The Bad Seed
Alex North
Il giglio nero (The Bad Seed, 1956)
La-La Land Records LLLCD 1437 – Edizione limitata 2500 copie
11 brani + 5 additional tracks – Durata: 44'30”

Per “innocenza del diavolo” (mutuandola dal titolo italiano del bel thriller di Joseph Ruben del 1993, protagonista un perfido Macaulay Culkin), s'intende l'ambigua e pericolosa condizione di un'infanzia che maschera dietro volti angelici e comportamenti apparentemente tipici di quell'età una malvagità premeditata e implacabile, capace di efferatezze inaudite. Si tratta di un filone cospicuo dell'horror-thriller, che ha toccato forse l'apice con i bimbi alieni e spietati de Il villaggio dei dannati (1960) di Wolf Rilla, dal romanzo di John Wyndham, mirabilmente rifatto da John Carpenter nel 1995, ma che ha trovato poi altri sviluppi sempre interessanti e diversificati: ad esempio nel dimenticato, ma agghiacciante, Demain les mômes (1976) del francese Jean Pourtalé, per arrivare sino al piccolo figlio del demonio Damien Thorn de Il presagio, giù sino ai poco raccomandabili protagonisti di Birth – Io sono Sean, Orphan, The Boy, e simili...
Il giglio nero fu, in tal senso, un film precursore (l'attore Rob Lowe ne ha da poco diretto e interpretato uno scialbo remake televisivo). Proveniva da una pièce teatrale di Maxwell Anderson a sua volta tratta dal romanzo di William March dal titolo originale “The bad seed”, il seme cattivo: quello che reca in sé la piccola Rhoda Penmark, impersonata dall'allora undicenne e straordinaria Patty McCormack, che estremizza le normali bizze e gelosie possessive di una bimba della sua età in gelida determinazione omicida, grazie alla quale non esita a far fuori brutalmente prima un compagno di classe e poi un domestico, divenuto presenza scomoda, non senza aver anche annientato psicologicamente e quasi fisicamente la sventurata madre. Materia che scotta ancora oggi, e che un maestro veterano ed eclettico come Mervyn LeRoy, già autore di noir mitici come Piccolo Cesare e di un kolossal memorabile come Quo Vadis?, realizzò in uno stile claustrofobico e stilizzato, modernissimo, sino al finale catartico e apocalittico, che la censura e il codice Hays imposero diametralmente opposto a quello del romanzo d'origine.
Innegabile che parte preponderante di questa impeccabile indagine sul Male dissimulato dietro il candore risieda nella sconvolgente partitura di Alex North: sconvolgente ed anche sorprendente, per il linguaggio avanzato e per la scintillante, livida qualità sinfonica della partitura, che si avvalse della direzione implacabile e autoptica di uno specialista della grande Hollywood musicale quale Ray Heindorf.
Il giglio nero ha una storia discografica lunga e travagliata, aperta da un Lp ormai divenuto trofeo da collezionisti, edito dalla RCA nello stesso '56 (poi ristampato in Spagna nel '72), e a seguire dalla nostra Cinevox, e poi ancora in Germania con etichetta Tsunami in un'antologia che comprendeva anche pagine da altre score northiane come Destino sull'asfalto e Piangerò domani.
Quella licenziata ora dalla La-La Land però è una vera e propria edizione critica, accompagnata dalle puntuali e preziose note di Frank K. DeWald, il cui pregio maggiore consiste sicuramente nella strepitosa rimasterizzazione delle tracce originali, vecchie di sessant'anni, curata da Mike Piacentini. Il suono ne esce lucido e brillante, valorizzando al massimo le formidabili e innovative qualità di orchestratore di North, la cui figura rappresenta il punto più alto di congiunzione tra la Scuola Storica musicale hollywoodiana e l'avvento di un linguaggio più moderno e aggressivo proprio delle generazioni successive dei Goldsmith, Williams, Schifrin ed epigoni.
L'iniziale “The bad seed” ci precipita immediatamente in medias res, con un allegro furibondo di ottoni e legni acuti, impegnati in un disegno ritmico sincopato e scazonte, tonalmente disancorato da qualunque punto di riferimento, all'interno del quale risuona l'invenzione principale della partitura: un temino pianistico elementare e grezzo, di fatto il classico esercizio di diteggiatura che si prescrive ad un bambino alle prime armi e che Rhoda esegue ripetutamente e incertamente... ma la cui imprecisione e goffaggine di filastrocca diviene, nel contesto, elemento di “disturbo” e di sinistro disvelamento, specie quando la sonatina viene – come nel brano d'apertura – letteralmente “annegata” nella rabbiosa e incandescente orchestrazione di North.
