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  • Le sette fatiche di Alì Babà & I sette gladiatori
20 Apr2020

Le sette fatiche di Alì Babà & I sette gladiatori

Scritto da Federico Biella. Pubblicato in Cinema

Marcello Giombini
Le sette fatiche di Alì Babà (1962)
Digitmovies/Digitsoundtracks CDDM 265
25 brani – durata: 63’ 24’’



Marcello Giombini
I sette gladiatori (1962)
Digitmovies/Digitsoundtracks DGST 028
28 brani (CD1: 14 brani - CD2: 14 brani) - durata complessiva: 91’ 46’’



Così come le altre espressioni del cinema popolare (fantascientifico, spionistico, western, avventuroso, horror, giallo, poliziottesco, bellico, post-apocalittico) che catturarono nel corso di un quarto di secolo (dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli Ottanta) il gradimento del pubblico italiano, il peplum, o storico-mitologico, costituì una prolifica palestra per almeno due generazioni di musicisti. Fu infatti proprio il cinema minore a dar loro l’occasione di attingere via via ai linguaggi più disparati e di esercitare liberamente creatività e sperimentalismo. Il copioso catalogo cine-musicale di Marcello Giombini (1928-2003) – stiamo parlando di oltre cento opere - non ha fino ad ora goduto di molta fortuna a livello di pubblicazioni discografiche. Problemi di licenze editoriali a parte, probabilmente la causa primaria sta nell’impossibilità di accedere ai nastri originali, smarriti, irrimediabilmente deteriorati o cancellati in seguito ad altre incisioni (pratica, quest’ultima, largamente in uso ai tempi). L’unico genere, tra i molti frequentati dall’autore, che in qualche modo può vantare una documentazione quasi completa é appunto il peplum. Dei quattro titoli a lui ascrivibili, ben tre sono disponibili sul mercato: oltre ai due in oggetto, va menzionato anche Vulcano, figlio di Giove (1962) di Emimmo Salvi, pubblicato nel 2014 dalla maltese Kronos Records. Rimane ancora scoperto, per il momento, Il magnifico gladiatore (1964) di Alfonso Brescia. Anch’esso diretto da Emimmo Salvi, Le sette fatiche di Alì Babà si basa su un soggetto che vorrebbe coniugare la mitologia classica con la fiaba orientale. L’Alì Babà di Salvi non c’entra nulla però con il noto personaggio de Le mille e una notte: non è un povero taglialegna ma una specie di Ercole donnaiolo e pronto a spendere la propria forza sovrumana in nome della libertà. Come da copione, troveremo un tesoro da salvaguardare, un tiranno da rovesciare per il bene del popolo, una discesa nell’ipogeo Regno delle ombre, un intreccio amoroso. I tratti eroici, fiabeschi, sentimentali e misteriosi della pellicola vengono tutti mappati da Giombini, qui affiancato da Mario Ammonini sia nella composizione che nella direzione d’orchestra: insieme dispongono con equilibrio gli arcaismi fantasiosi tipici del genere e qualche prestito dal patrimonio etnico. Il vigoroso tema principale “Seq. 1” presenta una melodia ordinata sugli intervalli tipici delle scale arabe, la cui traduzione sinfonica mette in evidenza fiati particolarmente sfolgoranti, archi vorticosi, percussioni (timpani e piatti) muscolari. Il motivo permea tutto il film con variazioni dai connotati drammatici (“Seq. 2”, “Seq. 7”, “Seq.13”, “Seq. 12” nella prima parte, “Seq. 22”) o soavi (“Seq. 3”, “Seq. 12” nella seconda parte, “Seq. 15”, “Seq. 19”) a seconda delle esigenze contingenti. Per le scene di aggregazione popolare o di danza, vengono approntati alcuni brani di ispirazione esotica per flauti e percussioni, talvolta con intermezzi orchestrali (“Seq. 4”, “Seq.5”, “Seq. 8”). Il mistero e la suspense abitano parecchi episodi suddivisi in tracce autonome o in frammenti, in entrambi i casi per archi, fiati e percussioni (“Seq. 9”, “Seq. 14”, “Seq. 18”, “Seq. 20”, “Seq. 24”); più limitato il ricorso alle sperimentazioni vocali (“Seq. 6” e soprattutto “Seq. 16”), che sentiamo riecheggiare nel Regno delle ombre. Se nella sentimentale “Seq. 10” protagonista è l’arpa, nella parte finale della pellicola l’azione prende il sopravvento in forme sinfoniche piuttosto energiche (“Seq. 21”, “Seq. 22”, “Seq. 25”, quest’ultima culminante nella ripresa trionfale del tema dei titoli).

