03 Mar2014
After Earth
James Newton HowardAfter Earth (Id., 2013)
Sony Masterworks 372547
28 brani – Durata: 57’23”

Come osservava in questa sede qualche anno fa la nostra Valentina Alfonsi nel suo monografico, quello fra il regista anglo-indiano M. Night Shyamalan e un nume tutelare della generazione di mezzo dei compositori hollywoodiani quale James Newton Howard è un rapporto ormai continuativo, e reso particolare dalla capacità di fusione che il compositore dimostra nei confronti dell’universo visionario e inquieto del cineasta. Più specificamente, la spiccata creatività di Shyamalan sul fronte fantastico-dark sembra trovare nelle partiture dense, ampie e avvolgenti del 62enne compositore californiano un controcanto che è ad un tempo spettacolare e introspettivo, fondato su orchestrazioni imponenti e ieratiche, dai timbri a volte misteriosi, e su strutture dagli sviluppi complessi e raffinati. Complessità e raffinatezza che si modulano sui diversi registri narrativi: qui ad esempio, per un racconto “morale” di formazione, post-apocalittico e parafantascientifico, Howard opta per un registro incombente, ritmato, minaccioso e lirico al tempo stesso, caratterizzato da moltissimi interventi brevi e penetranti, spesso senza soluzione di continuità fra una traccia e l’altra. Una frammentazione che guadagna in varietà ed eterogeneità quel che sacrifica in compattezza e coesione stilistica.
Il primo dato che s’impone all’ascolto di After Earth è la quasi totale assenza di materiali strettamente tematici, leitmotivici. Sin dall’iniziale “The history of man”, dove un flebile pianoforte viene immediatamente sovrastato da una percussione cannoneggiante che avvia un ritmo martellante e imperioso, appare abbastanza evidente che lo score si muove sulla linea dell’evocazione di atmosfere ostili, sinistre e immanenti, ottenute rinunciando programmaticamente a concessioni melodiche. Un procedimento che beninteso conosce le sue eccezioni: si ascoltino la morbida linea degli archi in “I’m not advancing you” o la loro avanzata solenne, contrappuntata dallo squillo luminoso degli ottoni, in “Leaving Nova Prime”, o ancora il limpido, solitario pianoforte di “Kitai finds Cypher”. Qui il tematismo di Howard si conferma nitidamente sobrio, verticale, essenziale. Ma l’adozione pressoché sistematica di un metodo che definiremmo di prosciugamento melodico contribuisce a creare quel senso di desolato abbandono, di solitudine e di angoscia che è una delle componenti psicologiche principali del film. Dunque è una partitura che procede per spunti a volte fulminei, icastici, senza disdegnare soluzioni da pura horror music (“Can you ghost?”, “Ship tears apart”), prediligendo intrecci labirintici e dissonanze acuminate tra flauti etnici, percussione ed effetti elettronici (“Baboons”) o atmosfere di attesa sospesa tramite lunghi pedali di archi e risonanze misteriose (“Kitai on Earth”). Distorsioni morbose ed echi lugubri abitano “Four vials remains, sir” e lunghi, sommessi accordi degli archi cui segue un disegno di tremoli sul rimbombo della percussione attraversano “Run to the falls”, esibendo la particolare tavolozza timbrica poliglotta del compositore. Anche perché la performance della titanica Hollywood Studio Symphony Orchestra sotto la direzione attentissima e partecipe di Pete Anthony (che figura anche nel team di orchestratori) ne pone in risalto ogni dettaglio e ogni sfumatura cromatica.
La partitura conosce tuttavia anche momenti di grande abbandono lirico, come lo splendido “Abort mission”, dove si alza il canto del violoncello solo di Cécilia Tsan, e imperiose accensioni di musica d’assalto come “Bird attack” o “Nest battle”, assemblaggio apparentemente caotico in realtà calibratissimo di arroventate deflagrazioni sonore. Chi ha seguito alcuni lavori recenti, e abbastanza di routine, del compositore come Biancaneve e il cacciatore o la serie Hunger Games, non faticherà a ritrovarne qui le tracce in una certa genericità di soluzioni, lasciate all’accumulo dei materiali piuttosto che basate sul loro sviluppo (“Safety in the hog hole”, quasi un riassunto strutturale dell’intero score) ma resta il fatto che l’accostamento fra stilemi in opposizione dà come frequente risultante un’indubbia efficacia emotiva: si pensi ad uno dei (pochi) temi presenti, offerto dolcemente dal pianoforte in “Saved by the bird” e subito energicamente ripreso in “The tail”. Quanto dire che Howard elabora le proprie idee dentro una dialettica compositiva stringente e significativa. L’andamento lento, scandito e agghiacciante di “Dad are you there?”, coi violini sul ponticello e un tema lamentoso, ululante che s’incunea poi in un lavorìo inestricabile, contorto degli archi è uno dei momenti forse più impressionanti della partitura; mentre l’adagio concentrato e severo per archi di “Leech”, dal registro grave a quello sovracuto ha quasi le connotazioni di una nobile elegia funebre sciolta nell’ennesimo gioco ad incastri di percussioni d’avanguardia e fiati “etnici”. Ancora il penetrante, toccante canto del cello si diffonde in “See the peak”, sorretto da una poderosa, epica progressione sonora spenta tra fosche dissonanze. L’esplosione di suoni tribali, dalla ritmica violenta e irregolare, quasi memore del “Sacre” stravinskyano, di “Run to the volcano” precede i gemiti strazianti di “Somewhere to hide”, inequivocabile segnale d’allarme di una malignità in agguato: e il finale dell’album, che procede in senso cronologico, riserva decisamente i momenti più disturbanti e aspri dello score, con un picco in “Chase through the cave”, in cui la temperatura della massa d’archi inchiodata su un informe tessuto atonale tocca punte di fusione.
Il lungo “Ghosting” elabora ulteriormente questa impostazione, appellandosi esplicitamente a canoni orrorifici nella prima parte e confluendo nella seconda in una sorta di sinistro e schiacciante inno che nello sviluppo del tema ricorda alcuni passaggi di Batman Begins, elevandosi verso un pathos quasi soffocante solo in parte diminuito dal ricorso un po’ banale all’”effetto battito cardiaco”, e chiuso – come spesso accade qui – dall’intervento solistico e rasserenante del pianoforte di Randy Kerber. Accalorato, solare e sciolto nella ripresa ansante e distesa del secondo tema attraverso un ostinato degli archi su cui si alzano solenni corni e trombe, appare “I wanna work with mom”, che scivola quasi inesorabilmente verso l’apoteosi sinfonico-corale di “After Earth”, travolgente e vittoriosa affermazione di un epilogo forse scontato.
Partitura decisamente spettacolare e ad effetto, questa di Howard, destinata forse a sacrificare parzialmente in inventiva quel che guadagna in dimensioni e impatto emotivo, e tuttavia testimonianza indubitabile di un’ispirazione accesa e fluente, e di uno spessore drammaturgico possente, ottenuto attraverso un’architettura sonora lussureggiante e di suggestiva magniloquenza.
