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  • Francesco De Masi – “My Western Version”
06 Nov2012

Francesco De Masi – “My Western Version”

Scritto da Federico Biella. Pubblicato in Cinema

Francesco De Masi – “My Western Version”  


 
Francesco De Masi
Vado, l’ammazzo e torno (1967)
Beatrecords Company CDCR 91
16 brani (15 di commento + 1 canzone) - durata: 41' 59"


 
Francesco De Masi
Ammazzali tutti e torna solo (1968)
Beatrecords Company CDCR 92
23 brani (21 di commento + 2 canzoni) - durata: 56' 48"


 
Francesco De Masi
Sartana non perdona (1968)
Beatrecords Company CDCR 93
26 brani (23 di commento + 3 canzoni) - durata: 56' 57"

 


 
Francesco De Masi
Alla conquista dell’Arkansas (1964)
Beatrecords Company CDCR 94
16 brani - durata: 36' 17"


 
Francesco De Masi
Una bara per lo sceriffo (1965)
Beatrecords Company CDCR 95
14 brani (13 di commento + 1 canzone) - durata: 31' 55"


 
Francesco De Masi
Arizona Colt (1966)
Beatrecords Company CDCR 96
31 brani (29 di commento + 2 canzoni) - durata: 61' 41"

 
Francesco De Masi
Quella sporca storia nel West (1968)
Beatrecords Company CDCR 97
27 brani (26 di commento + 1 canzone) - durata: 51' 18"


 
Francesco De Masi
Il ranch degli spietati (1964)
Beatrecords Company CDCR 98
23 brani (22 di commento + 1 canzoni) - durata: 43' 26"


 
Francesco De Masi
7 dollari sul rosso (1966)
Beatrecords Company CDCR 121
27 brani (25 di commento + 2 canzoni) - durata: 60' 49"

 
Lanciata nella primavera del 2011, l’ambiziosa iniziativa della Beatrecords di dedicare un cofanetto ai western all’italiana di Francesco De Masi ha recentemente tagliato il ragguardevole traguardo delle nove colonne sonore: una selezione che corrisponde al meglio della fitta produzione del Maestro nell’ambito del genere (oltre trenta partiture) e al contempo centra l’obiettivo di fornire un quadro largamente rappresentativo del suo modo di interpretarlo. Ad integrazione di questa serie di CD, la casa discografica romana ha in cantiere la realizzazione di un documentario in DVD con interviste, commenti, filmati e vari memorabilia. Il progetto, suffragato dalla partecipazione del figlio Filippo De Masi da qualche anno seriamente impegnato nel far riscoprire i tesori musicali del padre al pubblico italiano ed internazionale, è nel suo complesso meritevole di attenzione ed elogio non solo per il valore intrinseco delle opere proposte, ma anche perché promuove la piena rivalutazione post mortem di un autore che senza alcun dubbio avrebbe meritato riconoscimenti più trasversali e maggiore considerazione da parte del cinema di serie A.
"My western version", questo il nome della ponderosa raccolta, mostra come Francesco De Masi abbia atteso al western inserendolo in una prospettiva dai tratti molto “americani”, nel senso che egli ha sempre amato rappresentarlo musicalmente in una veste sinfonica imponente, impiegando la grande orchestra per dare voce e slancio ai sentimenti forti. In tale contesto ha potuto esaltare le proprie indiscutibili doti: in primis una felice ispirazione melodica coniugata ad un’inesauribile inventiva nell’ideazione dei temi, spesso inaugurati in veste di canzone (il performer più ricorrente è Raoul), e tali da contribuire a far uscire molti dei relativi film dagli angusti margini della serialità; in secondo luogo un’eccezionale attitudine ad integrare, ove richiesto dai registi, il patrimonio hollywoodiano con echi e suggestioni derivanti dallo spaghetti western (vedi il fischio ma anche la chitarra elettrica solista, le ritmiche arrembanti e gli arpeggi di chitarra classica o acustica a note ribattute). Affermare però che egli si sia limitato ad imitare pedissequamente i mostri sacri del western d’oltreoceano, i vari Dimitri Tiomkin, John Williams, Elmer Bernstein, sarebbe scorretto oltre che frutto di una lettura superficiale. Il maestro De Masi infatti ha saputo rielaborare la materia indorandola con un afflato lirico molto personale e riconoscibile fin dalle battute introduttive; inoltre, anche quando si è trovato a dover attingere al sound iperbolico e greve messo a punto da Ennio Morricone per i film di Sergio Leone e da lì trasformatosi in paradigma per schiere di colleghi, lo ha sempre fatto contemperandolo con la finezza delle trame orchestrali, nel rispetto quindi della propria concezione del western.
I titoli presenti nella miscellanea avevano già conosciuto in precedenza delle edizioni in CD o LP, ma, in linea con la recente tendenza alla completezza, ciascuna delle ristampe mette finalmente a disposizione – e solo dopo gli opportuni restauri – tutto il materiale inedito inciso sui nastri originali. Infine i libretti allegati, corredati da note e ricordi dello stesso Filippo De Masi, sono molto più curati nei dettagli grafici. Insomma, una vera gioia per i collezionisti!
Di seguito ecco una breve analisi delle OST incluse in "My western version" (alfine di poter cogliere il loro iter evolutivo, si è preferito disporle in ordine cronologico di composizione).