Dal mito si passa alla storia (ovviamente in una ricostruzione fumettistica e poco filologica) con I Sette gladiatori dello spagnolo Pedro Lazaga, ambientato nella città di Sparta all’epoca della dominazione romana. I gladiatori erano schiavi che, opportunamente selezionati e sottoposti a duro addestramento, si esibivano negli anfiteatri in scontri all’ultimo sangue con avversari di pari livello o con belve feroci. I più capaci scatenavano gli entusiasmi della gente (un po’ come accade oggi per le star del rock o del calcio), si arricchivano e spesso riuscivano ad emanciparsi dalla condizione servile. Il film inizia raccontando un caso simile ed insieme eccezionale. Dario, figlio del governatore di Sparta, viene condannato a combattere nel Colosseo a Roma per aver aiutato cinque gladiatori detenuti a scappare. Guadagnatasi la libertà grazie alla sua valentìa, torna finalmente a Sparta. Qui scopre che un usurpatore, dopo avergli assassinato il padre, ha assunto il potere e, non soddisfatto, tenta pure di insidiare la sua amata. Con l’aiuto di altri sei guerrieri (i cinque precedentemente liberati più il figlio della sua nutrice), Dario riuscirà a salvare la ragazza e riconquistare la città. Giombini stavolta si concentra quasi esclusivamente sulla forza degli eroi, componendo un tema caratterizzante molto dinamico che i protagonisti talvolta fischiettano a mo’ di richiamo. Sono i momenti di raccordo - nel film vediamo spesso i gladiatori sfrecciare a cavallo in paesaggi scabri, quasi fossimo in un western all’italiana - e quelli d’azione pura ad utilizzare a pieno il motivo principale, che, dopo un esordio sfumato e drammatizzato in “Titoli” (durante la scena della liberazione dei cinque gladiatori) sboccia letteralmente in “Cavalcata”: nell’impianto sinfonico risaltano soprattutto il senso eroico dei fiati e le ritmiche equine. Ripreso a tempo variabile e spesso connesso a preludi o interludi percussivi a ritmo di marcia, il tema ricompare in vari episodi: “Breve inseguimento”, “Marcia drammatica”, “I gladiatori colpiscono ancora”, “Titoli alternativi” (privo degli accenti drammatici della versione usata nel film), “Marcia di battaglia”, “Lotta senza paura”, “Nell’arena”, “Scontro sanguinario”, “Finale” (risolto in un epilogo trionfalistico). Altrove, in situazioni di pericolo o minaccia fisica, svaniscono i riferimenti tematici per lasciare spazio a generici brani di concitazione intrecciata a suspense: è il caso di “Sette eroi”, “Azione di gruppo”, “Impresa bellica”, “Combattimento”, “Ultima lotta”. Gli ingredienti timbrici e ritmici sono però i medesimi: i timpani non smettono di scandire un’iperbolica marcia e sovente i corni francesi emergono taglienti dall’impianto orchestrale. Il capitolo sentimentale è affrontato con una duplice soluzione, da un lato semplicemente rallentando il tema principale (“Ripensando a lei”, “Bucolico eroico”), dall’altro ricorrendo ad un sobrio romanticismo dai riflessi esotici per archi, fiati e glissati d’arpa (“Tema d’amore”, “Ricordi del cuore”). “Lotta e sentimento” e “Serenità e angoscia” viaggiano invece, come intuibile, in bilico tra fiaba e mistero. Non poteva mancare da ultimo un brano diegetico, “Danza”, studio etnico per flauti, percussioni e sonagli. La ricchissima edizione in due dischi della Digitmovies si conclude con una traccia che intercetta realisticamente alcuni frammenti del passato. Si tratta di “Recording session”, nella quale ascoltiamo dapprima un campionario di indicazioni date dal maestro Giombini agli orchestrali nel corso delle sedute di registrazione, poi un’esecuzione a tempo medio del tema portante.

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Daniela Bocconi

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