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08 Nov2010

Exodus

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_exodus_gold.jpgErnest Gold
Exodus (Id., 1960)
Tadlow Music 007
2 CD: 24 brani di commento + 1 canzone + 2 bonus tracks
e 12 bonus tracks da altri film – Durata CD 1: 61’ 44”; CD 2: 70’ 46”

 

Correva  l’anno 1960 quando, non ancora quarantenne, l’ebreo austriaco Ernest Gold, fuggito adolescente da Vienna dopo l’Anschluss hitleriana del ’38, consegnava alla storia della musica per film uno dei suoi capolavori assoluti, una di quelle partiture che poi si studiano per decenni e che rimangono come pilastri portanti di quella che si configura ormai senza esitazioni – e qui lo sappiamo bene – come l’”Ottava Arte”. Gold, più giovane rispetto alla generazione degli Steiner, Waxman, Ròzsa, Tiomkin, Korngold, Kaper (tanto per citare i più illustri “migranti” europei della musica per film a cavallo tra le due guerre), era un compositore meno appariscente e malleabile dei suoi colleghi: il lungo sodalizio con il regista “radical” Stanley Kramer (che ha prodotto capolavori come L’ultima spiaggia, Vincitori e vinti, La nave dei folli) ne aveva incoraggiato una vena creativa saldamente radicata in un sinfonismo moderno, aggressivo e “contaminato”, dove silenzi, incursioni jazz, lampi sperimentali e tensione delle avanguardie storiche viennesi si mescolavano in uno stile asciutto, severo e spesso spigoloso (si pensi a L’ultima spiaggia). E tuttavia, il “megascore” per il kolossal di un altro transfuga viennese, Otto Preminger, sulla controversa e drammatica nascita dello stato di Israele, sarebbe stato destinato a rimanere, di Gold, la partitura più celebre, quasi un’epitome creativa, sicuramente anche grazie a quel leitmotiv imperioso, squillante, così mediterraneo, che grazie alle infinite “cover” susseguitesi in mezzo secolo (sia orchestrali che vocali) è divenuta senz’altro una delle pagine più popolari di tutta la letteratura cinemusicale di ogni epoca.
Rimbalzato in innumerevoli ristampe, riesecuzioni e riedizioni (anche se “l’oggetto” Rca Victor originario in vinile del ’60, col compositore alla guida della Sinfonia of London, ristampato negli anni Ottanta nella preziosa e indimenticata collana CinemaTre, rimane un reperto simbolicamente e storicamente insostituibile), Exodus approda ora grazie alla Tadlow Music in una versione deluxe, estesa su doppio CD (con bonus da altri film), ed affidata a quella macchina da guerra della filologia cinemusicale contemporanea che è ormai diventata la Filarmonica della Città di Praga sotto la guida specialistica, ferrea e sensibilissima dell’inglese Nic Raine. L’operazione, che reintegra nella partitura numerosi brani inediti, consente un ascolto “globale” che riconduce finalmente anche il poderoso tema conduttore (la fanfara alternata dell’incipit è, peraltro, impressionante) alla sua sostanza drammaturgica e leitmotivica più profonda, intimamente connessa alla conflittualità dell’argomento e del contesto. Conflittualità che Gold non cercò di bypassare ma anzi enfatizzò creativamente compiendo approfondite ed erudite ricerche sia sul fronte della musica popolare e nazionale israeliana che di quella araba: in ciò emulando la lezione filologica di altri suoi colleghi come Miklòs Ròzsa (El Cid, Quo Vadis, Ben Hur), ma soprattutto giungendo a risultati sinfonico-contrappuntistici straordinari come attestano, per non fare che pochi esempi, lo schema variativo adottato sul theme portante in chiave mossa e ostinata (“Gooodbye/Intermission”, “The Star of David”), o dinamicamente lirica con intrusioni dissonanti (“Love is where you find it/The Valley of Jezreel”). Il “dialogo”, così difficile fra le due parti – araba e israeliana – viene quasi auspicato o surrogato da Gold in un’interazione continua di fonti (la citazione etnomusicale precisa, anche nelle opzioni strumentali, di “Akiva’s arrest”e “Acre Prison/The Chess Game-Conspiracy”); mentre anche le apparenti concessioni ad un esotismo di maniera (“Summer in Cyprus”) si caratterizzano comunque per un’ariosità nel decorso degli archi e un’incessante dialettica fra le componenti timbriche che tengono lo score costantemente in fibrillazione emotiva.
L’affresco complessivo che la Tadlow, la City of  Prague e Raine ci fanno risplendere nelle orecchie rende dunque conto di una delle conquiste più elevate di quel periodo in termini di lavoro sulle fonti, di rielaborazione tematica, architettura sinfonica e individuazione di “colori” continuamente cangianti e catturanti. Il tutto è arricchito da due bonus specifici, una toccante “Rhapsody” per violoncello e orchestra che trasforma in struggente liederismo il tema principale, e una versione concertistica quasi pre-williamsiana dell’Ouverture.
A ciò si devono aggiungere, almeno a livello di citazione, altri bonus – tutti variamente ispirati al tema del drammatico scenario medio orientale, della difficile integrazione fra ebrei e palestinesi, degli “esodi” e degli “olocausti” - sia provenienti dal sodalizio Gold/Kramer (imperdibili la virtuosistica e scintillante “Exit Music” da Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo, ’63, e il delizioso valzer rigorosamente “straussiano” da La nave dei folli, ’65) sia da altri compositori: e qui, oltre a due intense riproposizioni williamsiane da Schindler’s list, 1993, e a due interessanti brani di Elmer Bernstein per Combattenti della notte, ’66, si fanno notare la Main Title Music variegata, esoticheggiante ma anche verticalmente drammaturgica, di Sol Kaplan per Judith (’66) e la travolgente, intensissima suite di Jerry Goldsmith per la miniserie tv QBVII (’74), ispirata (come Exodus) da un romanzo di Leon Uris sulle vicende di un medico polacco deportato in campo nazista.
Un doppio CD sontuosamente monografico, insomma, che aiuta anche – in tempi di intollerabile revisionismo e abdicazione alla memoria – a riflettere in modo complesso su pagine di storia i cui effetti si riverberano tuttora sulla nostra contemporaneità.
                                                                      

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Daniela Bocconi

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