Atelier
Remo Anzovino
Atelier (2025)
Decca 7562867
21 brani – Durata: 79’12”

Quando ci si addentra nella musica di Remo Anzovino è come passeggiare idilliacamente attraverso paesaggi sonori che sono facenti parte dell’adesso ma anche dell’ieri in un connubio che fa commuovere, vocalizzare, beare e sognare. Racchiudere 20 anni di carriera in un solo disco, questo “Atelier”, non è stato facile, eppure Anzovino è riuscito nell’impresa, raccontandoli pentagrammaticamente con il suo strumento d’elezione, il pianoforte, sul quale volteggia leggero, condensando ventuno album del suo prestigioso carnet tra colonne sonore e musica extra cinematica. Una pregevole registrazione Live con pubblico presente, inclusi talvolta gli applausi a fine esecuzione finiti sul CD ed LP, presso l’atelier (da qui il titolo dell’album) del pittore e scultore Giorgio Celiberti, un’eminenza tra le più influenti nell’ambito dell’arte italiana e internazionale del ‘900 e del nostro secolo. Su desiderio sincero di codesto Maestro, si è potuta realizzare la performance dal vivo di Anzovino nel suo studio, generando così un progetto impareggiabile, <<registrato in un luogo tanto intimo quanto affascinante che ha conquistato di diritto anche il titolo e la copertina dell’album>>, che contiene, sia nella versione vinilica doppio 33 giri che in quella singola compact disc, una copia dell’opera pittorica originale denominata “Emozioni d’amore”, fotografata da Paolo Grasso per la cover. Accanto all’inedito “Chaplin”, aprente l’album, che è manifestazione dell’amore smodato del compositore, nato a Pordenone nel 1976 da genitori napoletani, per Arte, Fantasia, Celluloide e Note, vi è una considerata compresenza di temi scritti per i suoi documentari d’arte, distribuiti da Nexo, quali Monet – The Magic of Water and Light, Van Gogh of Wheat Fileds and Clouded Skies, Gauguin in Tahiti – Paradise Lost, Borromini and Bernini. The Challenge For Perfection, Frida – Viva la vida e The Immortals – The Wonders of the Museo Egizio (non lasciatevi sfuggire l’acquisto del cofanetto Sony Music “Art Film Music” del 2019 che contiene le colonne sonore di una parte dei docufilm appena menzionati), vincendo un Nastro d’argento nel 2019 per le sue musiche, e leitmotiv dai primi album sino ai noti “Nocturne” e “Don’t Forget to Fly” (leggete nostra intervista e guardate nostre puntate di Soundtrack City in cui abbiamo chiacchierato amabilmente con Anzovino).
Prescindendo la provenienza, sia filmica che concettuale, “Atelier” è, come sovra descritto in apertura di questa recensione, un viaggio sonoro pianistico denso ed eseguito con l’inossidabile e rinvigorita accoratezza dal suo interprete/compositore, quindi, di seguito, ne andremo a descrivere le peculiarità sensorial-performative, più che la loro origine creativa e produttiva. Come detto, si incomincia l’ascolto con “Chaplin” in punta di fioretto, una melodia che circensemente, valzeristicamente e delicatamente porta alla memoria lo Charlot del grande e unico Charlie Chaplin in tutta la sua romantica e nostalgica figura poetica impressa su Celluloide. E dopo tale meravigliosa partenza, non si può far altro che cadere tra le braccia pianistiche di Anzovino in un succedersi di arie che sanno rallegrare e riscaldare i cuori, perfino quelli meno sensibili: il suo classico “Tabù” è pura vibrazione emotiva danzante e mediterranea; “Deriva” sa commuovere con un tema che viene da lontano a rimembrarci chi siamo stati e chi saremo con malinconica dolcezza infinita; Dave Grusin e Joe Hisaishi si stringono in un lungo abbraccio pentagrammato occidental/orientale nel movimento semi agitato del bellissimo e propulsivo “Natural Mind”, uno dei cavalli da battaglia di Anzovino; “Irenelle” libra beatamente tra le onde della nostra forma più elevata d’arte, l’Amore; “On A Tightrope” risulta maliziosamente giocherelloso e giocherellante, un tango seducente che profuma di quelle melodie popolar romanesche alla Armando Trovajoli per le commedie italiche cult di un dì; “L’immagine ritrovata” sa come far sgorgare lacrime amare ma con un retrogusto confortante; “Yo te cielo (Canción para Frida)” è un provvido e altisonante tango celante tutta la forza artistico-privata sentimentale di Frida Khalo e la sua ineguagliabile femminilità sprezzante; “Following Light” ondeggia minimalisticamente tra echi nymaniani ricordanti impalpabili nature spirituali; “Life” riecheggia liturgicamente fanciullesco, come a raffigurare un’infanzia perduta ma al contempo ritrovata; “Sant’Ivo alla Sapienza” suona profetico e persistente nel suo progredir di note decise; “Vincent” disegna nel suo puntinismo pianistico in fil di voce un affranto inno emozionale all’Arte e ad uno dei suoi più grandi rappresentanti, Van Gogh; “Avec ma nymphe” danza leggiadro come le galleggianti ninfee dipinte dal pittore impressionista francese Claude Monet; “Les jours perdus” è descrittivamente Parisien con accenti bachiani sullo sfondo; “Galilei” canta vigoroso tra i tasti bianchi e neri del piano tutta la sua esuberanza; “Estasi”, come il titolo stesso esplica, rappresenta ciò che la parola pronuncia a chiare lettere: << uno stato in cui il soggetto s’isola mentalmente da tutto ciò che lo circonda, e s’assorbe in un’idea unica o in un’emozione particolare>>; “Nocturne in Tokyo” eclissa tra le orientaleggianti e melodiose ondulazioni tematiche un sottobosco di elegiache rimembranze; “Istanbul” sembra jazz arabeggiante, con percussive intromissioni selvagge iniziali e la voce di Anzovino che vocalizza sofferente, divenendo ben altro subito dopo, ovvero un valzer meditabondo; “Igloo” appare all’inizio una prosecuzione del brano antecedente, “Istanbul”, invero proseguendo per tutt’altra strada, tra circonvoluzioni alla Michael Nyman, una disperata rincorsa verso qualcosa solo all’apparenza irraggiungibile; “Metropolitan” inizia con il batter di mani del pubblico a tempo sul ritmico incedere tematico partenopeo di Anzovino che scuote anema e core; si chiude questa esperienza pianistico ipnotico sensoriale con “Hallelujah”, un morriconiano adagio dolente che inevitabilmente commuove.
