Sotto il vestito niente
Pino Donaggio
Sotto il vestito niente (1985)
Rustblade Records feat. Bluebelldisc Past Master
22 brani - Durata: 31’26”

Un titolo decisamente cult che, in occasione dei 40 anni dell’uscita del film nei cinema (7 novembre 1985), approda in multiformato Deluxe Edition grazie a Rustblade Records (in collaborazione con Bluebelldisc Music per l’edizione in Compact Disc). La release assolutamente doviziosa e da approccio collezionistico che anima tutti i prodotti della Rustblade si conferma anche in questa uscita celebrativa e soprattutto – perlomeno per quanto riguarda la colonna sonora – si presenta in prima edizione assoluta. Nonostante l’importanza mediatica e storica nel contesto dei film di genere italiani e del thriller domestico e non soltanto, Sotto il vestito niente non aveva mai avuto una stampa discografica della score composta da Pino Donaggio che - sia per la caratura dell’autore sia per il fascino legato al film e ai richiami stilistico-narrativi del De Palma movie - meritava finalmente una pubblicazione e una possibilità di ascolto al di fuori del contesto della pellicola. La particolarità di questa release sta proprio nel suo essere un’esatta sinfonia cinematica di quella che si potrebbe definire una sorta di fiaba noir con un casus necandi di per sé non particolarmente innovativo ma sicuramente funzionale agli stilemi di genere. Non è questa la sede per affrontare nel dettaglio gli aspetti della genesi e relativa lavorazione di questo film cult dei fratelli Vanzina, anche perché una preziosa e dettagliatissima analisi è già stata realizzata e la troviamo nel volume di Claudio Bartolini – edito da Gremese nel 2019 - che Rustblade ha ristampato e incluso nel box special edition, ad accompagnare e rendere ancora più intrigante e appassionante la visione del lesbo-thrilling al ritmo degli Ottanta. In questo breve excursus si cercherà invece di andare più a fondo proprio negli ingranaggi della colonna musicale di Donaggio e relativa applicazione nel contesto filmico. Va premesso che non si tratta di un’edizione che raccoglie una selezione dai master tapes dell’intero registrato ma, nella mezz’ora di ascolto sonoro, troviamo – salvo qualche insignificante omissione - l’esatta scansione dei suoni artistici presenti in pellicola, nota dopo nota, frame by frame, e tutto ciò che si ascolta nei multisupporti discografici di questa edizione celebrativa è l’esatto underscore sincronizzato nel film diretto quarant’anni fa da Carlo Vanzina. Donaggio collabora per la prima volta coi Vanzina e la scelta per lo scoring – come si legge nel saggio di Bartolini – che la produzione avrebbe voluto affidare a Morricone, fu indotta anche dalla stretta collaborazione del musicista veneziano con Brian De Palma, per il quale aveva già musicato Carrie nel 1976, Dressed to Kill nell’80, Blow Out nell’81 e Body Double l’anno precedente. Il dialogo e il confronto tra Donaggio e i Vanzina (che poi nel corso degli anni instaureranno anche un rapporto di personale amicizia, oltre che di collaborazione professionale per successive pellicole thriller) è costante e costruttivo (ricorda sempre Bartolini nel suo saggio come fu lo stesso Donaggio a invitare i Vanzina a mantenere la scena del trapano nella sequenza finale presso l’appartamento di Barbara col cadavere di Jessica in Piazza Meda).