ALLA CONQUISTA DELL’ARKANSAS (1964) – Titolo poco “spaghetti” per questo film girato da Alberto Cardone e Paul Martin con un approccio tradizionale per conto di una produzione italo-franco-tedesca; in effetti anche la storia, nel suo riferirsi agli scenari della frontiera con tanto di pellirosse all’assalto delle diligenze, non fa che avvalorare le ascendenze americane. Dal canto suo la colonna sonora ripete la lezione impartita dai maestri statunitensi: Francesco De Masi si attiene come da copione all’utilizzo della grande orchestra per quasi tutta l’estensione dello spartito, apportando di tanto in tanto il contributo del coro I Cantori Moderni di Alessandroni. Indicativo è l’arioso tema principale “Alla conquista dell’Arkansas” scritto in collaborazione con il compositore tedesco Heinz Gietz per ottemperare ai doveri di coproduzione (oltre alla scuola d’oltreoceano, sia la pellicola che lo score si rifanno anche alla lunga saga di Winnetou, esempio di western germanico diretto a partire dai primi anni Sessanta da Harald Reinl con musiche di Martin Böttcher). “Yucca theme” è forse l’unico pezzo che fuoriesce da tali schemi con quel dialogo minimalista tra chitarra elettrica e armonica. Insomma la OST ci presenta un Francesco De Masi ancora accademico ed intento a completare il percorso di esplorazione ed assimilazione dei codici espressivi del genere.

IL RANCH DEGLI SPIETATI (1964) – La partitura, scritta per un film concepito prevalentemente in Spagna, vede il Maestro ancora influenzato dal western d’oltreoceano ma con minore sudditanza rispetto alla prova precedente, nel senso che la soavità dei passaggi orchestrali e l’utilizzo discreto dei suoni morriconiani (fischio e chitarra elettrica soprattutto) o etnici (chitarra spagnola e armonica) individuano le basi di una terza via stilistica. Il tema principale (“Seq. 2”) è un melodia cristallina per archi e fiati ripresa in forma canzone (“Oklahoma John”) dal coro I Cantori Moderni di Alessandroni, insolitamente preferiti nell’occasione ad un singolo cantante. Si noti per inciso che a differenza del western americano dove i  testi sono estrapolati dal patrimonio locale e celebrano il mito della frontiera, nello spaghetti western - e De Masi non sfugge alla regola - essi sono sempre originali ed alludono al protagonista o alla situazione. La OST ci mostra un’altra caratteristica tipica del compositore, cioè l’orecchiabilità dei temi di suspense, che qui sono sempre alternati a sprazzi di serenità (ad esempio in “Seq. 7”); i brani sentimentali e nostalgici, come “Seq. 6” e “Seq. 21”, richiamano invece le atmosfere degli idilli da lui scritti per i peplum coevi.
Siamo solo nel 1964 e poco tempo è passato dalla nascita del western all’italiana, ma Francesco De Masi si mostra già meritevole di entrare nel ristretto novero dei musicisti che hanno contribuito a scriverne la storia.

UNA BARA PER LO SCERIFFO (1965) – Vigoroso attacco dei fiati, rigogliose tessiture dell’orchestra d’archi, voce cavernosa di Peter Tavis, liriche aggressive sulla sete di vendetta del protagonista. È con queste credenziali che si presenta “A lone and angry man”, canzone portante del film di Mario Caiano, riproposta svariate volte a livello tematico sia in forme dimesse per chitarra e armonica (“Seq. 1”) sia con orchestrazioni impegnative (“Seq. 4” e “Seq. 7”). Il secondo tema, sospeso tra mistero e velata minaccia, è affidato dapprima ad un semplice dialogo tra chitarre classiche e percussione (“Seq. 3”), successivamente ad una tipica tromba deguellizzante (“Seq. 6”). Una colonna sonora in cui il maestro De Masi non trascura le sonorità folk e le ritmiche galoppanti alternandole o armonizzandole sempre con interventi orchestrali magniloquenti e di rara eleganza (non può sfuggire a tal proposito la perentoria incisività delle introduzioni). Anche qui prevale lo stile americaneggiante ma rivisitato con la personalità e il gusto di un musicista dalla sensibilità unica. 

