01 Ott2014
Maps to the Stars
Howard ShoreMaps to the Stars (Id., 2014)
Howe Records HWR-1014
16 brani – durata: 38’34”

Con quindici titoli in 35 anni, la collaborazione tra Howard Shore e David Cronenberg è, dopo quella tra Williams e Spielberg, la più lunga e fruttuosa nel panorama contemporaneo. Caratterizzata da una continuità stilistica che ha saputo farsi autentica poetica. A contatto con il cineasta canadese, il 68enne musicista di Toronto ha esplorato con straordinaria compiutezza e coerenza quel versante tragico, “dark” e psicologicamente introverso della propria ispirazione che è uno dei tratti distintivi e unici del suo comporre, e che rappresenta in un certo senso l’altra faccia della sua personalità, complementare e speculare a quella epica, grandiosa e cupamente lussureggiante del Signore degli Anelli/Lo Hobbit.
Di più: attraverso partiture come Crash o Il pasto nudo, Shore ha intrapreso con decisione una strada sperimentale e innovativa, prosciugando all’estremo i mezzi espressivi (si pensi al primo dei due titoli ora citati), rarefacendo il suono, incorporando le risorse dell’elettronica in un’atmosfera densamente nebbiosa, impenetrabile, escogitando colori orchestrali opachi e indecifrabili in un clima di attesa ansiosa e malata. Così ora, dopo il wagnerismo citazionistico di A Dangerous Method e le vitree sospensioni di Cosmopolis, il binomio elettronica-quartetto d’archi caratterizza lo score di Maps to the Stars creando un’atmosfera che oscilla tra un’artificiosa, lunare e quasi metafisica sovrarealtà e un mesto, declinante lirismo.
Appartengono alla prima “Greyhound” e “Set me free”, incorporee e palpitanti materializzazioni sonore di sapore quasi fantascientifico, dove tamburellamenti dei bongos si incuneano tra fasciature sonore avvolgenti e quei tipici accordi di chitarra elettrica che sono un marchio ricorrente dello Shore hi-itech; il secondo è invece espresso da evoluzioni quartettistiche di sapore schubertiano (“Stolen waters”) per pianoforte e quartetto d’archi, secondo una linea armonica minore e malinconica. Le due anime della partitura si divaricano in una progressiva radicalizzazione, con esiti fortemente perturbanti; se “Wildfire” è quasi un brano funky nel suo disinvolto andamento ritmico, le spaziature siderali e immateriali di “A little crazy” sembrano guardare a certe pagine dei Pink Floyd nell’intersezione fra suoni acustici ed emulsioni elettroniche. Poco a poco la caligine sonora che si alza dallo score crea un effetto di ipnotizzante, amaro torpore, all’interno del quale Shore sembra preoccuparsi principalmente di non elevare mai picchi dinamici o riconoscibili frammenti di melodia; e quando lo fa, avviene in una forma contratta, inesprimibile e metafisica, come in “Brother and sister”. Si rasenta a tratti il puro effetto sonoro (“Asylum corridor”, “Secrets kill”), e quell’ossessivo, sommesso e ricorrente tambureggiare sembra provenire da un’immaginaria giungla mentale, come una sorta di richiamo arcaico e profondo. Evanescenze jazz-pop fluttuano in “Burn out”, senza comunque discostarsi dalla rigorosa, geometrica circolarità dell’andamento ritmico di fondo; d’improvviso si apre in “Love is stronger than death” un’oasi leitmotivica affidata al canto dei celli, cui segue un’intensissima pagina quartettistica dalla scrittura desolata e piana, che risuona come sperduto richiamo umanistico in tanta distanziante algidità sonora. Si fa strada qui la vena caratteristicamente meditativa e funebre del compositore, ma ripiegata in un mèlos toccante e vibratile. Gli stessi archi tentano un arduo dialogo con le tastiere attraverso lugubri accordi e filamenti melodici accorati in “I’m sorry”, e lo stesso fa il pianoforte in “I write your name”, dove gli archi assumono movenze minimaliste e l’eco aliena dell’elettronica ne sottolinea per contrasto la fisionomia cameristica; seguendo la linea dialettica di un continuo contrasto espressivo, “Liberty” s’incammina decisamente su un fronte jazzistico, per quanto di un jazz catafratto e raggelato, affidato ai bongos e alle evoluzioni del basso. Sinché in “Blanket of stars” tutte le diverse componenti della partitura sembrano confluire verso una possibile sintesi: il quartetto d’archi scandisce pacato il proprio ostinato, il pianoforte leva timidi arabeschi di note, le tastiere avvolgono il tutto in una morbida, luminescente placenta.
Si tratta chiaramente di musica della psiche, gravata da un senso di pesante claustrofobia e di opaca, sinistra immobilità, una musica forse “senza domande” com’è stata definita. E certamente senza risposte.
