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  • The Music of Michel Legrand
22 Feb2012

The Music of Michel Legrand

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_music_michel_legrand.jpgMichel Legrand
The Music of Michel Legrand (2011)
Silva Screen SILCD 1364
Cd 1, 10 brani – durata: 39’05”
Cd 2, 10 brani – durata: 52’07”

 

C’è un altro illustre ottantenne dell’Ottava Arte in questo inizio 2012, oltre a John Williams. Si tratta del parigino Michel Legrand, il quale taglierà il traguardo il 24 febbraio, con alle spalle una carriera di oltre mezzo secolo, che ne ha fatto insieme a Georges Delerue il compositore francese di maggior spicco nel cinema della seconda metà del secolo scorso. Se Delerue, di cui peraltro ricorrerà il 20 marzo il ventennale della scomparsa avvenuta a Los Angeles a 67 anni, era un musicista di eccelsa raffinatezza lirica e cultura classico-barocca, tessitore di atmosfere strumentali intense quanto soffuse, cantore di sentimenti trattenuti ma fortissimi, e in quanto tale alter ego ideale ad esempio per il cinema di François Truffaut, Legrand è stato ed è una personalità incontenibile, uno strepitoso fantasista del suono e della melodia, europea fino al midollo, strumentatore geniale e contaminatore formidabile, imbevuto di jazz (del quale è un protagonista assoluto in Europa), autentico uomo-orchestra oltre che cantante particolarissimo egli stesso (il suo utilizzo dello “scat” non ha nulla da invidiare a quelli di Louis Armstrong o Ella Fitzgerald). Ma soprattutto Legrand è un artista cosmopolita ed eterodosso, a tratti camaleontico, che sul grande schermo ha lavorato con profeti della Nouvelle Vague come Godard e Malle, e con un regista meravigliosamente poetico e amaro come Jacques Demy con il quale intrecciò un rapporto particolarmente felice e fruttuoso lungo un quarto di secolo, ma anche per lo 007 “apocrifo” di Mai dire mai (1983, Irvin Kershner), per Lelouch e per Joseph Losey, per Andrzej Wajda e per Barbra Streisand, per Sydney Pollack e per Robert Altman, per Orson Welles e per Clint Eastwood… tutto questo mentre sul palcoscenico le sue invenzioni e i suoi “arrangiamenti” (mai termine è limitativo come nel suo caso) accompagnavano artisti che si chiamavano Frank Sinatra, Edith Piaf, Aretha Franklin, Ray Charles o Miles Davis.
 Un musicista di rare capacità emozionali, in sintesi, che ha conferito alla tipica “sensiblerie” francese (mix inafferrabile di malinconia, sorrisi, battiti del cuore e profondo pessimismo) una veste musicale infiorata di idee continue, temi indimenticabili spesso tanto orecchiabili quanto strutturalmente ed armonicamente complessi. Tutto questo ora ci viene ricordato (per chi appartiene ad una certa generazione) e viene proposto (l’invito a scoprirlo è rivolto agli ascoltatori giovani) in uno splendido doppio cd che la Silva Screen ha “regalato” a Legrand per il suo ottantesimo, registrandolo nell’ottobre del 2010 a Mosca con il maestro sul podio dei Moscow Virtuosi, formazione nata oltre trent’anni or sono che riunisce la “crème” delle migliori formazioni cameristiche e sinfoniche russe. Si tratta di una crestomazia di oltre un’ora e mezza delle più celebri partiture legrandiane, rivisitate dal maestro con l’ansia incontenibile di rinnovamento e di riscoperta che lo ha costantemente accompagnato, portandolo ai vertici di quell’”eclettismo consapevole” che egli stesso ha così spiegato: «Da quando ero bambino, ho sempre desiderato vivere completamente circondato dalla musica. Il mio sogno era di non perdermi nulla. Per questo non mi sono fermato su di un'unica disciplina. Amo suonare, cantare e scrivere e mi piacciono tutti gli stili. Mi appassiono a tutto - ma non solo ad un po' di tutto. Al contrario, mi applico a tutte queste diverse discipline con serietà e impegno profondi».
