15 Dic2015
Canzoni per il cinema
Pino DonaggioCanzoni per il cinema (2015)
Bulgarian Symphony Orchestra cond. Maurizio Abeni
Quartet Records QR212
13 brani – Durata: 46’25”

La realizzazione di questo album corona un sogno alla cui lunga genesi chi scrive ha avuto il privilegio di assistere. In estrema sintesi: il maestro veneziano da tempo coltivava l’idea di un’antologia che riassumesse tutti i diversi stili e linguaggi musicali da lui attraversati, e da oltre un quarantennio confluiti nell’arte della musica per film. Se a questo si aggiunge il dato di fatto che moltissime canzoni di Donaggio hanno fatto parte della colonna sonora di altrettanti film, nonché la coincidenza temporale che proprio in questo periodo il musicista ha ritrovato i “suoi” Solisti Veneti, la prestigiosa compagine diretta da Claudio Scimone nella quale egli mosse i primi passi di violinista classico, scrivendo per il loro 55° anniversario il brano “Fotogrammi per Solisti”, ecco allora che l’uscita della Quartet assume un significato particolare.
Perché in queste sontuose, commoventi orchestrazioni (firmate prevalentemente da Maurizio Abeni ma anche da Andrea Bandel, AnnaKarin Kloackar e Gianluca Podio, ossia la “factory” donaggiana di amici e collaboratori al completo se includiamo anche il programmista alle tastiere Paolo Steffan) riluce tutta la sapienza melodica e contrappuntistica del compositore, ma anche il suo costante umorismo, l’autoironia, la mozartiana leggerezza: insieme, ovviamente, alla felice vena ispirativa che dall’ormai lontano 1973 ne ha fatto un protagonista spontaneo, generoso e attento della difficile specializzazione chiamata “musica per film”. Un tragitto che nel ricchissimo booklet allegato (fitto di fotografie, riproduzioni e disegni) è puntualmente rievocato da Gergely Hubai, unitamente ad una guida all’ascolto traccia per traccia.
Fondamentale il ruolo della Bulgarian Symphony Orchestra, compatta e sensibilissima formazione orchestrale la cui consuetudine con le partiture di Donaggio è ormai consolidata, sotto la direzione partecipe, duttile e miniaturistica di Maurizio Abeni, che ripercorre questo itinerario approfittando dell’”ospitalità” che alcuni film hanno dato alle sue canzoni per collegarle in un percorso omogeneo e toccante. A cominciare, e “pour cause”, da quella “Io che non vivo” che da mezzo secolo è in testa alle classifiche planetarie e che ha conosciuto infinite cover, da Dusty Springfield a quella celeberrima di Elvis Presley, e che qui figura una prima volta in quanto parte del doc dedicato proprio a “The Pelvis” Elvis: that’s the way it is (Denis Sanders, 1970): una versione, quella di Abeni, distesamente cantabile e malinconica, dal delicato fraseggio degli archi. Archi che in questo album ritrovano tutta l’importanza che rivestono nel pensiero compositivo di Donaggio, come dimostra anche “I colori di dicembre” tratto dall’esordio del musicista nel cinema, A Venezia… un dicembre rosso shocking (Nicolas Roeg, 1973), in cui la presenza della spinetta evoca un neoclassicismo vintage di crepuscolare nostalgia.
