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  • X-Men Origins: Wolverine
05 Mag2009

X-Men Origins: Wolverine

Scritto da Valerio Mastrangeli. Pubblicato in Cinema

cover_xmen_origini_wolverine.jpgHarry Gregson-Williams
X-Men Le Origini: Wolverine (X-Men Origins: Wolverine – 2009)
Varese Sarabande 302 066 967 2
14 brani – durata: 45’34’’



Il franchising X-Men arriva al suo quarto capitolo, proponendo infine la serie Le Origini, dando il via ad un numero ancora indefinito di pellicole atte a svelare il passato dei protagonisti della fortunata trilogia. Il primo film è dedicato a Logan / Wolverine, interpretato da Hugh Jackman (X-Men, Scoop, Van Helsing), il quale mantiene inalterato aspetto e carisma del personaggio conosciuto attraverso le pellicole di Bryan Singer e Brett Ratner.

Contrariamente alle aspettative il film si dimostra meno intrigante e coinvolgente del previsto, e in questo la colonna sonora composta da Harry Gregson-Williams (Kingdom Of Heaven, The Chronicles Of Narnia) contribuisce negativamente fornendo un supporto molto fragile e nettamente inferiore rispetto alle partiture scritte dagli autori che hanno lavorato alla trilogia.

L’artista, che in passato si era distinto con lavori di pregevole fattura quali Sinbad: Legend Of The Seven Seas, Shrek, The Chronicles Of Narnia e la notevole Kingdom Of  Heaven, ha subito un tracollo artistico innegabile negli ultimi anni, portandolo a figurare sempre meno tra i nomi dei musicisti più gettonati del momento. Contrariamente a quanto ci si aspettava, considerate le sue ottime prove nei lavori succitati, Harry Gregson-Williams dimostra una certa incapacità nel rinnovare o nutrire la propria vena artistica, restando fedele ad alcune sue soluzioni e costruzioni ricorrenti che, dopo un certo numero di utilizzi, divengono poco convincenti e piuttosto deludenti.
Contrariamente al collega John Powell, col quale ha lavorato in numerosi progetti quali Shrek, Chicken Run o Antz, la colonna sonora per il suo episodio di X-Men dimostra una notevole scarsità di idee, che si ripercuote sulle pagine musicali generando commenti sciatti, poco incisivi e molto ridondanti, riportando alla mente tanto i suoi lavori più sinfonici quanto quelli più sintetici e martellanti tipo Phone Booth o Déjà Vu.

E’ innegabile che il sapore epico e drammatico che caratterizza alcuni dei movimenti migliori dell’album, come “Logan Through Time”, risulti essere molto seducente, ma l’ausilio di percussioni campionate accostate a presenze corali che spaziano tra i momenti più inquietanti di The Chronicles Of  Narnia e quelli più epici di Kingdom Of Heaven compromette inevitabilmente l’originalità del brano, suscitando più una sensazione tipica da nuovo arrangiamento o remix piuttosto che di curiosità nei confronti di una nuova composizione.
Non si può negare l’interessante gestione del corpo orchestrale, che l’artista controlla egregiamente attraverso un’orchestrazione puntuale che rispetta la sua tradizione stilistica, ma nell’insieme si tratta di costruzioni drammatiche e penetranti piuttosto scontate e già sentite nel corso della sua produzione.
Gregson-Williams si cimenta in una scrittura ibrida, che affianca una generosa Hollywood Studio Symphony Orchestra a diverse presenze elettroniche ed elementi quali batteria o chitarra elettrica, generando spesso sound accattivanti e capaci d’inquadrare un film epico e tecnologico al tempo stesso. Si susseguono riff di chitarra elettrica, costruzioni ritmiche per rullanti e tom-tom, e presenze corali che donano un gusto fantastico alle atmosfere più fredde e taglienti, generando un corpo compatto e spesso accompagnato da pulsanti ritmiche elettroniche.
Il risultato è spesso piuttosto confuso, come “Wades Goes To Work”, che fa di una martellante ritmica per batteria ed elettronica nella parte finale del brano il momento sicuramente più vivo del movimento, ma anche il meno significativo.
Le atmosfere più pacate rammentano fin troppo The Chronicles Of Narnia, basti pensare a “Kayla”, che tra melodiche linee di pianoforte e interpretazioni d’archi su ritmiche pulsanti rispecchia fin troppo il brano “Evacuation” da The Lion, The Witch and The Wardrobe.

Indubbiamente i passaggi più convincenti coincidono con le sequenze d’azione, in cui l’artista si cimenta nella scrittura di lunghe sessioni d’orchestra accompagnate da pulsanti ritmiche elettroniche, sporadiche presenze di chitarra elettrica e variegati effetti sintetici che portano indiscutibilmente la sua impronta.
“Agent Zero Comes For Logan” è uno dei brani meglio costruiti, grazie ad un design musicale che, seppur fin troppo debitore del classico action style nato in casa MediaVentures, risulta essere convincente con le sue ritmiche serrate, le comparse delle trombe ed una crescente atmosfera drammatica. Altrettanto penetranti gli strappi d’orchestra, in cui spiccano i tromboni, di “Logan Meets Dambit”, seguiti da ostinati d’archi che introducono nuovamente penetranti cavalcate action sulle quali il musicista torna a scrivere leitmotiv epici ed eroici, per lo più esposti dalla sezione dei corni e, a seguire, da una generosa ensemble d’archi.
Harry Gregson-Williams, pur essendosi staccato da molto dalla famosa congregazione di musicisti, sembra essere ancora relegato alla visione della musica applicata di Hans Zimmer & Co. Le costruzioni sintetiche di “To The Island” ricordano moltissimo lavori quali Poseidon di Klaus Badelt, e innegabilmente il tema interpretato dai corni rispecchia gli stereotipi di Nick Glennie Smith e altri artisti che hanno spesso lavorato con questi autori.

Rispetto alla innegabile crescita artistica della trilogia, che ha trovato nella X-Men - The Last Stand di John Powell forse la migliore visione musicale della serie, la OST composta per questo X-Men Origins: Wolverine risulta essere indubbiamente convincente, ma poco originale.
Harry Gregson-Williams dimostra di saper gestire con buona capacità il corpo orchestrale, regalando ostinati d’archi, strappi d’ottoni e costruzioni d’insieme molto coinvolgenti e penetranti, così come la larga presenza del corpo corale, che con la sua interpretazione dona un notevole spessore ed un carico emotivo di grande effetto sia alle sessioni esclusivamente sinfoniche che alle martellanti sequenze elettroniche. Tutto ciò però risulta essere poco originale, e testimonia una creatività indubbiamente calata, tornando a fare appello più volte a quelle soluzioni già collaudate in The Chronicles Of Narnia o in Kingdom Of Heaven, senza conseguire però lo stesso, brillante risultato.
Il disco edito dalla Varese Sarabande offre una buona selezione della musica composta per questa pellicola, offrendo più di 40 minuti di ascolto piacevole e scorrevole, ma le ritmiche martellanti, gli ostinati d’archi e l’ausilio di chitarre elettriche, per quanto più graffianti, si dimostrano prive di personalità, dimostrando di essere di gran lunga meno incisive delle vesti eleganti e del carattere celebrativo ed eroico con cui l’artista inglese aveva vestito il film diretto da Ridley Scott.

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Daniela Bocconi

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