 Les parapluies de Cherbourg del 1964, Grand Prix al Festival di Cannes, è forse, insieme a Il caso Thomas Crown di un quinquennio successivo (e che valse a Legrand l’Oscar per la miglior canzone con “The windmills of your mind”), il titolo più noto del musicista. Ancora oggi a quasi mezzo secolo di distanza l’esperimento concepito all’epoca da Jacques Demy (che ne tentò un prosieguo nel ’67 con il meno fortunato Les demoiselles de Rochefort) ha del miracoloso per grazia, intensità e originalità: si trattava a tutti gli effetti non di un musical ma di un film-opera contemporaneo (i protagonisti Catherine Deneuve e Nino Castelnuovo furono, come altri, doppiati da cantanti professionisti), dove ogni battuta di dialogo anche discorsiva è cantata in una sorta di recitativo continuo, con un’orchestrazione magicamente sospesa tra impressionismo raveliano, atmosfere da “chansonnier” e puntuali intrusioni jazzistiche, tra le quali si svelano periodicamente linee melodiche, assimilabili ad “arie”, di disarmante, struggente bellezza.
 Che si trattasse di una partitura ferreamente strutturata e di straordinaria scrittura, al di là del successo planetario dei suoi “hit” principali, lo si era capito oltre trent’anni fa quando lo stesso Legrand, dirigendo in un’interpretazione stupefacente la “solita”, meravigliosa London Symphony, ne offrì una lunga versione sinfonica in un Lp edito dalla Cbs che recava sul lato B, sotto forma di variazioni su tema, un’altrettanto preziosa e ampia suite tratta da Messaggero d’amore (1971, Joseph Losey). Lo stesso spirito, e la medesima trepidazione, emanano intatti dal brano d’apertura del primo cd, che ripropone il tema portante del film universalmente noto con il suo titolo inglese “I will wait for you”: il tema, per quanto mille volte ascoltato, stupisce ogni volta per la semplicità del suo fraseggio interno (un’idea discendente, quasi una nenia, con risposta, ripetute all’infinito ad intervalli sempre crescenti) e la cifra di  disperata quanto pudica mestizia che lo caratterizza. Qui l’enunciazione iniziale è suddivisa esattamente a metà fra l’arpa (strumento protagonista, va detto, di molte delle esecuzioni, compresa un’iridescente, tintinnante versione di “Watch What Happens”, sempre dai Parapluies) e i violini, su note tenute, in un sussurro che non tarda a trasformarsi in perorazione sovrastata da un diluvio di arpeggi in cui si fanno largo impetuosamente i legni e il cromatismo degli archi, e dove gli “stacchi” tra una frase e l’altra sono scanditi da un crescendo del piatto spazzolato, fino ad un’apoteosi sonora  senza confini. Una versione che non ha nulla di crepuscolare, anzi che sembra illuminata da una radiosità razionale e sorvegliatissima dall’interno, come è tipico dello strumentare legrandiano. Se ne ritrova conferma nel breve, gentile “Concerto” in puro stile da “Rive Gauche” tratto da Les demoiselles de Rochefort (sciaguratamente massacrato e ribattezzato Josephine nome inesistente tra i personaggi del film, nella versione italiana!), il cui materiale tematico – pur più lieve che nei Parapluies – possiede la quintessenza dei tratti compositivi del maestro: la circolarità delle linee melodiche, la predilezione per le linee discendenti, il respiro arioso e cantabile sino al parossismo degli archi…
 Le arpe, straordinariamente mobili e liquescenti, tornano protagoniste nell’apertura di “The summer knows”, da Quell’estate del ’42 (1971, Robert Mulligan: film il cui score valse a Legrand il primo Oscar), melodramma a mezzetinte di rara sensibilità sull’amore adolescenziale, il cui tema portante ripresenta la bipartizione in domanda e risposta secondo uno sviluppo praticamente infinito e travolgente, inserito in un’architettura armonica digradante e sconsolata che la riscrittura di Legrand per gli archi moscoviti esalta al massimo grado.