Ma non c’è tempo né voglia di intristirsi perché ecco che “Il cane di stoffa”, altro grande successo sul versante spiritoso delle sue canzoni, contenuto in un “musicarello d’epoca quale Viale della canzone (Tullio Piacentini, 1965), viene rielaborato in una scoppiettante versione tutta staccati dei violini e arabeschi dei legni. “Come sinfonia”, che di fatto fu il primo grande successo di Donaggio e comparve nel soundtrack de L’assassino (Elio Petri, 1961), sembra avocare naturalmente a sé una scrittura quasi pleonasticamente classica; qui l’assolo di violino (lo strumento prediletto del compositore) prelude all’intervento dei legni mentre subito oboe e flauto iniziano un dialogo sulla melodia principale, lasciata poi fluire liberamente negli archi. “I never dreamed someone like you could love someone like me” corrisponde ad un tema apparentemente secondario di Carrie (Brian De Palma, 1976), ma nella morbida transizione dall’armonica agli archi acquista la fisionomia di un ballabile intenerito e sdrammatizzante, all’interno di un film autenticamente tragico. Si riscoprono anche autentiche rarità, come quel “Motivo d’amore”, struggente e lirico, orchestrato da Bandel e diretto da Gianfranco Plenizio, che dal festival sanremese del 1964 fu traslocato nel soundtrack di Delitto d’amore (Juan de Orduña, 1966), oscuro melodramma di coproduzione italo-spagnola con Amedeo Nazzari, ambientato in un circo, mentre l’esilarante “Pera matura”, scritta nel ’61 e utilizzata nella crime-story giovanilista spagnola La edad de la violencia (Juliàn Soler, 1964), giocata su accordi secchi di ottoni e danzanti saltelli degli archi, del flauto e dell’organo elettrico, conferma intatta la propria freschezza.
Si cambia decisamente atmosfera con “Ruby Rain” dalla partitura che Donaggio scrisse nel ’93 per Trauma, inaugurando il suo (troppo breve, ma non per colpa del maestro) sodalizio con Dario Argento: un brano misterioso, che Abeni arricchisce di suoni inizialmente spettrali, quasi “concreti” (campane, flauto di Pan, effetto-sonagli), per lasciare poi spazio al dispiegarsi mesto e meditativo degli archi; ancora una commedia a sfondo sentimentale con Cin Cin (Gene Saks, 1992), star Marcello Mastroianni e Julie Andrews, per cui Donaggio creò uno score da cui è presa qui “This love is mine”, quasi una dolce ninna-nanna affidata all’oboe sull’accompagnamento lento degli archi, poi in primo piano, laddove nell’originale a cantarla era la svizzera Scarlett von Wollenmann. Come ricorda lo stesso Donaggio nelle sue note di copertina datate nella natìa e inseparabile Venezia, “Una casa in cima al mondo” è la canzone forse a lui più cara, dedicata alla moglie Rita («l’unica donna della mia vita») e portata al successo internazionale da Mina, per poi essere scelta da Alberto Sordi nel 1966 per il suo Scusi, lei è favorevole o contrario?: la cantabilità aperta, travolgente, quasi pucciniana di questo brano trova una resa sontuosa, armonicamente complessa e contrappuntisticamente sublime nella versione di Abeni, che intreccia fra loro le linee melodiche degli archi in un impasto emotivamente coinvolgente come pochi. “Why”, originariamente cantata da Randy Crawford, era l’hit della colonna sonora del Don Camillo (1984) diretto e interpretato dall’amico e sodale – nonché concittadino – di Donaggio Mario Girotti, in arte Terence Hill, e in questa inconsueta trascrizione sfoggia tutta la propria eleganza di scrittura.
Per ricchezza leitmotivica e partecipazione psicologica Blow out è forse se non il capolavoro senz’altro la più emozionante tra le numerose collaborazioni del tandem Donaggio-De Palma: uno score d’inedita, dolorosa drammaticità, che l’orchestrazione di AnnaKarin Kloackar esalta a partire dal grandioso incipit per ottoni, ripiegando però subito sul mestissimo tema di Sally affidato al violoncello, poi al violino e al pianoforte, in un distillato melodico che si spegne delicatamente sul tremolo degli archi. L’album si conclude come era iniziato, cioè con “Io che non vivo”, ma qui orchestrata e diretta da Podio, e chiamando in causa il soundtrack di I love Radio Rock di Richard Curtis (2009), spigliata commedia sulla nascita delle prime “radio pirata”: e stavolta il modello è la versione di Dusty Springfield, rielaborata nel cantabile dei celli e nella floreale ornatura del flauto, sino alla serena e appagata ripresa dei violini.
Un album, questo, per il quale è lo stesso Donaggio ad evocare le parole dello scrittore inglese Nick Hornby: la musica ha il potere di riportarci indietro nel tempo e contemporaneamente di proiettarci in avanti, cosicché possiamo provare simultaneamente nostalgia e speranza.
Nonché, aggiunge il musicista, gioia e pace interiore.
