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12 Lug2012

It! The Terror From Beyond Space

Scritto da Antonio Marguccio . Pubblicato in Cinema

cover_it_the_terror.jpgPaul Sawtell e Bert Shefter
Il mostro dell'astronave (It! The Terror From Beyond Space, 1958)
Monstruous Movie Music (MMM-1959)
26 brani – durata: 36’19’’

 

Un’altra riscoperta dell’etichetta statunitense Monstrous Movie Music, specializzata nell’andare a scovare colonne sonore di film orribili non solo nel soggetto ma anche, spesso, nella carestia di idee e mezzi cinematografici. È proprio il caso di questo It! The Terror From Beyond Space, che sembra aver anticipato gli horror della saga Alien, se non negli effetti speciali (l’alieno in questione fu impersonato da un attore travestito da mostro che oggi farebbe ridere persino un bambino e meglio figurerebbe in una festa di carnevale…) almeno nell’idea che qualcosa di indicibile, là fuori, ci stia aspettando. Ovvie le ramanzine che potremmo sciorinare ma è un fatto che lo spazio ha ispirato e continua ad ispirare quella macchina da soldi che è Hollywood, talvolta con pagine di poesia altissima, talaltra con mezzucci molto grossolani. A noi interessa notare che questi prodotti ormai obsoleti rimangono ancora interessanti dal punto di vista della OST, forse perché nell’ultimo mezzo secolo la musica ha fatto un percorso inverso rispetto alle moderne tecnologie cinematografiche. Tradotto: forse, andando indietro agli albori del genere è possibile trovare il vero archetipo o scintilla creativa che ha dato vita all’attuale marea di colonne sonore amorfe e stereotipate. C’è stato invece un tempo in cui i creatori di OST non solo potevano muoversi liberamente in un territorio inesplorato, ma dovevano necessariamente inventare qualcosa – pochi erano infatti i riferimenti di “genere” cui potevano aggrapparsi. La musica classica aveva partorito delle odi allo spazio piuttosto autoreferenziali. Se vi può interessare, ricorderemo i vari “chiari di luna” di Ludwig Van Beethoven (“Sonata per pianoforte n. 14   op. 27”) e Claude Debussy, una sinfonia di Wolfgang Amadeus Mozart intitolata “Jupiter”, per arrivare invece a Gustav Holst che con la sua veramente rivoluzionaria e fascinatrice opera “I Pianeti” ha influenzato praticamente tutti i musicisti successivi. Non vanno dimenticati tentativi meno fortunati come quello di John Cage che nella composizione del 1961 Atlas eclipticalis ha creato una partitura atonale semplicemente sovrapponendo al pentagramma una mappa di stelle che diventano note… Per quanto riguarda il lavoro della consolidata coppia Sawtell-Shefter, ci troviamo nel conclamato solco di Gustav Holst e va detto che il lavoro dei due musicisti non è nemmeno il massimo che ci si possa aspettare. La colonna sonora è giocata sulla predominanza degli ottoni e delle sequenze marziali, in un clima di tremoli, trillati e vibrati (dei fiati, degli archi e del vibrafono d’epoca) che suona davvero “novecentesco” all’ascolto (“Main Title”, “The Monster”, “The Gas Bombs”, “Close The Hatch” e via discorrendo). Mettere in campo questa quantità di note “oscillanti” desta un certo effetto dal momento che oggi simili espedienti sono completamente dimenticati dai film maker. A livello melodico la vera “svolta” del duo è rappresentata dal tema arcano e iterativo di “The Check In” e successive versioni (“Ann And The Colonel”, “Searching The Ship”, “Get The Blood”). Fa un certo imbarazzo sostenere quello che sto per dire. E cioè che questo tema di tre note ricorda moltissimo un tema simile composto da John Williams per la saga di Indiana Jones, ma ovviamente non si può affermare che Sawtell e Shefter abbiano citato Williams con circa vent’anni di anticipo (è più probabile il contrario…) L’altra, grande novità della OST è il massiccio impiego di strumentazione elettronica. Per ottenere gli effetti desiderati Sawtell si rivolse ad un mago delle tastiere degli anni Cinquanta, Jack Cookerly, che aveva assemblato un curioso organo elettronico partendo da un Hammond S6 e trasformandolo in quello che aveva chiamato “The Magic Box”. Per la colonna sonora di It! Cookerly inventò, e sottolineiamo inventò (vedi il discorsetto che facevamo prima) il primo violino elettrico della storia inviando il segnale di un violino acustico nel suo “Magic Box”. Aggiungendo distorsioni e filtri, si ottenne infine un suono assai caratteristico e “spaziale”, di cui ci viene offerto un nitido saggio nelle due bonus tracks del CD. Per veri appassionati e collezionisti.

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Daniela Bocconi

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