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24 Gen2020

Rwanda

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Cinema

cover rwandaDavide Caprelli
Rwanda (2018)
Kronos Records KRONCD097
22 brani – Durata: 57’00”



Il compositore italiano Davide Caprelli nelle note del libretto così racconta la sua incredibile esperienza umana e musicale nel portare a compimento lo score del particolarissimo e necessario film Rwanda: “Probabilmente aspettavo da una vita un film come questo. Un film intenso ed emozionante, dove l’azione scenica teatrale compenetra la realtà tragica e drammatica. E’ stata una sfida parlare in musica del genocidio ruandese, raccontato in modo così originale e rispettoso. La ricerca musicale è partita da poche note che per me rappresentavano le coppie Marco-Mara e Augustin-Cecile; quattro note per persona, quattro note che si rincorrono attorno all’orizzonte degli eventi di queste vite umane che si incontrano in uno spazio catartico tra presente e passato. Come a significare che la vita e le vicende, anche se lontane nel tempo, ci appartengono e che noi siamo il nostro passato, ma siamo anche le scelte buone di persone sconosciute e lontane ma unite spiritualmente, perché esseri umani”. Sicuramente da queste acute parole si svela tutta la concreta spiritualità e profonda tenacia con i quali sia il compositore Caprelli che il coraggioso regista Riccardo Salvetti hanno vissuto un soggetto non propriamente facile e assai carico di commozione ed emotività e rischioso di disamore nei confronti di un’umanità che, ancora di più oggigiorno, ci svela un tremendo lato oscuro inspiegabile per un essere senziente e capace di evoluzioni culturali, artistiche, sociali e mentali stupefacenti, che però rende vane con un solo ignominioso gesto, come tanti purtroppo ve ne sono, quale il genocidio di una razza. Ma perché mai, verrebbe rabbiosamente da chiedersi, anche se la verità dietro cotanta atrocità è una, ed una soltanto: il potere e la sua controparte, il denaro. Punto e basta! Che amarezza! Ora, non sono qui a fare retorica esistenziale o politico-sociale, ma quando mi approccio ad un lavoro compositivo del genere, e per un film di forte denuncia eppur libertario nella sua comunicazione mediale e perfino speranzoso in un ‘risveglio’ emotivo-cultural-sociale umano, allora la retorica calza a pennello ed è giustificata oltre ogni dire. Detto questo il lavoro intellettual-sonoro del plurinominato Caprelli (molta TV, vedi Chi l’ha visto?, Wild Italy, la serie documentaristica Ayrton indimenticabile) è ben congeniato e compiuto sulle immagini, difatti si è aggiudicato due premi importanti: nel 2019 miglior colonna sonora al Julien Dubuque International Film Festival e al Mindfield Film Festival Albuquerque. Come avrete ben compreso, dalle parole espresse dal suo autore nel libretto dell’album, trattasi di teatro filmato e ricostruzione cinematografica contemporaneamente, di uno dei genocidi tra i più atroci nella storia dell’umanità, e lo score mescola sapientemente suoni sintetici, orchestra campionata, pianoforte ed elementi percussivi, tutti eseguiti dal compositore stesso e due pezzi orchestrali: “Acheropita” e “The Prestige”. Il primo, una lieve elegia o canto doloroso cosparso di quel desiderio che una tragedia di questo tipo non avvenga mai più e che dagli sbagli si tragga un insegnamento di rinascita interiore ed esteriore, eseguito dolcemente dall’Orchestra A. Corelli diretta da Silvia Basini; il secondo, piano e archi in controcanto espongono un leitmotiv svolazzante e luminoso che sembra uscito dalla penna ispirata di Ryūichi Sakamoto, eseguito magnificamente dalla Bulgarian National Radio Symphony Orchestra registrata a Sofia da Marco Sterccioni e Gabriele Conti. L’intera partitura spazia da melodismi pianistici di rara e struggente emozionalità (“Daddy”, “The Ability to Love”, “White Spots” in cui si fa strada il tema principale nella sua essenza scarna ma efficace), new age alla Eric Serra (“Life”, “I Miss You”, “Homecoming”) a pagine percussive violente e disturbanti quasi vicine alla ‘Industrial Music’ e angosciatamente orrorifiche e perturbanti (“Genocide”, “Five Minutes”, “Run Away”) e gli archi sottesi con strumenti solistici etnici quasi tensivi (“Temptation”).
Uno score da ascoltare con attenzione dopo visione obbligatoria del film per carpirne tutte le sue minuziose e peculiari costruzioni timbriche ed armoniche ma soprattutto le idee viscerali.

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Daniela Bocconi

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