Come una grande narrazione sin-filmica, la partitura si apre sul tema dei titoli di testa “Nothing Underneath (Main Titles)” e contiene gli ingredienti del tematismo noir-detection affidato all’orchestra (diretta da Natale Massara) ma con l’innesto del programming che orienta e contestualizza lo score nella prassi produttiva del periodo e nell’uso di un sound in sintonia con il mood stilistico degli anni Ottanta in senso lato. E’ il primo dei due grandi temi della pellicola, quello che rappresenta la componente poliziesca e suona come un detection theme, la base critica della storia, che è poi la sparizione di una fotomodella. L’occhio della cinepresa di Vanzina si stringe sulla bellezza e sulla intima fisicità di Jessica e delle altre modelle in lingerie impegnate nel photo shooting, sotto l’obiettivo di Keno Masayuki, inespressivo fotografo giapponese che pronuncerà, a 26:03, la fatidica battuta che darà il titolo al film. La traccia “Camera Lens” è il riff elettronico omologo di “Telescope” di Body Double, con qualche variazione melodica e che si pone come conclamato sound alike e ulteriore autocitazione del De Palma style. La prima additional track (non presente nella record release ma inserita nella playlist Spotify “NOTHING UNDERNEATH: Music from the Movie” curata da Bluebelldisc) è “Hot for You” interpretata da Karen Young, sincronizzata come source music nella scena in discoteca, nella “Milano da bere”, ove Jessica rimarrà coinvolta in un losco affare che si scoprirà nel corso della narrazione. Il brano dance resta da fondale in coda anche all’aggressione sessuale subita da Jessica da parte del gioielliere Giorgio Zanoni presso la toilette, evento che fa scaturire la traccia “Twin Telepathy”, un costrutto modulare a breve gittata con archi in urgenza discendente e rimbrotti di ottoni destabilizzanti per suggellare in colonna la connessione tra i gemelli Bob, al lavoro presso lo Yellowstone Park nel Wyoming, e Jessica Crane, modella minacciata fisicamente a Milano, in una sorta di grido d’allarme verso il misfatto che andrà di lì a poco a verificarsi presso l’Hotel Scala, dal quale la sorella gemella sparirà misteriosamente. La traccia “Hotel Scala” contribuisce a infittire il mistero e, pur non rivelando nulla in termini di girato, lo fa paradossalmente con la musica di Donaggio, perché al minuto 0:44 del pezzo parte quella che potremmo identificare come una “signature sequence” dell’assassino, una breve sequenza cembalistica, molto mystery e che riecheggia il thrilling anni Settanta, a riprova che l’evoluzione del genere non tradisce tuttavia stilemi iconici di precedenti stagioni. L’assassino aleggia nella stanza di Jessica, non si vede ancora, sta per entrare in azione ma non lo sappiamo; quella sequenza minatoria del cembalo, con gli archi pronti a ribadire e confermare la fase tensiva, diventa una sorta di preludio e anticipazione argomentativa di ciò che solo successivamente il film mostrerà attraverso le immagini. Ed è sempre la musica di Donaggio ad allertarci nella traccia “Vertigo on the Bridge” che qualcosa di funesto sta per accadere, perché Bob, improvvisamente, mentre sta per attraversare un ponte nel parco, avverte un impensato senso di vertigini che gli archi sibilanti traducono in una cellula ostinata di quattro note ripetute in duplice salto ascendente di terza minore e discendente di seconda minore, con modulazione tonale e ottoni e flauto pronti ad affannare ulteriormente la situazione di disagio biologico di Bob, che presagisce un pericolo imminente che sta per colpire la sorella gemella, avvertito attraverso la connessione telepatica. L’andamento ossessivo e vertiginoso delle corde cesserà soltanto quando il parallelismo tra l’incedere di Bob sul ponte nel Wyoming e la deambulazione dell’assassino in soggettiva nel corridoio dell’Hotel Scala troveranno una perfetta sovrapposizione, mentre l’effetto minatorio passa ai tremoli acuti delle corde con un tema arpeggiato delle classi gravi, una sorta di acquietamento che però serve da espediente ingannevole per introdurre il colpo a sorpresa a 1:33 (anche questo di fattura depalmiana), quando compare in soggettiva la mano guantata dell’assassino che impugna l’arma del delitto, delle forbici cesoie, e raggiunge la porta della stanza 303 ove Jessica è alloggiata. Ecco che proprio qui torna la cembalistica “signature sequence” dell’assassino che già aveva preparato il campo all’ingresso in camera dell’azione nefasta. L’allarmismo di inizio traccia torna nella sua primordiale configurazione a 1:45 quando Bob “vede” il pericolo e corre urlando per cercare di evitare che la sorella apra la porta della stanza al suo ancòra ignoto assassino (ma che naturalmente la ragazza ben conosce). La traccia “Premonition”, di una trentina di secondi, accompagna il trasferimento di Bob col pick-up, mentre la centralinista cerca di mettersi in contatto con l’Italia eludendo quell’urgenza palpitante che la musica è preposta a descrivere come sensazione psicologica verso l’inevitabile tirante della detection che, da quel momento in avanti, governerà le azioni di Bob, che deciderà di partire per Milano e raggiungere la sorella che lui sa essere stata vittima di un fatto funesto, tutto ancora da scoprire. La traccia “Room 303” è un tributo alla serie B-A-C-H e fa da rispettoso fondale all’ispezione della stanza da parte del portiere dell’Hotel Scala che Bob gli aveva richiesto per telefono e che semplicemente confermerà che Jessica non è nella stanza ma che la chiave è in portineria e quindi lascia presupporre che la modella sia semplicemente fuori dalla stanza, svilendo la frenesia e la credibilità degli esiziali e allarmanti sospetti telepatici di Bob, dei quali il ragazzo resta tuttavia fermamente convinto. Quando Bob incontra per la prima volta il fotografo Keno Masayuki per saperne di più di sua sorella Jessica (“Photo Shooting”) ascoltiamo un sostrato di archi e synth che ben traduce il senso di sospensione e inquietudine ormai germinato e che determinerà lo sviluppo futuro della trama, seguìto tosto da “Something Underneath”, ove si ascolta il secondo “main theme” della colonna, quello che rappresenta l’elemento del black drama, un tema a suo modo sentimentale ma fortemente malinconico, che suona quasi come un canto funebre, anticipando anche qui quello che poi si scoprirà in pellicola un’ora più tardi. Il tema è sapientemente abbozzato, accennato e sussurrato e non ha ancora uno sviluppo compiuto perché le indagini sono in corso e non è noto cosa sia successo a Jessica, l’alone di mistero e smarrimento prosegue e Bob scopre progressivamente qual era realmente il mondo di Jessica; ecco che quel titolo “Something Underneath” fa da controcanto al dittongo “Nothing Underneath”, proprio per dire che sotto c’è qualcosa (inteso come qualcosa di poco chiaro che è accaduto, ma anche sotto al vestito di una modella c’è sempre una persona, della quale però nessuno si interessa). Nel momento in cui Bob è approdato a Milano per indagare, l’assassino decide di colpire ancora e inizia dunque la mattanza delle modelle, benché non si capisca per il momento il movente. La prima a decedere è Carrie, una delle testimoni oculari del drug party in casa Zanoni. Nella traccia “Carrie Alone in the Night” si esprime tutta la tipicità della scena tensiva e della situazione di paura classica, mentre la modella attraversa da sola le strade deserte di Milano e ogni minimo rumore la terrorizza, come se si sentisse braccata da una forza oscura, una nemesi inalienabile pronta a colpirla. Il palleggio degli archi gravi, con i disegni minatori delle classi superiori e l’apporto di altre famiglie accompagnano l’ansiogeno rientro in hotel di Carrie; paradossalmente però quella che dovrebbe essere la meta sicura e la salvezza della modella dopo la camminata in una Milano spettrale, si trasforma invece nella sua condanna. La bellissima composizione “Her Last Dress, Her Last Show” è la quintessenza musicale di una mirabile sequenza per archi ove troviamo attesa, paura, tensione e minaccia, sfogata poi nell’azione necante dell’assassino (sempre con le tipiche cesoie), con gli archi in menzione herrmanniana-hitchcockiana a 0:42 nel mickeymousing delle stilettate delle forbici (tuttavia non mostrate) e l’immediata esposizione, a 0:53, della signature sequence dell’assassino, col solito cembalo che ne commenta l’azione, quasi come una sorta di sigillo operativo. Senza soluzione di continuità, a 1:14, gli archi intonano un dolcissimo passaggio mortuario (di deriva depalmiana), quel “last show” messo in bocca al portiere, mentre il cadavere di Carrie viene portato via attraversando la hall dell’Hotel Scala sotto gli occhi attoniti delle altre modelle (e dell’assassino). E’ in questa fase che il commissario Danesi decide di indagare più a fondo, intuendo che la scomparsa di Jessica Crane e l’omicidio di Carrie Blynn potrebbero essere in qualche modo correlati. Il pezzo di pura atmosfera commentativa “Danesi Investigating” con archi e ottoni in dialogo col programming crea un effetto tra gergo classico della detection e nuove modalità portate