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17 Set2015

Sangue del mio sangue

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_sangue_del_mio_sangue.jpgCarlo Crivelli
Sangue del mio sangue (2015)
RTI 8012842504579
9 brani – Durata: 15’43”



Iniziato quasi trent’anni fa con Diavolo in corpo, il sodalizio fra l’autore de I pugni in tasca e Carlo Crivelli ha prodotto una delle più intense e significative sinergie tra regista e compositore degli ultimi decenni, soprattutto per la fortissima personalità autoriale di entrambi i soggetti e per la capacità da parte del musicista romano di addentrarsi nei meandri psicologici e nelle visioni simboliche, ellittiche e labirintiche di Marco Bellocchio forte della propria formazione accademica e largamente influenzata dal Novecento storico, in particolare dalla fertilissima stagione che precedette immediatamente l’avvento delle avanguardie viennesi di Berg, Schönberg e Webern.
Sono nate così partiture straordinarie, in bilico fra passato e presente, tra memoria e avanguardia, assolutamente nomale nel contesto italiano, come La balia, Il principe di Homburg, Vincere e Bella addormentata, per non citare che le più rilevanti.
E nasce così anche quella per l’ultima fatica bellocchiana, la cui caratteristica principale è quella di svilupparsi lungo due assi temporali narrativi: l’Italia del ‘600, dell’Inquisizione e della caccia alle streghe, e l’Italia del presente, enigmatica, sfuggente e notturna, abitata da ectoplasmi, da truffatori e da pazzi. L’alone di inestricabile mistero che permea il racconto trova nel musicista un terreno estremamente favorevole e nel suo score una corrispondenza quasi mentale, profonda e perturbante. Il noto politematismo e politonalismo del compositore si frastaglia e si disperde in mille rivoli e suggestioni senza mai concedere alcunché a soluzioni facili o men che meno orecchiabili, anche se la partitura esibisce a tratti un dinamismo, una varietà di tinte e una movimentazione piuttosto inconsueti nel repertorio dell’autore. Ancora una volta è soprattutto l’impasto cangiante dei timbri orchestrali, la loro magmatica densità, a catturare l’ascolto: personalmente alla guida della fidata Orchestra Città Aperta, Crivelli scava nelle sonorità enucleandone risonanze misteriose, fluttuanti, come in “La prova del patto”, dove uno strato di archi tremolanti precede note acutissime tenute sugli armonici e oscuri disegni cromatici dei bassi. Il moto perpetuo ritmico delle percussioni che sospinge “La prova del fuoco” sostiene invece un nucleo melodico elementare preciso e ricorrente, che si snoda scandito da accenti regolari  di percussione e fiati, in un andamento enigmatico e rituale; è una pagina arcaicizzante e ieratica, così come “Doppio inganno”, che però tintinna di rintocchi della celesta e vetrosi filamenti ancora degli archi, in una trasparenza gelida e malinconica insieme. Crivelli evoca così un’età medioevale buia e punitiva attraverso idee e apparizioni moderne, con un linguaggio non “d’epoca” ma metaforicamente allusivo e universale. Ombre di barocco affiorano solo nello struggente canto iterato dell’oboe in “Mi ha rovinato la vita”, mentre “Mal di denti” assume movenze operistiche anche grazie ad un recitativo del clarinetto, e “Don Federico” lascia spazio allo sconsolato cantabile dei violoncelli inserendolo in una perorazione degli archi che va a sfociare dopo un crescendo in una drammatica modulazione. Ancora celesta e archi dialogano mesti in “Sono stanco di fare il soldato”, seguendo un percorso senza sbocchi, labirintico e infinito, ma la grottesca irruzione del presente fa la sua comparsa in “La truffa”, con una marcetta derisoria dei legni in staccato, destinata a essere ripresa e sviluppata in “Le favole si moltiplicano”, attraverso un gioco di pause, di “stop and go” che sconcerta e diverte insieme. Un fronte umoristico, dunque, anche se di humour nero, che si salda nell’ispirazione del compositore con il riferimento ad un passato gravato da ricordi dolorosi e da una sorta di “misticismo laico” che nella tavolozza di dissonanze, bagliori leitmotivici e passaggi drammatici sembra voler aspirare ad una vera e propria musica della psiche.
E tuttavia si farebbe un torto all’operazione complessiva di Bellocchio sul sonoro del film se non si citasse anche la ricca presenza, qui come in altri suoi lavori, di musiche direttamente diegetiche, fra cui spicca senz’altro una soave, cullante cover corale di “Nothing else matter” dei Metallica a cura dei belgi Scala & Kolacny Bros., ma che comprendono anche “Torna a Surriento” e canti della Prima Guerra Mondiale quali “Sul ponte di Perati” e “Tapum”: un repertorio che, come osserva Gianni Canova, «crea connessioni inattese, apre prospettive laterali, fa irrompere l’imprevisto nella scansione prevedibile del tempo». Protagonista assoluto, quest’ultimo, di Sangue del mio sangue.



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Daniela Bocconi

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