ARIZONA COLT (1966) – Film di buona fattura diretto da Michele Lupo con Giuliano Gemma nel ruolo di protagonista. Sul piano cinemusicale è forse una delle espressioni più compiute di quella sintesi tra western classico e moderno di cui si parlava sopra. È pure una delle colonne sonore da sempre più amate dagli appassionati: non è un caso se le prime 500 copie del CD sono state vendute nell’arco di 36 ore rendendo necessaria una seconda ristampa per far fronte all’ingente mole di richieste. “Tema di Arizona” è un autentico capolavoro del genere, una sorta di compendio del sound del western all’italiana ingentilito dal fine approccio orchestrale del Maestro: il fischio e la chitarra elettrica di Alessandro Alessandroni (anche co-autore del brano) incontrano i maestosi movimenti degli archi integrandosi in una perfetta alchimia; nella versione cantata “Arizona Colt” è la voce del solito Raoul, accompagnata dal coro I Cantori Moderni di Alessandroni, a dettare i tempi. Il motivo, spesso solo accennato dall’armonica, dalla chitarra classica o dai fiati, ritornerà più volte intrecciato con inventiva sia a temi d’azione che a momenti soffusi. In generale la OST è caratterizzata da giustapposizioni di segmenti musicali vari, tra i quali si individuano pure i fiati messicaneggianti di un secondo leitmotiv dedicato alla figura del cattivo (“Gordon Watch”). Degni di ammirazione, infine, “Attesa e dolore”, brano intenso e straziante per oboe, archi, basso e chitarra elettrica, e “Gordon guitar”, performance solistica di chitarra classica.
Con questo titolo memorabile De Masi completa il percorso di definizione del proprio stile.

7 DOLLARI SUL ROSSO (1966) – «Ogni volta che ci mettevamo ad ascoltare la colonna sonora di 7 dollari sul rosso, quando arrivava la traccia intitolata “Gringos a caballo”, io lo guardavo e lui [Francesco De Masi] iniziava a sorridere. Dopo una breve introduzione di poche note, diveniva evidente una somiglianza incredibile con un brano di Guerre stellari del grandissimo John Williams. Le stesse note, la stessa intensità, il medesimo arrangiamento… scritto però quindici anni prima del compositore americano. Io mi ci arrabbiavo, papà invece gongolava. Lui non disse mai niente perché era troppo intelligente per accusare Williams di plagio, però si vantava del fatto che colui che viene considerato il migliore, ha partorito note simili alle sue e non di altri…». Così ricorda Filippo De Masi nelle note editoriali del CD.
Siamo di fronte ad un’altra opera di compenetrazione tra stili che assurge ad un livello d’eccellenza. La bellezza dei temi, ora energici ed attanaglianti ora posati e nostalgici, acquista vigore soprattutto grazie all’ampio spettro di dinamiche della tromba solista di Michele Lacerenza e a quei tipici intrecci orchestrali ricamati con leggiadria ed inimitabile fascino dal Maestro (da non perdere, oltre al già menzionato “Gringos a caballo”, “Johnny ballade”, “Johnny revenge”, “Jerry theme”, “Sibyl murder”, “Over death”). Ma c’è anche spazio per la voce di Peter Tevis ed una tenace chitarra elettrica nelle due versioni, cantata e strumentale, di “A man must fight”; per le vivaci armoniche di Franco De Gemini nella rielaborazione del tradizionale americano “The yellow rose of Texas”; per i sofferenti vocalizzi del coro I Cantori Moderni di Alessandroni in “Bloody sunset”. Una partitura grondante al medesimo tempo di epos e di pathos, e dunque pienamente rispondente ad un western – diretto da Alberto Cardone - che sviluppa un soggetto da tragedia greca.

