cortometraggi, trailer (Immediate Music), programmi TV (Sky, Rai, La7), documentari e spot pubblicitari. Una sequenza di composizioni che farebbero invidia a molti compositori veterani o giovani talenti che si ritengo tali (enunciando da soli le proprie doti o da giornalisti e critici, dietro laute ricompense, per ottenere recensioni entusiastiche, cosa che accade spesso, anche per film di ignominiosa insulsaggine o album extra-cinematici di musica pop e altri generi molto abusati odiernamente, anzi maltrattati) ma che non posseggono nemmeno una briciola delle idee e trovate tematiche – e pertinenti sviluppi timbrici ed armonici – del succitato compositore, romano di appartenenza e lavoro. Grant ha ottenuto la laurea in Composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia in Roma, e ricevuto riconoscimenti quali il 1° Premio “Young Composer 2015” al Transatlantyk Film Music Competition e 1° Gran Premio all’Oticons International Film Music Competition 2015, non ultimo vincitore dell’Immediate Music Award 2015 e candidato finalista per il SABAM ai World Soundtrack Awards 2017.
La sua è una scrittura che coniuga alla perfezione sinfonismo ed elettronica, in cui prevalgono alcuni strumenti solistici come il pianoforte, il violino ed il violoncello a determinare ambienti sonori elegiaci e leitmotivici di grande presa emotiva. La Budapest Scoring Orchestra diretta egregiamente da Zoltàn Pad, sulle orchestrazioni dello stesso Grant, apre musicalmente questo splendido album di enormi suggestioni con il lirico e drammaturgicamente barberiano e pucciniano al contempo “Lai”, con un assolo del violoncello dell’acuta e bravissima Kyungmi Lee che strazia il cuore ad ogni ascolto ripetuto; perché bisogna reiterare il ‘sentire’ di questo compositore, che ad ogni traccia dimostra che si può comporre accademicamente in maniera inappuntabile tuttavia mettendoci quella passione che da sempre ritengo l’unica fonte reale del saper creare qualcosa di incancellabile, a prescindere l’ispirazione o l’illuminazione che di tanto in tanto arriva agli Artisti. Il susseguente “Violet”, ancora una volta con il violoncello protagonista, tensivo e doloroso, di Kyungmi Lee, sorretto dal piano ribattuto e minimale desplatiano di Grant, affresca paesaggi acutamente classici e appesi a qualcosa di impercettibilmente ‘altro’. La stessa sensazione che prosegue con il successivo “Six Comets” che tra sintetismi, pianoforte e sonori gocciolii celestiali, gioca a rimpiattino con puntillistica soavità con gli archi dell’orchestra, il violino solista di Leonardo Spinedi e nuovamente il violoncello della Lee, creando qualcosa di emozionalmente simile alle incantevoli sinfonie di Joe Hisaishi per Hayao Miyazaki: qui siamo di fronte alla compiutezza in note di inebriante dipendenza. “Lauren”, con Spinedi al violino in una performance accorata, che evoca sonorità asiatiche con un ostinato liricheggiante alla James Newton Howard e alla Howard Shore per i sodali Shyamalan (The Village) e Jackson (Il signore degli anelli). “Finding Emily” per piano, violino e violoncello solisti (i nomi degli esecutori li ho già citati più volte), è un adagio glassiano e desplatiano, quasi un prosieguo tematicamente e poeticamente simile del brano precedente, con un pieno orchestrale scatenante più di un’emozione contrastante l’un coll’altra, con un finale inquieto. “Luca va via” delega il piano solo, su un tappeto synth oscuro, a far sorseggiare gradatamente un tema nostalgicamente distante, memore di rapporti oramai lontani nel tempo e distaccati dal trascorrere inesorabile degli anni. Nella seconda parte del pezzo, archi ondivaghi e volteggianti fanno da contrappunto rimembrante al piano, esponendo il leitmotiv, di una bellezza avvolgente, in tutta la sua forza lirica. “Under the Lonely Tree” sembra fuoriuscire dalle pagine di Michael Nyman per l’amico Peter Greenaway, con un assolo di flauto e il controcanto degli archi che tessono trame di inesprimibile ed armoniosa sorpresa. Misterico suona l’incipit per violino di “A Song of Remembrance”, per poi aprirsi a debussyane melodie estese di innegabile fascino e trasporto, che vengono improvvisamente spezzate da atonalismi da ‘scary music’ herrmanniana, che a sua volta si tramutano in donaggiane tensioni poetiche per De Palma (ma d’altronde Herrmann e Donaggio hanno scritto entrambi per il regista di Obsession e Carrie). “Graybeard” ha la consistenza di un adagio dalle sfumature noir, pur sottaciute nella leggiadria classica pastorale del piano e del flauto contralto di Sandro Friedrich nella parte seconda, prima di cedere il passo ad un finale horneriano di luminosa apertura. “Blurry Loop” si basa sul piano che dialoga con gli archi in un crescendo prosaicamente avveduto e guardingo, come una storia d’amore che sta per nascere tra mille dubbi e tanta passionalità, dapprima repressa e poi abbandonata a se stessa perché probabilmente non quella sperata. “Just before” si permea su rarefazioni e liquescenze dai tratteggi morriconiani che rammentano non poco certe soluzioni care al Maestro romano negli anni ’70 per i thriller o drammi politici, seppur cadenzate modernamente, usando il piano ritmicamente e gli archi sottesi. “Cobble Hill” utilizza il piano come nenia dolcemente infantile che nel sassofono contralto di Edoardo Capparucci assume nuance da ‘dolce vita’ rotiana più adulte e raziocinanti. Chiude questo album considerevolmente affascinante il pianismo spensierato (eppure melanconico allo stesso tempo) di “Taksim” che dimostra la bravura interpretativa di Grant come pianista virtuoso.    

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Daniela Bocconi

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