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28 Set2010

The Fourth Kind

Scritto da Valerio Mastrangeli. Pubblicato in Cinema

cover_fourth_kind.jpgAtli Örvarsson
Il quarto tipo (The Fourth Kind – 2009)
Varese Sarabande 302 066 995 2
12 brani – durata: 39’39’’

 

Diretto da Olatunde Osunsanmi e interpretato da Milla Jovovich e Bill Patton, il fanta-thriller The Fourth Kind propone ancora una volta uno tra gli argomenti più gettonati e strausati del cinema di fantasia: il contatto con esseri extraterrestri.
Intitolato in modo da lasciare poco spazio all’immaginazione (il quarto tipo, ovvero la quarta forma di contatto con un essere alieno, vale a dire il rapimento), la pellicola si propone come una via di mezzo tra una ricostruzione di fatti realmente accaduti ed un insieme di documenti raccolti sulla base di testimonianze relative ad un rapimento avvenuto nell’ottobre del 2000. Al di là della regia e dell’intenzione di rendere il mix di testimonianze e filmati amatoriali un documento credibile e che quindi vada oltre la semplice finzione sul grande schermo, c’è da dire che sul piano musicale il film non offre nulla di particolarmente originale.
La colonna sonora composta da Atli Örvarsson (Babylon A.D.; Vantage Point) fin dai primi istanti si dimostra piuttosto piatta e scarna, immersa in atmosfere decisamente cupe e bluastre, che non fanno molto oltre che riempire musicalmente il background della pellicola.
Con timbriche e sonorità alle quali è difficile dare una personalità (il leitmotiv principale in “Flight To Nome” potrebbe benissimo provenire dal Transformers di Steve Jablonsky), l’album si lascia fruire con pochi elementi capaci di destare un ascolto prevalentemente assopito, che neanche negli strappi improvvisi di “Hypnosis”, ampiamente strausati dai numerosi colleghi specializzati nell’horror con risultati di gran lunga migliori (John Frizzell in Ghost Ship o 13 Ghosts, oppure Frederik Wiedmann con la sua The Hills Run Red), riesce a trovare un valido appiglio per risvegliare l’interesse.
Se in “Owolowa” si nota qualche lieve accenno alle classiche sonorità claustrofobiche, probabilmente influenzate in parte dal The Abyss di Alan Silvestri (e la presenza del blu all’interno della pellicola favorisce notevolmente la similitudine), parecchio più insipide e impersonali sono le pagine sinfo-elettroniche di “Ashley”, caratterizzate da un leitmotiv per piano digitale abbastanza melenso, o di “Completely Surreal”, nelle quali compaiono soluzioni sintetiche piuttosto interessanti, ma fondamentalmente basate su di una sequenza di elementi pulsanti, seguiti da una intonazione corale che lascia ben poco spazio all’originalità.
Ed è proprio in questo brano, nella seconda parte, quando entrano in scena gli archi, che si assapora ancor di più il sound omologato della Mediaventures, svelando infine la grande influenza che l’associazione musicale esercita sui propri collaboratori, riducendo molti dei loro lavori a dei meri copia-incolla con piccole e banali variazioni.
Le sorti della partitura vengono in parte risollevate sul finale, grazie soprattutto a brani come “Torn Apart” e “Abduction”, che tra l’altro risultano essere anche le più simili al già citato Transformers di Steve Jablonsky.
Le ritmiche pulsanti, le atmosfere compatte e ovattate, qua e là interrotte da un Sound Design ricco di stridenti timbriche e dissonanze metalliche, risultano essere senza dubbio affascinanti, ma assai poco capaci di dare una identità ben definita alle sequenze commentate. Basta infatti compiere qualche passo indietro per poter trovare soluzioni più o meno simili all’inizio dell’album, mettendo a dura prova la capacità di riconoscere e distinguere i singoli brani.
In sostanza la partitura composta da Atli Örvarsson per The Fourth Kind racconta ben poco del film che commenta, poiché caratterizzata da un insieme di suoni che sicuramente lavorano meglio sotto le immagini di quanto non riescano a fare lontano da esse, riuscendo a mantenere un clima piuttosto piatto e monocorde anche laddove qualche strumento entra a far parte di quello che è principalmente un grande mix di elementi sintetici e atmosfere elettroniche.
Non si può dire che elementi d’interesse siano completamente assenti, però una volta finito di ascoltare si ha la sensazione di aver perso l’orientamento, riuscendo quindi a conservare nella propria memoria ben poco di ciò che si è ascoltato.

 

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Daniela Bocconi

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