VADO, L’AMMAZZO E TORNO (1967) – Famosa pellicola intrisa di citazioni leoniane in cui il regista Enzo G. Castellari si muove con destrezza tra gli elementi costitutivi del western mediterraneo: violenza, fatalismo, rassegnazione, ironia, cinismo. Il controcanto musicale, sebbene non manchino le consuete aperture orchestrali, è un po’ più morriconiano che altrove come si può notare, ad esempio, dal pezzo introduttivo per chitarra e armonica “Vento e whisky” e poi da “Riding and whistling”, con l’inconfondibile fischio di Alessandro Alessandroni. Il tema portante, “Stranger”, è a sua volta una tipica canzone di genere interpretata da Raoul. In generale l’influenza di Ennio Morricone si evince anche dalla struttura delle ritmiche, dall’uso dell’armonica, dai solismi della chitarra elettrica e dagli elaborati arpeggi di quella classica. Va però notato che l’incidentale insistenza da parte del maestro De Masi sulla componente “spaghetti” non sconfina mai nella pura e semplice imitazione, si traduce piuttosto in una rielaborazione nobilitata dal suo talento.

AMMAZZALI TUTTI E TORNA SOLO (1968) – Altro felice connubio Castellari-De Masi. L’accattivante melodia del tema principale cantato da Raoul sia in italiano che in inglese (“Gold” e “Come mai”) è ripresa in due versioni strumentali dal forte impatto emotivo: “Gold again”, a tempo medio per fiati ed archi con una spolverata chitarristica finale, e “Clyde’s final trick”, lenta ed abbreviata per chitarra elettrica. Per il resto il commento appare molto aderente alle immagini, pieno com’è di sincroni e di sequenze drammatiche dove hanno grande risalto le percussioni; non manca neppure la suspense sperimentale per coro, dissonanze e chitarra elettrica distorta (“One by one” e “Gold lament”). Accenni di tromba militaresca qua e là richiamano il contesto della Guerra di Secessione nel quale si svolge la vicenda.
Un lavoro che dimostra la flessibilità di Francesco De Masi nell’adattarsi alle esigenze filmiche senza tradire la propria visione del western.

SARTANA NON PERDONA (1968) – “Maybe somewhere, maybe somebody”, canzone affidata alla voce di Franco Morselli e poi tematizzata in più adattamenti strumentali (notevole la versione per chitarra elettrica “Un giorno ti pentirai”), “Cavalcando verso Sonora”, lanciatissimo brano orchestrale d’azione con gli archi dai riflessi arabeggianti, “Ecce homo”, solenne esecuzione su un organo a canne: sono questi gli acuti di una partitura pienamente matura composta per un film di Alfonso Balcàzar. Un’altra particolarità risiede nell’abbondanza di sequenze pregne di fiabesca inquietudine o ineluttabile malinconia conferite in alternanza da voci ed urla femminili, da sottofondi d’arpa, da effetti e dissonanze varie (vedi ad esempio “Passaggio nel mistero”, “Sogni ed ombre nell’incubo”, “Incubo di un ricordo” o “Sogni ed ombre”).
I numerosi brani inediti inseriti nella tracklist ci fanno riscoprire una colonna sonora ricca di suggestioni e insolitamente visionaria.

QUELLA SPORCA STORIA NEL WEST (1968) – Ennesimo robusto film di Enzo G. Castellari che tenta una trasposizione in chiave western dell’Amleto di Shakespeare, facendo pure qualche concessione al gotico. De Masi, ancora una volta coadiuvato per alcuni brani dall’amico e collega Alessandroni, scrive una partitura dal tematismo stringente a partire dalla splendida canzone “Find a man”: la voce di Maurizio Graf sovrapposta ad un arpeggio di chitarra acustica si alterna con i consueti sofisticati passaggi orchestrali e con assoli di organo elettrico. Le declinazioni strumentali successive sono all’insegna dell’eclettismo: si va dal tempo rallentato e con la chitarra classica solista in primo piano di “Ranch El Señor” ai romanticismi per archi di “Emily e Johnny”; dallo struggimento per armonica di “Addio, Orace” alle frenesie solistiche per chitarra elettrica e organo di “Tema di Johnny”. Tra i momenti ad alto gradiente d’intensità vanno senz’altro citati “In memoria” e “Johnny sulla croce” scritti per il coro I Cantori Moderni di Alessandroni; in particolare il primo è un commovente epicedio dove i vocalizzi vengono attraversati da energici accordi sgranati di chitarra classica e punteggiati da rintocchi di campana. Normalmente, e questi sono casi emblematici, l’artista ricorreva al complesso corale per accompagnare le immagini con partecipazione dolente e per dare un’impressione di grande tragedia. Interessanti infine l’intrusione nella musica etnica de “Il villaggio di Santana”, un esempio di conversione in ambito sinfonico di cadenze folk messicane, e l’uso dell’eco ne “L’assalto di Santana”, un pezzo sperimentale dalle iridescenze sinistre.
Francesco De Masi è ormai un autore di consumata esperienza nel western, un genere che sa trattare evitando banalità e citazionismi fini a se stessi.

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Daniela Bocconi

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