 Si potrebbe a questo punto immaginare un musicista dolciastro, svenevole o peggio piagnucoloso, legato a sommovimenti emotivi per cuori solitari. Nulla di più lontano dalla realtà. A parte l’oggettiva qualità musicale, contrappuntistica e di costruzione delle sue melodie (anni luce superiori per complessità e profondità a quelle di due suoi agguerritissimi, e sopravvalutatissimi, concorrenti dell’epoca quali Maurice Jarre e Francis Lai), in Legrand sonnecchia perennemente all’erta un folletto imprevedibile e bizzoso, oltre che uno chansonnier estraneo agli schemi e alle inevitabili ovvietà del genere. La floreale, irresistibile e lenta “Once upon a Summertime” o “Valse des Lilas”, dall’album “Les moulins de mon coeur” (che Legrand scrisse sull’onda del successo, e parafrasandone il titolo, di “The windmills of your mind”), e lo strepitoso, scoppiettante e adrenalinico “Di-Gue-Ding-Ding”, brani extrafilmici e diversamente ma irresistibilmente danzanti, lo testimoniano su fronti opposti, nuovamente esaltando la freschezza e financo la spregiudicatezza dell’inventiva  timbrica odierna dell’ottantenne maestro. Il viaggio prosegue con la bachiana, cristallina “Brian’s Song” dal dramma sportivo per la TV Brian’s Song (1981, Buzz Kulik) mentre il tema da Dingo (1991), visionario atto d’amore per il jazz del regista australiano Rolf De Heer sulle tracce di Miles Davis (che poco prima di morire ne compose la musica insieme a Legrand, felice quest’ultimo di essere al servizio di uno dei propri miti personali), si rivela un meraviglioso omaggio al leggendario trombettista, di cui Legrand sostituisce lo strumento esibendosi vocalmente in uno “scat” lento, una specie di tiritera, di “lallazione” infantile sullo sfondo iterato e cullante di due accordi fissi degli archi intercalati dai legni.
 Il côté più spiccatamente sinfonico e classicista del compositore si fa luce in “I was born to love you”, il tema dalla versione di Cime tempestose diretta nel ’70 da Robert Fuest, una melodia solenne e nebbiosa, con dentro qualcosa di Mancini e insieme del successivo Williams, offerta dagli archi divisi e scandita dai timpani e dai bassi, con il puntuale, carezzevole intervento della batteria a mo’ di motore ritmico. Il tema da Gable e Lombard: un grande amore (1976, Sidney Furie), non eccelso biopic sulla celebre coppia di star hollywoodiane che produsse anche una miniserie tv, nella sua meravigliosa, travolgente ampiezza melodica esaltata dalle qualità dei Moscow Virtuosi, con gli archi accoratamente dispiegati lungo intervalli sconfinati, ci introduce a ciò che costituisce l’ossatura del secondo cd, ossia il rapporto di Legrand con il cinema d’oltreoceano. Che non fu, se non raramente, all’insegna del cinema “d’autore” (ovvie le eccezioni di Welles e Eastwood, o a suo modo della Streisand), ma più intrigantemente all’insegna di un cinema “medio”, spesso d’azione, spesso di serie B, nel quale tuttavia Legrand insufflò una vena di originalità e di cultura musicale tutte europee.
 “The windmills of your mind”, forse perché sin troppo noto agli ascoltatori dai tempi del bacio interminabile tra Steve McQueen e Faye Dunaway in Il caso Thomas Crown (1968, Norman Jewison) – da Oscar Peterson a Henry Mancini, da Josè Feliciano ai Vanilla Fudge non v’è chi non ci sia passato prima o poi – è proposto da Legrand in una lettura anticonformista, con un impetuoso stacco ritmico iniziale che introduce ad una versione pianistica da concerto, destinata a svilupparsi nella sezione intermedia in una divagazione swing tanto più sorprendente in quanto in totale conflitto con l’essenza drammatica e ancora una volta circolarmente iterata del tema, chiuso da una cadenza per piano in cui Chopin ed Errol Garner sembrano andarsene sottobraccio.
  Torna il Legrand pirotecnico, funambolico alfiere di un jazz sinfonico abrasivo e iperdinamico, in Le Mans (24 ore a Le Mans, 1971, Lee H.Katzin, un car-movie di nuovo con McQueen), e quello inquietamente contaminato, dall’orchestrazione tumultuosa in cui si affacciano echi ciakovskiani e rachmaninoviani (soprattutto nel tema portante e nel trattamento di archi e ottoni) in The Hunter (Il cacciatore di taglie, 1980, Buzz Kulik). Della lunga e stretta collaborazione con Claude Lelouch, di cui Legrand condivide più il polistilismo e le manipolazioni linguistiche che non il sentimentalismo di prima istanza, qui è presente la deliziosa, impalpabile “Un parfum fin du monde” da Les uns et les autres (Bolero, 1981), partitura scritta a quattro mani con Francis Lai dove lo iato qualitativo fra la consapevolezza polisemica del primo e l’astuta pasticceria del secondo è più che mai evidente.
