Le bon plaisir
Georges Delerue
Scandalo a palazzo (Le bon plaisir, 1983)
Music Box Records MBR-003
21 brani – durata: 39’46”
Sono da poco trascorsi vent’anni dacché, appena 67enne, Georges Delerue scompariva a Los Angeles tradito dal cuore sovraffaticato, dopo una carriera, tra Europa e Stati Uniti, assolutamente unica nel suo genere.
Si tratta, insieme a Michel Legrand, del musicista cinematografico più cosmopolita e culturalmente instancabile della Francia del dopoguerra, capace di muoversi da influssi classici e neobarocchi al jazz, dalla canzone al sinfonismo più malinconico e meditativo, in un arco di interessi che lo fecero spaziare dalle collaborazioni con gli esponenti della nouvelle vague alla produzione hollywoodiana più intimista e sensibile degli anni ’80.
Dotato di un formidabile camaleontismo citazionistico, che gli consentiva di esibirsi in perifrasi settecentesche o preimpressionistiche o di qualunque altra epoca musicale assolutamente indistinguibili dagli originali (un funambolo à la manière de, si pensi alla sua squisita partitura “rococò” per la love story adolescenzial-veneziana Una piccola storia d’amore, 1979, George Roy Hill), Delerue ebbe un rapporto privilegiato con François Truffaut, dal suo secondo film Tirate sul pianista (1960) sino al congedo di Finalmente domenica! (1983), passando per quasi tutto il ciclo di Antoine Doinel e per struggenti meditazioni su memoria, sentimento e sensi di colpa come La signora della porta accanto e L’ultimo metrò, e dimostrando una magica, ininterrotta sintonia con l’universo pessimista, riflessivo e insieme ironico, disincantato e raffinatamente sentimentale del maestro francese. Ma la sua smisurata erudizione e la sua flessibilità stilistica, unite a rare doti di psicologia musicale e di delicato quanto acuto approfondimento delle atmosfere anche più complesse e financo morbose, lo posero in contatto sia con altri autori intellettualmente stimolanti, come il Bernardo Bertolucci de Il conformista (1969), il Ken Russell di Donne in amore o il Godard di Il disprezzo (film e partitura massacrati dal produttore Carlo Ponti), sia – tra gli anni ’70 e ’80 - con una produzione hollywoodiana eclettica e non “mainstream”, che andò da Giulia, Il giorno dello sciacallo e Un uomo per tutte le stagioni di Zinnemann a Platoon di Stone, passando per thriller affrontati con totale rifiuto di slanci ad effetto e con il ricorso a soluzioni timbrico-strutturali eminentemente “europee”, come Labirinto mortale o Qualcosa di sinistro sta per accadere; sofisticate e agrodolci commedie al femminile come Ricche e famose (nell’81 canto del cigno di George Cukor); melodrammi in costume come Di pari passo con l’amore e la morte e Anna dei mille giorni o dal forte substrato etico come Agnese di Dio; nonché, soprattutto nell’ultimo periodo, numerose commedie frizzanti e spesso aguzze, dietro la confezione frivola, cui il musicista provvedeva sempre con quell’imprinting sensibile, carezzevole e vagamente canzonatorio che era la sua caratteristica, come Alibi seducente o Crimini del cuore di Bruce Beresford, Un amore perfetto o quasi di Michael Ritchie o Fiori d’acciaio di Herbert Ross, sino a La gatta e la volpe di Bob Rafelson, 1992, che è uno dei suoi ultimi lavori.
Ma naturalmente anche in questo periodo Delerue non si staccò mai dal cinema del proprio paese, in un sodalizio che – caso Truffaut a parte – lo vide prezioso coautore di un cinema spesso “noir”, o problematico, comunque ammantato di quella “sensiblerie” spesso fatalista, predestinata, dolente che ne era uno dei tratti distintivi. Appartiene a questo filone Le bon plaisir di Francis Girod, spicciamente tradotto Scandalo a palazzo, tratto da un romanzo della giornalista e politica francese Françoise Giroud (casuale la quasi omonimia col regista), con un cast prestigioso che annoverava Catherine Deneuve, Jean-Louis Trintignant e Michel Serrault, e nel quale con le tinte lievi ma ambigue della “commedia del potere” (deprivata degli acidi chabroliani), attraversata da venature di spy-story, si adombrava – una decina d’anni prima degli eventi reali – il celebre caso del “figlio segreto” di François Mitterrand che avrebbe scosso di lì a poco l’Eliseo (curiosamente, fu proprio Mitterrand a concederne alla produzione l’uso per le riprese) e la presidenza socialista.
