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07 Lug2015

Dead Ringers & The Naked Lunch & Crash

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

Howard Shore
Inseparabili (Dead Ringers, 1988)
Howe Records HWR-1016
17 brani – Durata: 42’21”



Howard Shore, Ornette Coleman
Il pasto nudo (The Naked Lunch,  1991)
Howe Records HWR-1017
24 brani – Durata: 55’11”



Howard Shore
Crash (Id., 1996)
Howe Records HWR-1015
15 brani + 7 bonus tracks– Durata: 63’33”



Si è già avuto modo di osservare, in passato, come quella tra Howard Shore e David Cronenberg sia una delle collaborazioni più fertili e storicamente importanti, per esiti e continuità, nel panorama contemporaneo della musica cinematografica; degna, per durata e coerenza poetica, di figurare accanto a quelle tra John Williams e Steven Spielberg, o tra Alan Silvestri e Robert Zemeckis, o ancora tra Danny Elfman e Tim Burton.

Un sodalizio nato nel ‘79 con Brood la covata malefica e proseguito senza interruzioni lungo sedici titoli sino a Maps to the stars (2014), sviluppando e perfezionando nei decenni, titolo dopo titolo, quel sentimento del tragico, del fato, di una opprimente predestinazione ad ineluttabili e “mostruose” metamorfosi, che è al centro del cinema cronenberghiano e di conseguenza anche dell’imponente corpus di partiture scritte per esso. Ciò non ha impedito al compositore canadese di cimentarsi, contemporaneamente, in generi per lui inconsueti come la commedia (Mrs. Doubtfire), o di affrontare l’immane compito dell’esalogia tolkieniana di Peter Jackson. Ma lo “Shore-Cronenberg touch” rimane qualcosa di unico e inconfondibile, un marchio espressivo e psicologico impresso a fuoco nell’universo di un regista che ha posto al centro della propria poetica la mutazione della carne, la fascinazione perversa per la macchina e la tecnologia, la follia, il binomio Eros-Tanatos... In una parola, tutto il disagio intossicante e l’inquietudine esistenziale che divorano l’uomo contemporaneo.
I tre titoli che ora l’etichetta “di famiglia” di Shore ha scelto per altrettante extended versions non potrebbero riassumere e rappresentare meglio le tappe e le caratteristiche di questo lungo viaggio musicale al termine della notte: una tragedia psicanalitica sulla perdita d’identità (Inseparabili), una trascrizione letteraria allucinata e visionaria che ripropone, dopo La mosca, la simbiosi uomo-insetto (Il pasto nudo), una cupissima parabola cyber-punk – anch’essa di ascendenze letterarie - sul sesso come macabro annientamento della corporeità nella sua fusione con la macchina (Crash). La prima partitura costituisce forse l’apice, il punto di massima sintesi e messa a fuoco di questo itinerario; la severità quasi religiosa della scrittura, affidata prevalentemente agli archi con interventi solistici dei legni e la presenza fondamentale dell’arpa, l’assenza di sbalzi dinamici e di asperità ritmiche, il procedere uniforme e solenne lungo armonizzazioni essenziali e politonali, ne fanno una sorta di manifesto poetico. Il tema dei Main title, cantilenante e mesto, appare subito gravato da presagi funebri; un sentimento di dolore rassegnato, quasi soporoso, avvolge ogni passaggio, mentre i riferimenti tonali si polverizzano o lievitano in cerca di qualche appiglio (“Separate us”), attraverso una scrittura straordinariamente compatta e lineare, estranea a qualunque compromesso melodico. Shore sembra qui rifarsi alla grande tradizione del Novecento europeo, da Bartok alla Scuola di Vienna passando per Sostakovich, evocando un mèlos desolato e scabro (“Growing awareness”), capace però di sciogliersi in parentesi di un piangente lirismo, come nel meraviglioso “Birthday party”, o di approdare ad un autentico epicedio, come nel susseguirsi di accordi gravi, distanziati da lunghe pause, di “Suicide”: un autentico requiem.
