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04 Mag2011

Matrimoni e altri disastri

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_matrimoni_disastri.jpgCarlo Crivelli
Matrimoni e altri disastri (2009)
Warner Chappell Music Italia
31 brani + 2 canzoni – Durata: 69’44”

 

Il rapporto di Carlo Crivelli con la commedia, non frequentissimo, si va tuttavia negli ultimi tempi intensificando; qui però, in questo mosaico brillante sulle delizie (?) della vita coniugale a firma Nina Di Majo, la cifra stilistica del compositore romano-abruzzese non ha nulla a che spartire con l’intellettualismo distaccato e urticante de La passione di Mazzacurati. Siamo piuttosto in presenza di un polistilismo spinto e divertito, un citazionismo accademico, multiforme e dichiarato, che parte dalla Marcia Nuziale di Mendelssohn, assorbita variata e parafrasata in almeno tre circostanze, passa attraverso il Bach della Toccata e fuga, si sofferma a riflettere – con un altro esercizio, ancor più raffinato e spiritoso, di parafrasi – sul Bolero di Ravel (titolo, ovviamente ammiccante, “Non è bolero”) e indugia volentieri a forme spagnoleggianti come in “Ariba el paso doble”, ripreso anch’esso un paio di volte e contenente il popolaresco tema principale. E’ dunque un’ironia di impronta neoclassica, a volte settecentesca (i temi della “goffaggine” e della “guardinghità”), altrove rossiniana (“No… la multa no!”), altre ancora occhieggiante a stilemi più contemporanei e magari incline ad una certa melanconia (“Sembrava amore” con il dialogo fra chitarra, archi e corni), sempre e comunque molto acculturata. La strumentazione, alleggerita e affidata all’ormai consolidata sapienza esecutiva dell’Orchestra Città Aperta dell’Aquila, “creatura” del compositore, tende ad evidenziare molto i ruoli dei solisti, soprattutto nei fiati (il fagotto di “Non è bolero”, ma anche lo xilofono).
 Ma nel proprio lungo percorso la partitura rivela anche aspetti meno rassicuranti, più spettrali, quasi che l’umorismo si facesse più smaccatamente beffardo, irridente e un tantino “nero”: così, la seriosa compunzione di “Un attacco di panico”, dopo l’intro dei legni, si scioglie in movimenti sinuosi e totalmente ambigui degli archi mentre anche le movenze di danza, ricorrenti nello score, conoscono pause sospensive e andamenti incerti, quasi zoppicanti (“Il convivio intellettuale”). “La comprensione”, forse il frammento più lirico e “crivelliano” di tutti, è un lied per corno e archi che avanza a fatica fra incisi ritmici titubanti e vagamente sinistri, così come le sonorità liquescenti di “Sembrava amore 3” (arpa, corno, quartetto d’archi) tendono senz’ombra di dubbio a spargere sulle atmosfere una tinta più cupa e meno goliardica. Il dialogo stretto fra i diversi colori orchestrali si sublima in “L’interculturale 2”, sorta di scherzo esoticheggiante con echi hindemithiani, mentre “E adesso dimmi qualcosa” rimette insieme sapori spagnoli con lunghe, pausate frasi degli archi, e il tono complessivo si fa sempre più interrogativo e spezzettato in “La comprensione 2”. L’utilizzo dell’orchestra per gruppi, quindi in chiave sostanzialmente cameristica, è il modulo che Crivelli adotta per isolare le singole soluzioni strumentali e farle interagire con più efficacia sarcastica, mentre l’instabilità armonica (che, in circostanze più serie, trova nel musicista picchi vertiginosi) serve ad esempio in “Della Marcia Nuziale 3” a decostruire la cellula mendelssohniana in una serie di variazioni lievi (anni luce distanti da quelle, tragiche e contorte, cui ricorse Bernard Herrmann per La sposa in nero di Truffaut, 1967). La provocazione derisoria tocca punte prokofieviane in “Il gatto ci guarda”, tutto stacchi e tocchi repentini in scivolata dei legni, mentre è ancora il ritmo del bolero a improntare “Il finale”.
 A chiudere il ricchissimo album due brani in tandem del bassista e compositore palermitano Mario Rivera e del clarinettista e altosassofonista romano Gabriele Coen, “Chasene tants” e “Blue star”, quasi due bonus tracks fra jazz & etno, ben integrati in una partitura decisamente inconsueta per Crivelli, e tuttavia ancor più interessante proprio per la cifra agrodolce e stilisticamente sorvegliatissima prescelta.
                                                                  

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Daniela Bocconi

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