Pop Black Posta
Marco Werba
Pop Black Posta (2019)
Plaza Mayor Company Ltd SERG209
14 brani + 2 canzoni + 1 bonus track – Durata: 38’ 52’’

Da sempre fedele continuatore della scuola sinfonica americana (Herrmann, Goldsmith), ma con un occhio anche all’ansia di sperimentalismo tipica della musica da film italiana degli anni ’70, Marco Werba ha ormai all’attivo una serie di partiture thriller di pregevolissima fattura, come quelle per Giallo di Dario Argento e il recente Seguimi di Claudio Sestieri. In tutte la cifra preponderante è la felice convivenza di uno spirito quietamente nostalgico e un afflato incisivo e martellante da action d’oltreoceano. La sua ultima fatica Pop Black Posta, scritta per il thriller di Marco Pollini – parabola morale dagli interessanti risvolti socio-politici che si ispira alla Agatha Christie di “Dieci piccoli indiani” –, non fa assolutamente eccezione, e appare anzi come il miglior lavoro del musicista insieme ai due titoli sopracitati.
Basterebbe “The office”, posto in apertura, a dimostrarlo: brano che consiste in un memorabile tema intonato da pianoforte e violini, preceduto da incisi staccati dei violoncelli di memoria herrmanniana. Nei due brani successivi fanno poi la loro prima comparsa altri elementi destinati a diventare protagonisti assoluti della partitura: la presenza dell’elettronica in funzione tensiva e inquietante (“The Arrival of the Van”), gli ostinati degli archi e le deflagrazioni degli ottoni, infine un tema cromatico discendente, enunciato dagli archi in un gioco imitativo semplice ed efficacissimo (“The Shooting”). La perfetta riuscita di queste idee permette la loro ripetizione e variazione di qui fino al termine dell’album: il tema principale, al piano solo, viene circondato da cupi agglomerati techno-sinfonici (“Alessia’s Theme”); il motivo discendente-imitativo viene enunciato da tremoli degli archi in “Fear and Madness/Looks”, in “First Meeting/Fear and Despair”, e in “Tension/Freddy Caught”, per una versione più aggressiva preceduta da tremoli di archi in pianissimo.
Incisivo, poi, è il motivo di Federico Ricci che si può ascoltare in “The liberation/The Secret passage” e, arricchito da ottoni e percussioni, in “Contromina Tunnel/The fight”: un pezzo di scrittura sensibilmente più movimentata – con scalette veloci e sbalzi dinamici – ma sostanzialmente in linea col clima della partitura di Werba. “The Confession/The Arena” raccoglie in un’unica traccia le principali identità tematiche dell’opera, enunciate per la prima volta nei primi tre brani, e rafforza la sensazione di un lavoro di ispirazione cristallina e sapiente economia di mezzi.
Tre canzoni terminano l’album, “E poi la fine” di Felice Romano (anche in versione solo strumentale), “Hard Travelin’” dei The Mojomatics e “Alessia” (Bonus Track) di Davide Berardi; i brani dei cantautori, e soprattutto il pezzo rockabilly dei The Mojomatics, spostano fortemente le atmosfere su lidi più rilassati e meno problematici. L’album resta comunque per la maggior parte l’ennesima dimostrazione del talento di Werba nella definizione di una “horror music” diretta, senza orpelli e in grado di sublimare le istanze più contorte – sociali, politiche ed erotiche – del nostro moderno cinema di genere.