Gli struggimenti e la sommessa disperazione che cospargono Inseparabili e la straziante storia dei gemelli Mantle fanno spazio, in Il pasto nudo, ad un patchwork agitato e delirante, fedele al testo border line di William S.Burroughs, sul rapporto intricato e deviante tra creatività e droga: il testimonial musicale di questo nodo rovente, accanto alle tonalità più fosche e a tratti dichiaratamente horror, della partitura di Shore, è senza dubbio il sax guizzante e imprevedibile di Ornette Coleman, il grande solista e compositore texano considerato padre del free jazz, e scomparso poche settimane fa a 85 anni. Proprio nella loro apparente “estraneità” improvvisatoria rispetto al vitreo, sbigottito susseguirsi di dissonanze e accordi inerti di Shore, gli interventi di Coleman brillano di una luce vitale sinistra (“Centipede”), inafferrabile, che si alzano e poi sprofondano nel magma degli archi della London Philharmonic come inghiottiti da una voragine dell’inconscio. Il suono qui si parcellizza, si frammenta quasi in giustapposizioni casuali e caotiche (“Interzone suite”), fra percussioni sferraglianti, nenie arabe o nordafricane e febbrili virtuosismi solistici, delineando un conflitto provocatorio e incandescente tra la “classicità” austera del sound orchestrale e le inafferrabili improvvisazioni del solista e co-autore. L’impressione è che qui, a tratti, il talento incendiario di Coleman si autolimiti per non prevaricare la scrittura di Shore, confinandosi in un pacato blues (“Intersong”, “Ballad/Joan”) o comprimendosi nella sordina (“Midnight sunrise”); così, gli sfoghi liberatori di puro jazz (“Bugpowder”) hanno il sapore di un violento, liberatorio rituale, indirizzato ad una conflittualità espressiva che risulta essere l’elemento di maggiore attrattiva dello score.
Ma è senz’altro quella di Crash la tappa più provocatoria ed in certo senso “estrema” del connubio Shore-Cronenberg. Ispirato al romanzo di James G. Ballard, il film è sospeso in un’atmosfera di irreale astrattezza e nello stesso tempo di malata, minacciosa materialità; e la fascinazione tanatocentrica esercitata dalla macchina, dal metallo, e dalle cicatrici che questi possono infliggere sul corpo umano, trova nel sound di Shore una risposta di pervasiva immediatezza. Lasciata da parte quasi del tutto l’orchestra tradizionale, il compositore chiama in causa l’elettronica e soprattutto un insieme di chitarre “twangy” (dal suono molto acuto, vibrante e metallico), facendole risuonare in un ambiente acustico sospeso quasi nel vuoto, dove gli echi e riverberi s’inseguono surrealmente disegnando un paesaggio sonoro impalpabile e alieno; qui si può alzare, spettrale e solitario, il canto di un flauto (“Mirror image” o “Sexual logic”), ma a prevalere è un’impassibilità gelida, inumana, che striscia lungo linee completamente atonali o addirittura tentativi di riprodurre onomatopeicamente stridori di metallo o gemiti di freni (“Mechanism of occupant ejection”). Non senza citazioni post-tock (“Cine Terra”, “Road reserach laboratory”), la partitura di Shore assume caratteristiche spiccatamente laboratoriali e d’avanguardia, confondendosi volutamente con componenti rumoristiche e rifiutando recisamente qualsiasi conciliazione, anzi si direbbe talvolta respingendo volutamente l’ascolto: fa eccezione forse solo un brano che potrebbe tranquillamente provenire da Inseparabili, ossia “A benevolent psychopathology”, un meditabondo e vibratile adagio per archi che sembra far brillare un prezioso quanto passeggero barlume di umanità in un climax asetticamente anaffettivo e obitoriale.
In questo lavoro, nel quale più che in altri il compositore fa propria la prospettiva del regista sino a duplicarne in musica le ossessioni visive, si fa largo con chiarezza la profondità e la totalità del rapporto tra Howard Shore e David Cronenberg: un rapporto costruito su un’idea di cinema (e di musica) che supera le facili convenzioni del naturalismo o del descrittivismo per esplorare con determinazione spietata a volte sino all’autolesionismo le abissali, misteriose oscurità dell’animo umano.

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Daniela Bocconi

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