da quella che negli anni Ottanta era la tecnologia computeristica, grazie alla quale è possibile consultare rapidamente gli esiti di un archivio elettronico. Una delle sequenze più iconiche e rimaste impresse nella memoria di questo film è certamente quella girata presso la Stazione Centrale di Milano, ove la da poco costituita casa di moda Moschino organizzò una sfilata, con la ventenne Renée Simonsen nei panni di Barbara ma anche di se stessa come modella ormai consolidata (benché si ritirerà poi da lì a qualche anno). Le tracce originali della sequenza in Stazione Centrale sono “Cherchez la femme”, un action track elettronica che fa da mickeymousing al dinamismo di Danesi e gli agenti di polizia che, con Bob, cercano Margaux Wilson sui binari, quella stessa modella che verrà brutalmente giustiziata nel backstage in traccia “Margaux’s Murder” (ed è sicuramente la scena più cruenta dell’intero film); qui le corde enfatizzano su schemi depalmiani con ampia sentenza di archi e ottoni e profusione ematica graficamente espressa. Nel corso della sfilata in passerella ascoltiamo sincronizzate in funzione source music altre due hits del tempo, ovvero “I Am What I Am” di Gloria Gaynor e “One Night in Bangkok” di Murray Head (entrambe incluse nella menzionata playlist NOTHING UNDERNEATH). L’incontro intimo ma non intimissimo tra Bob e Barbara (“Barbara and Bob Flirt”) è una reprise della traccia “Something Underneath”, con il dark love theme, questa volta più esteso in timbrica pianistica, ma sempre trattenuto perché – e lo si capirà più avanti – effettivamente c’è una connessione sentimentale che rappresenterà (nella sua dimensione psicotica) il casus necandi e il movente delle nefandezze dell’assassino. Il tema detection dei titoli di testa, fino ad ora non più sincronizzato, torna in “Jessica’s Letter”, quando Bob è in viaggio sul treno che lo condurrà all’ufficio postale di Lugano per scoprire se la lettera ricevuta dalla sorella gemella è autentica o meno. Gli archi intonano non armonizzati il suono del mystery e dell’indagine sempre più complessa ed enigmatica e che sembrerebbe non avere più vie d’uscita, convincendo anche Bob che la sua sensazione e il suo avvertimento telepatico erano solo parzialmente motivati e fondati. La traccia “Give My Regards to the Bears” è gemella della precedente “Danesi Investigating”, sottocommentando questa volta il commiato di Barbara a Bob che sta per tornare nel Wyoming e la indiziante carezza all’orsetto portafortuna di Jessica che Bob aveva trovato nella stanza 303 della sorella. Quando ormai sembra tutto spento e concluso, ecco che sopraggiunge un turning point per il protagonista, l’avvio della fase cruciale, di quel death moment che, come a inizio pellicola, viene suggellato dalla melina degli archi già sincronizzata in “Twin Telepathy” e ora ripresa come “Twin Telepathy in Piazza Meda”, seguita da “Dangerous Climbing”, un background commentativo tra sinfonico e sintetico che accompagna il tentativo rischioso e funambolico da parte di Bob di raggiungere l’appartamento ove il ragazzo avverte la presenza della sorella, con annesso ferimento. Ed è proprio da 01:21 a fine film che si completa il dramma-vérité del lesbo-thrilling con le tracce rivelatorie “Jessica’s Corpse” (quasi in esito correttivo rispetto a “Jessica’s Letter”), ove Donaggio sfoga la creatività nell’abbinare la comparsa – dapprima non notata da Bob – del cadavere di Jessica inchiodato alla sedia con le percussioni cromatiche e spettrali voci sintetiche che segnalano la presenza del corpo esanime della ragazza (con un rimando ai manichini di Tourist Trap); sono gli archi che marcano il momento topico in cui Bob scopre l’orribile verità e in “The Murderer’s Face”, Barbara farà il suo ingresso visivo con la signature sequence che finalmente viene sincronizzata con la sua figura e non è più elemento di indizio-indagine, ma quasi associazione tematica. Noto poi il tragico epilogo dopo la colluttazione tra Barbara e Bob (controscena del flirt avvenuto in precedenza), ora divenuta lotta senza esclusioni di colpi, con la celebre scena del trapano col quale Barbara cerca di uccidere Bob, fino all’arrivo provvidenziale e risolutorio del commissario Danesi. La precipitazione finale di Barbara con cadavere inchiodato di Jessica è il canto funebre che finalmente si sfoga in “Nothing Underneath (End Titles)”, quando ormai tutto è compiuto e la consapevolezza di quanto accaduto, pur nell’incredibile e mostruosa realtà effettiva e deviazione affettiva, prende forma nella sua spietata crudezza.