Una sofisticata, notturna scrittura per archi dal profilo quasi debussyano caratterizza invece “The dream”, tipico esempio di quel lirismo northiano, sobrio e penetrante, che cinque anni prima aveva prodotto la mirabile partitura di Un tram che si chiama desiderio e che, anni dopo, sfocerà nelle pagine romantiche di due kolossal sui generis come Spartacus e Cleopatra. “No more children” è una tipica lullaby ancora per archi, ma con sordina, esposta prima in si poi arretrata di un semitono e sviluppata a canone, in un andamento di provvisoria e ingannevole carezzevolezza. La pungente “The truth” infatti, totalmente atonale, ingloba momenti carillonistici accanto a ispidi flautandi degli archi e tocchi liquidi di arpa, evocando un clima orrorifico tanto disturbante quanto ellittico, mentre il mesto assolo di cello che apre “Basket of kisses” deve vedersela con lievi e allarmati staccati dei flauti, del fagotto, e in lontananza ottoni con sordina che non promettono nulla di buono, per defluire poi nel fraseggio accasciato degli archi. Si delineano così con chiarezza le due anime della score, quella ispirata ad un sentimento materno umanamente comprensibile anche se destinato alla sconfitta (espresso sovente da assoli del violino), e quella diabolicamente incarnata dalla gelida e incosciente ferocia della piccola protagonista: quest'ultima testimoniata dalla costante e sotterranea presenza dell'innocente temino per piano (affidato ad altri strumenti), che spunta dovunque con pettegola e ostinata insistenza. Anche “Confession” si muove su una linea di contenimento sonoro, di continua frammentazione, quasi da disegno animato, seguendo passo passo ogni fase della perturbante vicenda, alternando morbidi passaggi violinistici con nebbiose intrusioni dei fiati e improvvise, virtuosistiche accensioni ritmiche che servono da sfondo per le minacciose variazioni sul temino, magari in forma di rassicurante nenia (“The Princess”) ma più spesso latore di tutto il proprio carico di follia come nei violini in flautando sovracuto di “The locket”.
“Identity” si apre con una lunga, splendida frase dei violini all'unisono, dal lirismo pensoso e intenso, ripetuta poi all'ottava inferiore con il contrappunto di viole e celli: è un passo che ricorda certi momenti del Bartók più meditativo e desolato, e che svela quella che è una delle caratteristiche più forti e personali del grande compositore, ossia la profonda malinconia che lo assale nella contemplazione dei mali del mondo. Lo sviluppo della lunga, mirabile pagina, si protrae infatti in un'atmosfera di estrema pacatezza formale, almeno sino alla coda in un fosco e malevolo crescendo. Anche “My baby sleep well” emana più tristezza e angoscia che senso di paura, nel canto spiegato e piangente dei violini (è in momenti come questi che si apprezza anche la grandezza e la sensibilità di un direttore come Heindorf), che va a sfociare in un coro femminile angelicale inesorabilmente beffardo.
La resa dei conti di “The medal and Rhoda's death” parte tra note ribattute del piano e pizzicati irregolari seguiti da accordi informi, e approda una versione in accelerando del temino, che smarrisce definitivamente qui ogni connotazione di “innocenza” (posto che l'abbia mai avuta) e nel trattamento visionario dell'orchestra, soprattutto archi e legni, assume in pieno la fisionomia di “mad music” distorta e infernale: sino a risuonare con macabra ironia trionfale negli ultimi istanti.
Le cinque preziose tracce addizionali consentono di approfondire ancor meglio le procedure di drammaturgia musicale adottate da North. La “film version” di “The locket” si fonda su una versione rallentata della filastrocca, tra l'altro eseguita da un suono chiaramente sintetizzato quindi – per l'epoca – ancor più “straniero”, alieno; idem per “Theme” e “Wild theme on Nova”, che potrebbero tranquillamente essere state concepite domani, mentre la brevissima “Transition” per clarinetto basso e archi è una parentesi di rara cupezza espressiva, e “Concern”, con il tocco limpido dell'arpa sul groviglio pesante dei bassi, esprime bene il dualismo timbrico e psicologico della score.
Che si conferma dunque come un elaboratissimo e intrigante capolavoro di psicologia cinemusicale costruito con le risorse del più rigoroso contrappuntismo e di una padronanza dei reparti orchestrali che – ripetiamolo – fecero di Alex North l'esponente più moderno e anticonformista della propria generazione.