 “What are you doing of rest of your life”, dal dramma tutto al femminile ironicamente intitolato Lieto fine (1969) di Richard Brooks, protagonista la stupenda Jean Simmons nei panni di una casalinga inquieta, è un altro dei successi legrandiani costruiti sullo sviluppo infinito, quasi labirintico di un’idea semplice, una melodia discendente preparata però da una lunga frase a salire, quasi lamentosa e accasciata, che viene qui nuovamente affidata all’arpa in un gioco sublime di contrasti dinamici con gli archi che l’accompagnano. Il brano all’epoca fu portato nelle classifiche anche da Barbra Streisand, il che preludiava forse all’incontro dell’83 con Yentl, l’ambiziosissima opera prima registica della cantante e attrice, tratto da un racconto di Isaac Bashevis Singer, storia di una ragazza che nella Polonia d’inizio ‘900, alla morte dell’adorato padre, decide di travestirsi da uomo per poter accedere ad una scuola religiosa ebraica, ermeticamente chiusa alle donne.
 Strutturato come un musical, Yentl è più apparentabile ad un’opéra-comique nell’accezione ottocentesca del termine: Legrand scrisse una partitura di tessitura e proporzioni liriche forse senza precedenti (fu il suo secondo Oscar), riservando alla Streisand-superstar autentiche “arie”, assoli dal virtuosismo stupefacente, sostenuti da un’orchestrazione titanica, che qualcuno ricorderà culminare nell’acuto mozzafiato e interminabile con cui si conclude  “A piece of sky”. Il trittico di brani qui offerto (“The way he makes me feel”, “Papa, can you hear me” e “A piece of sky” appunto) non insegue minimamente – come potrebbe? –l’originale ma ancora una volta ne offre una rilettura strumentale stupefacente: il dialogo è di nuovo quello privilegiato fra arpa e archi, chiamati ad un palpitante tremolo nell’incipit, per poi dilagare in un’orchestrazione torrenziale, epica, che tocca l’apice proprio nel terzo, raveliano brano (ma non fu forse Gilbert Bècaud a parafrasare per primo il “Bolero” nella sua “Et maintenant”?).
 Nella cangiante altalena stilistica che caratterizza questa Legrand-Edition c’è posto anche per il giocoso, saettante e umoristico tema da Oum le Dauphin, serie televisiva d’animazione prodotta nell’81 dall’emittente Ortf e creata dal disegnatore Vladimir Tarta, mentre Gli sposi dell’anno secondo (1971, Jean-Paul Rappeneau) consente al compositore di dare libero corso ad uno dei propri tanti amori musicali, quello per il barocco, in una poderosa costruzione haendeliana, qui ristrumentata con una perizia filologica impressionante. Dopo una muscolare, aggressiva suite dalla versione di Richard Lester de I tre moschettieri (1973: ricordiamo che per lo stesso regista tre anni dopo Legrand scriverà anche lo score per Robin e Marian, rigettato e riaffidato a John Barry) il doppio cd si chiude con una performance extrafilmica da brivido, “Family Fugue”. La forma classica è per Legrand nulla più che un contenitore, un’occasione: il vertiginoso fugato per archi a quattro voci che apre il brano, omaggio esplicito alle inaccessibili vette bachiane, introduce ad una acrobatica esibizione di Legrand pianista che riconferma la vicinanza interiore avvertita da molti jazzisti (dal Modern Jazz Quartet a Jacques Loussier) nei confronti del Genio di Eisenach. È quasi certamente una comunanza intima, una condivisione di “struttura” a rendere Bach così plasmabile, e nello stesso tempo così profondamente rispettato, da parte di questa categoria di musicisti: per Legrand poi è come essere invitato a casa di un vecchio amico. L’architettura del brano si snoda implacabile per nove minuti, in una cascata di note e di ritmi, dove piano e batteria dialogano per tutta la parte centrale secondo linee geometriche rapinose e scattanti, in una libertà d’inventiva che è fatta nella medesima misura di accademia e di anarchia.
 Qui risiede forse il segreto, la formula magica dell’eterno ragazzo Michel Legrand, musicista di squisita eleganza, dallo sguardo appassionato e commovente spinto fino ad ogni orizzonte dove si possa veder sorgere la Musica.

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Daniela Bocconi

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