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05 Lug2016

Gods of Egypt

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover gods of egyptMarco Beltrami
Gods of Egypt (Id., 2016)
Varese Sarabande 302 067 401 8
26 brani – Durata: 75’04”

Sarà l'effetto-”Trono di spade” o il più ampio revival di un genere mitologico-avventuroso-religioso, fatto sta che anche alcuni compositori (Beltrami, Roque Baños...) finora tenutisi alla larga dal settore cominciano a farsene irretire, e con risultati a volte sorprendenti: a dimostrare, tanto per dire, che non di soli Ramin Djawadi può vivere musicalmente questa nuova tendenza.

Nuova si fa per dire, visto che il “peplum” è vecchio quanto il cinema: e, al suo interno, il sottofilone egittologico ha conosciuto nuova linfa vitale con il ciclo de La mummia e relative grandi partiture di Goldsmith e Silvestri. Ma da Marco Beltrami, che conosciamo quale ingegnere della paura musicale, inesorabile architetto di puzzle sonori dalle violente spinte moderniste, tutto ci si poteva aspettare fuorchè una partitura così sapientemente vintage e “d'atmosfera”. Alla sua terza collaborazione (dopo Io, robot e Segnali dal futuro) con Alex Proyas, il compositore di Fornero si cala in un contesto fortemente caratterizzato, assorbendone le suggestioni esotiche e un fluente, accattivamente tematismo. Già questa è una sorpresa, a cominciare da “Gods of Egypt Prologue” che sfoggia un tema orientaleggiante a mezza via tra Lawrence d'Arabia e La mummia goldsmithiana (ma Jerry fu non a caso uno dei maestri di Beltrami); questo tema pervaderà l'intero score, ma ad esso si affiancano altri elementi d'immediata attribuzione “di genere”. Il brevissimo “Market chase” ad esempio, si basa su un'accentata movenza ritmica di percussioni e fiati chiaramente arcaicizzante, così come “Coronation” parte dal tema principale per coinvolgere coro e orchestra (l'organico è quasi esclusivamente strumentale e poderosamente esteso, con pochissimi inserti elettronici), in particolare ottoni e nello specifico i corni, in una processione trionfale e spettacolare, non immemore dell'Alex North di Cleopatra. C'è spazio anche per un immancabile love theme in “Bek and Zaya”, delicato e sfuggente, ma la caratteristica principale della partitura è un colorito cupo, oscuro, incline ad un titanismo sinistro, malevolo, probabile frutto della lunga consuetudine di Beltrami con l'horror e con il cinema di Wes Craven; accade così che l'epico e il terribile si fondano in pagine come “Set vs. Horus” (dove fanno capolino ancora il Goldsmith de La mummia, ma anche talune soluzioni di Elliot Goldenthal), tra taglienti dissonanze di ottoni e morbosi glissandi di archi; il clarinetto basso e misterioso di “Bek steals the eye”, dialogante con i violini “morti” e striscianti, attiene poi al più limpido repertorio dell'horror music, mentre “Shot through the heart” oscilla tra sonorità esoteriche, trasparenti, e sommovimenti brutali della percussione e degli ottoni, prima di lasciarsi completamente possedere dal tema principale. Beltrami si dimostra molto abile nel mescolare i materiali a propria disposizione, ma lo fa con una calcolata, premeditata impostazione “tradizionale”, che colora di romanticismo e sfavillante brillantezza la partitura, facendola somigliare ad una specie di sovratesto musicale del genere fanta-avventuroso non poco ispirata fors'anche al Williams dei Predatori.
Ancora il tema viene evocato trasognatamente e struggentemente, in una versione con variazioni, dal violino e dagli archi in “Osiris' garden”, con un'impronta celestiale davvero inedita per il compositore e che si avverte anche nell'arioso, siderale “Wings and a prayer”; subito seguiti però dal forsennato “Snakes on a plain”, terremotato dalle percussioni e dalle evoluzioni di fiati e ottoni; ancora suoni minacciosi e confusamente ipnotizzanti in “Straight out of Egypt”, ma il “lato oscuro” comincia ad avere un ruolo preponderante nella partitura in pagine come “Chaos” o “Elevator music”, dalla ritmica martellante e funesta, irta di sincopi. Il che conduce quasi direttamente alle due impressionanti parti di “Obelisk fight”, autentici trattati di action music contemporanea su cui spiccano il lavorìo terrificante degli ottoni e della percussione, il coinvolgimento biblico del coro, e quella apparente frammentazione del discorso musicale che è una precipua caratteristica beltramiana ma che nasconde in realtà un pensiero unitario implacabile, e una concezione scientifica, millimetrica delle architetture sonore: non a caso nella Part 1 viene garantito, anzi enfatizzato con funzione catartica, il main theme, mentre nella Part 2, dopo una messa a ferro e fuoco apparentemente ultimativa, è il coro bipartito a riportare un'oasi di serenità religiosa. Accentuata dall'assolo del cello che apre la bellissima, mistica “God of the impossible”, sviluppata poi in una tonitruante, virtuosistica riproposizione del main theme da parte degli ottoni.
A chiudere ancora due esibizioni tematiche e contestuali che confermano l'originalità di questo score nella carriera di Beltrami: una versione luminosa e accalorata del tema di Bek e Zaya, assaporato in tutta la propria cantabilità; ma soprattutto l'”Hathor's theme”, accennato da una fascinosa voce femminile raddoppiata dai violini sugli armonici e srotolata poi con avvolgente, trascinante respiro dall'intera orchestra, per spegnersi infine lentamente nel sussurro del coro e nella melopea del flauto. Suggello ad una prova di raffinatezza e sensibilità che aggiunge solo un altro tassello alla sfaccettata e affascinante personalità artistica di Marco Beltrami.

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Daniela Bocconi

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