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28 Set2018

Gueule d'ange

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover gueule dangeAudrey Ismaël, Olivier Coursier
Gueule d'ange (2018)
B Original
19 brani – Durata: 24'00”

La regista, scenografa, musicista, videoartista e fotografa francese Vanessa Filho, il pianista e compositore Olivier Coursier e la compositrice Audrey Ismaël formano un sodalizio creativo che ha come comune denominatore l'apertura ai linguaggi più diversi e una dimensione creativa dove musica, immagini fisse, immagini in movimento, videoclip e quant'altro inseguono una fusione comunicativa che trascenda i confini dei singoli “media” esplorati.

 La prima forma, insieme a Audrey Ismaël, il binomio musicale “Smoking Smoking” con cui ha realizzato numerosi videoclip; ed è stata proprio la Filho a far incontrare nei primi anni 2000 Audrey con Olivier Coursier, polistrumentista già delle band Hardcore Trapped e Mass Hysteria (rock duro, come si evince dai nomi), il quale a propria volta lavora dal 2004 con Simon Buret nel duo AaRON, per il quale la Filho ha girato un altro buon numero di videoclip.
 Dunque siamo dinanzi ad un crogiolo di rapporti artistici e personali (come spesso accade in Francia) dal quale scaturiscono, specie nel campo cinemusicale, esperimenti continui e ricerche espressive sconosciute ad altre latitudini: gli uni e le altre resi ancora più efficaci da un plusvalore oggi sempre più raro, ossia l'asciuttezza, la semplicità, il limpido attaccamento quasi affettivo a forme modernamente classiche, spesso cameristiche, individuate come le più adatte ad esprimere, per converso, la complessità e la conflittualità dei sentimenti umani. Gueule d'ange, che vanta un'immensa Marion Cotillard nel ruolo di una madre allo sbando di fronte alla figlia di otto anni, ne è quasi un esempio di scuola; qui infatti il trio Filho-Ismaël-Coursier tira le fila di un itinerario che probabilmente è appena ai primi passi, ma che si rivela già come assolutamente personale e intenso.
 Siamo infatti nell'alveo di quella sensiblerie squisitamente francese che ottiene i massimi risultati espressivi con un'assoluta, radicale economia di mezzi. In questo caso l'organico è limitato pressoché esclusivamente a violoncello e pianoforte, con l'aggiunta di pochi archi e di un appartatissimo synth, in una struttura cameristica di estremo raccoglimento; inoltre la brevità degli interventi e della partitura complessiva le conferiscono un'andatura palpitante e ansiosa, resa tale anche dalla mutevolezza armonica e ritmica dei brani. L'Ouverture si apre con un composto, severo adagio pianistico accentuato da note gravi del cello, il quale invece si prende la scena in “Le bateau” con una serie di nervosi e virtuosistici arpeggi accompagnati dai flautandi degli altri archi: si crea così un'altalena emotiva spiazzante a due voci, (come due sono le voci che interagiscono nel film, madre e figlia) in un dialogo fitto e prettamente psicologico, atemporale. Il lirismo melodico che scaturisce da “La promesse” non possiede peraltro nulla di stucchevole o accattivante, ma si fonda sulla mobilità del pianoforte accostata ai lunghi accordi gravi del cello (“Comme une poupée”, la struggente “L'abandon”); in realtà la partitura, raffinatissima, vibra di modernità linguistica soprattutto nella tecnica esecutiva dello strumento ad arco (il lavorìo irrequieto e aspro di  “La fête foraine”), e anche nelle aperture più coinvolgenti sentimentalmente tiene fermo il punto di una scrittura rigorosa e quasi geometrica, come le quartine pianistiche che sorreggono il canto spiegato del cello in “Les poissons combattants”.
 Il tema di “La promesse” torna poi, in forma pianistica ancora più prosciugata, in “La mort sur la plage”, mentre sempre il piano evolve in deviazioni quasi minimaliste con “Le retour de Marlène” sulle note in sovracuto del violoncello, e “Ma fille” si basa sulla ripetizione continua di due note, fa e mi, del pianoforte su un sottofondo indistinto di archi e synth; le stesse due note, ma all'ottava superiore, risuonano nello sperduto “L'errance”, laddove “Les lunes” è l'unica pagina timbricamente aliena, puro e oscuro rumore di fondo. Ma è il pianoforte a tornare protagonista con le meste terzine circolari di “Respire” e poi con gli accordi ariosi e imploranti di “Le spectacle” aperto dagli archi sul filo dell'udibilità. Con “Voir le monde là-haut” tornano i volteggi inquieti del cello di “Le bateau”, simili a moderne variazioni bachiane, così come nell'”Epilogue” il piano ripropone il tema conduttore in forma di una cantilena ineludibile abbellita da qualche variazione, in un eloquio rasserenato e luminoso che pare risolversi con una certa pienezza solo nella conclusiva “Gueule d'ange”.
 S'intuisce – come del resto ha dichiarato la stessa Vanessa Filho – una musica pensata, scritta ed eseguita “sulle immagini” e sui volti delle due protagoniste, in uno scavo affettuoso ma anche implacabile tra le pieghe della sofferenza, dello smarrimento e della ritrovata speranza. Sono sentimenti e pulsioni che acquisiscono valore quanto più sono espressi con pudore e delicatezza. I due tratti stilistici salienti del bel lavoro di Ismaël e Coursier.

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Daniela Bocconi

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