National Treasure
Trevor Rabin
Il mistero dei Templari (National Treasure – 2004)
Walt Disney Records 62493-2
12 brani – durata: 38’45’’

Il mix sinfo-elettronico di National Treasure introduce l’esperienza d’ascolto attraverso una costruzione variegata per orchestra ed elementi elettronici, regalando fin dai primi istanti le coinvolgenti note del tema portante del film, per merito di un buon incastro delle parti che rendono il tutto incisivo e ritmato, capace d’imprimersi facilmente nella testa dell’ascoltatore. Molto più interessante sotto il profilo tecnico “Ben”; un movimento caratteristico per il celebre musicista sudafricano, che però viene sviluppato attraverso l’ausilio di una generosa sezione di corni francesi, i quali interpretano il brano donandogli un carattere eroico ed avventuroso, d’ampio respiro, capace di rappresentare egregiamente il personaggio interpretato da Nicolas Cage attraverso un tema classico ma pur sempre incisivo. Pezzi come “Finding Charlotte” o “Library Congress” dimostrano una scrittura sì manifesto dello stile compositivo di Rabin più ricorrente, ma contengono anche degli incastri che nel corso dello sviluppo della OST divengono particolarmente rappresentativi e ricorrenti. Le ritmiche su cui viene costruita infatti “Finding Charlotte” sono elemento portante di numerose pagine, che si tratti dell’eroica “Arrival At The National Archives”, brano che si fregia dell’arrangiamento più bello ed interessante del tema principale, o della martellante “Foot Chase”, sessione action che fonde incisivi strappi d’orchestra a presenze di chitarra elettrica e tastiere di grande impatto. Dal punto di vista timbrico ed orchestrativo l’elemento di maggiore interesse risiede in un breve ma penetrante incastro presente nel brano “Preparation Montage”: apparentemente sviluppato solo su di un movimento costante per archi sopra al quale l’autore costruisce delle variazioni sintetiche e sinfoniche trascinanti e dall’innegabile vena action/adventure, il pezzo esplode in una serie di linee tessute in modo tale da intrecciare degli incisivi accordi di chitarra elettrica seguiti dagli stessi ad opera però della sezione dei tromboni, regalando un botta e risposta delle parti tale da racchiudere in pochi istanti forse gli elementi più rappresentativi e di maggior spicco della composizione. Analizzando attentamente la musica infatti si nota come le sequenze più ritmate o legate alle scene più frenetiche siano anche quelle più confuse o non completamente convincenti. “The Chase” e “Foot Chase” risultano essere a tratti molto martellanti e poco incisive, seppur cariche di questi interessanti sviluppi timbrici. Forse ancora legato ai lavori passati e alla visione dei suoi collaboratori, Rabin impiega più tempo a trovare una sua dimensione nelle costruzioni action piuttosto che in quelle di puro commento, nelle quali riesce ad essere non banale o monotono nonostante le scene talvolta ispirino un approccio più stereotipato di altre. Infatti proprio nelle costruzioni caratterizzate da orchestra e presenze sintetiche di “Interrogation”, nel quale spiccano anche esecuzioni di tastiera che rievocano il suo The 6th Day, l’autore dimostra di trovarsi più a suo agio, riuscendo a dipingere atmosfere non invasive ma cariche di personalità, generando un commento capace di lavorare molto bene con le immagini e mantenere al tempo stesso una spiccata identità lontano da esse, cosa che spesso in partiture di questo genere, specie ad opera di alcuni artisti che hanno collaborato con lui, manca e crea una sorta di riciclaggio di soluzioni già sentite.
National Treasure rappresenta piuttosto bene ciò che si trova a ridosso della linea di demarcazione nelle due fasi più importanti della carriera di questo autore. Dimostra l’intenzione di sbilanciarsi, di osare di più, di sviluppare motivi che non siano solo delle musiche orecchiabili, ma che abbiano anche una propria identità timbrica ed un certo spessore dal punto di vista tecnico. Contrariamente a ciò persiste ancora una lieve ma presente linea di contatto con quei lavori più commerciali, più standardizzati, che guardano ad Armageddon, Enemy Of The State o Bad Boys II, quest’ultima di appena due anni prima rispetto alla pellicola diretta da Jon Turteltaub.
Nonostante ciò alcuni incastri delle sezioni d’orchestra, sia tra loro che combinati con elementi sintetici e chitarre elettriche, fanno ben sperare, ed infatti quei lavori passati sicuramente più promettenti come American Outlaws o Remember The Titans hanno poi visto nelle pagine composte per The Great Raid, Snakes On A Plane o Flyboys sbocciare questa vena sinfonica che, seppur con un po’ di fatica, alla fine non ha tardato a confermare il valore di questo buon artista.