Un tipo di vicenda, e di film, nel quale Delerue trovava occasioni perfettamente adeguate al proprio eclettismo e ad una naturale, istintiva varietà di registri a volte reciprocamente confliggenti. La partitura, a suo tempo uscita in un LP Music Box con poca musica e parecchi dialoghi, rivede ora la luce grazie all’etichetta francese in una tiratura limitata a 1000 copie, senza dialoghi e con un quarto d’ora circa di materiale inedito, recuperato grazie agli archivi di famiglia del maestro e in particolare alla disponibilità della vedova Colette, il tutto arricchito da un fitto booklet di 8 pagine con le utilissime note dello studioso Frédéric Gimello-Mesplomb.
La varietà di colori cui accennavamo balza all’attenzione sin dall’ascolto dei primi brani e dal loro trattamento, anche armonico. Un esempio: il pomposo, e abbastanza caricaturale “Thème du Président”, esposto inizialmente sotto forma di marcia elgariana in si bemolle maggiore (e più tardi ripreso in “La lettre du Président” nonché in ogni circostanza direttamente riguardante il personaggio di Trintignant), una volta trasmutato in fa minore per violino solo, alla zingaresca, diviene in “Voyage en Syldavie” ammiccante intro ad una sorta di breve, graffiante czarda. Un piccolo scampolo delle procedure a contrasto spesso adottate dal compositore, con straordinaria quanto essenziale efficacia drammaturgica.
La cifra ironica e satirica è comunque oculatamente cosparsa lungo la partitura, alternandosi con momenti di impalpabile mistero e di suspense (le evoluzioni del clarinetto nella parte centrale o i tremoli e le dissonanze degli archi nel finale di “Générique début”, complesso brano inedito e peraltro di una struggente, francesissima evocatività lirica, o gli staccati dei legni in “Chantage/Pierre interroge Claire”) e con pagine di trasparente innocenza (il tema per armonica, quasi una ballata, dedicato a Mike, il figlio “proibito”di Claire). E l’economia dei leit-motiv risulta in Delerue costantemente sorvegliata, come attesta la ripresa del tenerissimo tema dei Générique, piuttosto facilmente associabile al personaggio della Deneuve, prima per arpa poi – più mosso – per archi divisi in “Pollux chez Claire”. L’organico, ruotante intorno ad archi e legni, è gestito con sapiente distribuzione di timbri e associazioni calibratissime: spinetta e archi, sommessi, tessono ad esempio un clima ambiguo e interrogativo in “Le portefeuille”, acuito dal rintocco della percussione che ripropone la cellula ritmica del tema del Presidente. Sono brani, come la prima versione di “Le complot”, dove s’incrociano mirabilmente le due anime principali dello score: il distacco ironico, sorridente, e la malinconia sentimentale. Quanto dire i due nuclei centrali della poetica deleruiana: “Claire et le Président”, con un meraviglioso, irresistibile assolo di violoncello seguito dalla appassionata ripresa negli archi del tema di Claire, ne costituisce un’ulteriore riprova, al pari della “Ballade américaine”, che vede tornare il tema di Mike in una versione ancora più spensierata e alleggerita, con una liquida e sussurrante coda per arpa.
Notoriamente anche in circostanze drammatiche Delerue non alzava mai la voce e si sospingeva di rado oltre il mezzoforte. “Mort de Pierre” chiama in causa ancora spinetta, arpa, violini divisi lentamente a scendere, e la successiva “Marche funèbre” rielabora il tema del Presidente in chiave di icastico epicedio.
L’evoluzione piuttosto funesta degli eventi cambia ovviamente il colore psicologico del film e della partitura che – nel cd declinata in ordine cronologico, e con la maggior parte dei brani inediti raccolti alla fine – assume tinte progressivamente meste, come nella seconda versione di “Le complot” e nello splendido “La bibliothèque de la résidence”, un composto e grave adagio per archi. “Suicide d’Herbert” inizia variando il tema di Claire e prosegue con una sorta di lungo, sublime recitativo del violoncello nel quale – ove ve ne fosse bisogno – emergono per intero la sapienza e la formazione altamente classica del maestro. Quasi un ammiccamento, prima al tema del Presidente poi a quello di Mike, in “Hymne à l’américaine”, mentre per “Pierre et Herbert” prevale inizialmente ancora una chiave sospensiva, con spinetta e archi immobilizzati, per poi sciogliersi in un ballabile melodico. Il “Générique fin” fa riprendere al flauto su arpeggi e pizzicati il tema del “Dèbut” o di Claire, defluendo in un accorato fraseggio di archi e in una ripresa del flauto su controcanto dei violini, con una coda in re minore ed in un’architettura che ancora una volta unisce la semplicità all’emozione.
Era in fin dei conti questa la formula compositiva di Georges Delerue, la sua capacità di muovere affetti e sentimenti con tocco musicale lieve quanto preciso, intenso quanto sdrammatizzante e scevro da enfasi. Una lezione, la sua,
così inattuale nella musica per film contemporanea: e perciò tanto più moderna.
